4 agosto 1967: The Piper at the Gates of Dawn, l'unico disco che Syd Barrett fece davvero suo

Pink Floyd - The Piper at the Gates of Dawn, copertina

Il 4 agosto 1967 la EMI Columbia manda nei negozi inglesi un disco che non somiglia a niente di quello che c'era prima. Si chiama The Piper at the Gates of Dawn, è il primo album dei Pink Floyd, e sarà l'unico della loro intera carriera scritto quasi per intero da un uomo solo: Syd Barrett.

Un titolo preso da un libro per bambini

Il titolo viene dal settimo capitolo del Vento tra i salici di Kenneth Grahame, il libro con la Talpa, il Topo e il Rospo. È il capitolo in cui i due protagonisti, remando all'alba, incontrano una divinità dei boschi che suona il flauto — e poi dimenticano di averla vista.

Non è una scelta decorativa. Metà del disco è esattamente quello: l'Inghilterra delle filastrocche, dei giardini, degli animali. C