2 ottobre 2017: muore Tom Petty. Una settimana prima, all'Hollywood Bowl, aveva chiuso l'ultimo tour con «American Girl»

2 ottobre 2017: muore Tom Petty. Una settimana prima, all'Hollywood Bowl, aveva chiuso l'ultimo tour con «American Girl»

Tom Petty and the Heartbreakers dal vivo a Berkeley, in California, il 22 agosto 2017 durante il tour dei quarant'anni: Tom Petty al microfono con la chitarra, Mike Campbell con il cappello e la chitarra rossa, Benmont Tench al pianoforte

Tom Petty and the Heartbreakers a Berkeley, in California, il 22 agosto 2017, durante il tour dei quarant'anni: Petty è al microfono, sulla destra.
Foto di Davidwbaker · dal sito Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0).

Il 2 ottobre 2017, alle 20:40 ora della California, Tom Petty muore in un ospedale di Santa Monica. Ha 66 anni. Per tutto il giorno il mondo lo ha pianto, poi ha sperato, poi lo ha pianto di nuovo: la notizia era uscita con ore di anticipo, ed era stata ritirata.

Ma questa non è soltanto la storia di quel giorno. È la storia dei sei mesi che lo precedono: un tour di cinquantatré concerti per festeggiare i quarant'anni della sua band, fatto con un'anca fratturata di cui quasi nessuno sapeva niente, e chiuso il 25 settembre all'Hollywood Bowl di Los Angeles con una canzone del loro primo disco, «American Girl». Una settimana dopo, Tom Petty non c'era più.

«Potrebbe essere l'ultimo giro»

Tom Petty nasce nel 1950 a Gainesville, in Florida. Nel 1976 pubblica il primo disco con gli Heartbreakers, la band che lo accompagnerà per tutta la vita: dentro ci sono il chitarrista Mike Campbell e il tastierista Benmont Tench, amici dai tempi della Florida. In quarant'anni vende più di ottanta milioni di dischi con canzoni che in America conoscono tutti: «Refugee», «Free Fallin'», «I Won't Back Down», «Learning to Fly».

Alla vigilia del tour che celebra quei quarant'anni, Petty parla con Rolling Stone e non gira intorno alle cose: «Penso che potrebbe essere l'ultimo giro del Paese». La band continuerà a suonare, dice, ma cinquanta concerti in un solo tour non li rifarà: hanno tutti passato da un pezzo i sessant'anni, e lui ha una nipotina che vuole veder crescere. Mike Campbell, sentito dalla stessa rivista, non gli crede: «Glielo sento dire da dieci anni».

Si parte il 20 aprile da Oklahoma City. Quello che il pubblico non sa è che Petty sale sul palco con un'anca fratturata. Il suo manager di lunga data, Tony Dimitriades, ha raccontato a Rolling Stone di avergli detto che in quelle condizioni non poteva andare in tour. La risposta: «Perché no? Lo faccio su una sedia, se serve».

Non serve la sedia. Benmont Tench ha ricordato che, quando il camerino era lontano, Petty si faceva portare fino alla scaletta del palco con una di quelle macchinette elettriche da campo da golf; ma appena metteva piede in scena nessuno si sarebbe accorto di niente. La moglie Dana, sposata nel 2001, lo ha detto così alla radio pubblica americana NPR: «Credo che l'unico momento in cui non sentiva dolore fosse quando era sul palco». A fine agosto una laringite lo costringe a rinviare un paio di date; poi riparte.

Tre sere all'Hollywood Bowl

Il tour finisce a casa. Petty viene dalla Florida, ma è a Los Angeles che gli Heartbreakers sono nati come band, e lui lo ricorda dal palco ogni sera. Per chiudere sceglie tre serate, tutte esaurite, all'Hollywood Bowl, il grande anfiteatro all'aperto sulle colline di Hollywood. L'ultima è lunedì 25 settembre 2017.

Ad aprire il concerto c'è Lucinda Williams, cantautrice americana e vecchia amica. Mezz'ora prima dello spettacolo passa a salutarlo in camerino: lui ha un gran sorriso e si sta mettendo in bocca una caramella per la gola. Si abbracciano, qualcuno scatta una foto. È l'ultima volta che lo vede.

Poi due ore di musica. «Stasera lanciamo in aria un po' di dischi e vediamo dove cadono», dice Petty al pubblico. In scaletta ci sono i primi successi e le canzoni dei suoi dischi da solista, e quella sera rispunta anche «Breakdown», un pezzo del primo album che nel tour era stato suonato soltanto due volte. L'ultima canzone è «American Girl»: l'aveva incisa il 4 luglio 1976, stava nel disco d'esordio, e all'epoca in America non era nemmeno entrata in classifica. Quarantun anni dopo è il brano con cui Tom Petty and the Heartbreakers salutano il pubblico per l'ultima volta.

L'Hollywood Bowl di Los Angeles durante un concerto nell'estate del 2017: la platea piena di pubblico, la conchiglia bianca del palco illuminata di rosso e le colline di Hollywood sullo sfondo

L'Hollywood Bowl di Los Angeles in una sera di concerto dell'estate 2017: qui, il 25 settembre, Tom Petty and the Heartbreakers suonarono per l'ultima volta.
Foto di Mcarey10419 · dal sito Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0).

Nessuno, quella sera, pensa a un addio. «È stato magico, spirituale», ha ricordato Mike Campbell. «Erano tutti felicissimi, Tom più di tutti: pieno di gloria e di speranza». Una settimana prima, sull'aereo che da San Diego riportava la band a Los Angeles, Petty si era alzato per un piccolo discorso: era stato il tour più bello, tour così lunghi non ne avrebbero fatti più, ma c'erano ancora tante cose da fare, perché la band non aveva mai suonato così bene. Campbell lo aveva tirato a sé e gli aveva detto che era fiero di lui: sapeva quanto male gli faceva la gamba, e lo aveva visto stare lassù come un soldato.

«La pacca sulla spalla che non avevamo mai avuto»

Due giorni dopo l'ultimo concerto, Randy Lewis, giornalista del Los Angeles Times, va a trovarlo nello studio di registrazione che Petty ha in casa, sopra la spiaggia di Malibu. Sono le quattro e mezza del pomeriggio, lui si è appena versato un caffè. Sarà la sua ultima intervista.

È contento. «È stata quella grande pacca sulla spalla che non avevamo mai ricevuto», dice del tour. Ammette che deve imparare a riposare, come gli ripetono tutti, e che si sta finalmente occupando di quell'anca. Ma ha già la testa altrove: vuole produrre il secondo disco degli Shelters, una giovane band di Los Angeles che ha preso sotto la sua ala, e continuare il programma radiofonico in cui fa ascoltare i dischi che ama. E c'è un'idea rimasta in sospeso, di cui hanno poi parlato Campbell e Dimitriades: riprendere in mano Wildflowers, il suo album del 1994, e portarlo in giro in una serie di concerti più raccolti.

Di sciogliere la band non se ne parla. Petty dice anche che cosa, un giorno lontano, potrebbe fermarli, e la frase, riletta oggi, stringe il cuore: «Se uno di noi venisse a mancare, se uno di noi morisse, Dio non voglia, o si ammalasse… Allora ci fermeremmo». E poi: «Gli Heartbreakers, per me, sono ancora una cosa sacra».

Il 2 ottobre

Pochi giorni dopo quell'intervista, Tom Petty viene trovato in arresto cardiaco nella sua casa di Malibu. Viene rianimato e portato all'UCLA Medical Center di Santa Monica. Attorno a lui si raccolgono la famiglia, gli amici e i compagni di band.

Nel pomeriggio di lunedì 2 ottobre la rete televisiva CBS News annuncia che è morto, sulla base di un'informazione arrivata dalla polizia di Los Angeles. Altre testate riprendono la notizia, e in rete cominciano ad arrivare i messaggi di cordoglio dei colleghi. Ma Petty è ancora vivo. Poco dopo la polizia fa marcia indietro: non ha alcuna conferma, scrive, e quell'informazione era stata fornita «inavvertitamente» ad alcuni organi di stampa. Si scusa. Per qualche ora chi lo ama non sa più se piangere o sperare.

La notizia vera arriva in serata, con un comunicato di Tony Dimitriades a nome della famiglia: Tom Petty si è spento serenamente alle 20:40, circondato dai familiari, dai compagni di band e dagli amici. Gli mancavano meno di tre settimane ai 67 anni.

Bob Dylan, che lo aveva voluto accanto a sé sul palco e in studio, lo ricorda così: «Era un grande interprete, pieno di luce, un amico, e non lo dimenticherò mai». Bruce Springsteen, che aveva cominciato negli stessi anni, trova le parole più semplici: «È triste che se ne sia andato, ma è stato bello vivere negli anni in cui c'era lui».

Quello che ha lasciato

Con gli Heartbreakers Petty lascia tredici album in studio, dal debutto del 1976 a Hypnotic Eye del 2014, il primo a salire in vetta alla classifica americana. Ma la sua storia non sta tutta lì.

Ci sono i Mudcrutch, la band di Gainesville con cui aveva cominciato nel 1970, insieme a Campbell e poi a Tench: sciolta nel 1975 dopo un singolo passato inosservato, Petty la rimette insieme nel 2007 con i compagni di allora, e ci incide due album, l'ultimo nel 2016. Ci sono i Traveling Wilburys, il supergruppo nato nel 1988 quasi per caso, da una canzone che doveva essere un semplice lato B, in cui il ragazzo della Florida si ritrova accanto a Bob Dylan, all'ex Beatle George Harrison, a Roy Orbison, una delle grandi voci del primo rock and roll, e a Jeff Lynne, il leader della Electric Light Orchestra.

E c'è Wildflowers, il disco del 1994 prodotto da Rick Rubin, accolto come uno dei suoi lavori più belli. Petty lo aveva pensato come un album doppio, da venticinque canzoni; la casa discografica lo volle più corto, e dieci brani rimasero fuori. Riportarlo alla luce per intero era il progetto che aveva in mente prima che il tour dei quarant'anni prendesse il sopravvento. È successo dopo: nel 2020 è uscito Wildflowers & All the Rest, con le canzoni rimaste nel cassetto.

Le parole della famiglia

Il 19 gennaio 2018 l'ufficio del medico legale della contea di Los Angeles rende nota la causa della morte: un sovradosaggio accidentale di farmaci, fra cui gli antidolorifici che gli erano stati prescritti. Lo stesso giorno la moglie Dana e la figlia Adria lo spiegano con un messaggio pubblico.

Scrivono che Tom soffriva di diversi problemi seri, e soprattutto di quell'anca fratturata. Che aveva voluto mantenere l'impegno preso con il suo pubblico, e che in cinquantatré concerti la frattura era peggiorata. Che il giorno in cui morì gli avevano comunicato che l'anca si era rotta del tutto, e che secondo loro il dolore era diventato semplicemente insopportabile. Un incidente, come ha concluso il medico legale. E aggiungono di sperare che parlarne apertamente possa, in qualche modo, salvare altre vite.

Poi c'è la frase che resta. La famiglia scrive che Tom se n'è andato senza soffrire, e «meravigliosamente stanco dopo aver fatto ciò che amava di più, per un'ultima volta»: suonare dal vivo con la sua band, davanti al suo pubblico, nel tour più grande di tutta la sua carriera.

Nel 2002 Tom Petty and the Heartbreakers erano entrati nella Rock and Roll Hall of Fame, e quella sera, sul palco della cerimonia, avevano suonato proprio «American Girl». È la canzone con cui, quindici anni dopo, avrebbero chiuso l'ultimo concerto. La riascoltiamo da lì:

Fonti: Wikipedia EN (voci Tom Petty, Tom Petty and the Heartbreakers, American Girl, Mudcrutch, Traveling Wilburys, Wildflowers); Rolling Stone, David Fricke, «Remembering Tom Petty, 1950-2017» (18 ottobre 2017) e l'articolo sulla causa della morte con il messaggio della famiglia (19 gennaio 2018); Los Angeles Times, Randy Lewis, l'ultima intervista (4 ottobre 2017, dall'archivio The Petty Archives); NPR, intervista a Dana Petty e Benmont Tench (settembre 2018); Fox News, che riporta i comunicati della polizia di Los Angeles e di Tony Dimitriades; American Songwriter, che riprende l'intervista di Petty a Rolling Stone alla vigilia del tour; canale ufficiale Rock & Roll Hall of Fame.
Foto: Wikimedia Commons, Davidwbaker (CC BY-SA 4.0); Wikimedia Commons, Mcarey10419 (CC BY-SA 4.0).


Sotto quel video, che la Rock and Roll Hall of Fame pubblicò proprio il 2 ottobre 2017, uno dei commenti più votati è di chi lo aveva visto pochi mesi prima, nell'ultimo tour:

@hotrodmcfesterwig9240 · 8 anni fa
«I saw him live in June this year during his 40th anniversary and it was the best concert ever»

Traduzione: «L'ho visto dal vivo a giugno di quest'anno, nel tour dei quarant'anni, ed è stato il concerto più bello di sempre.»

Storie Rock – Artisti, Dischi, Ricordi 🎸
Ogni giorno un racconto che merita di essere ascoltato.

Torna al blog

Lascia un commento

Si prega di notare che, prima di essere pubblicati, i commenti devono essere approvati.

Lato B, la newsletter di Rock Music aWords

Lato B · la newsletter di Rock Music aWords

Il rock che nessuno ti racconta, ogni domenica.

Una storia vera e poco conosciuta, tre curiosità, un brano nascosto e una playlist che cresce ogni settimana. Gratis, la domenica mattina nella tua email. Ti cancelli con un clic.

▶ GIRA IL DISCO — ISCRIVITI

Oltre 700 appassionati sono già a bordo.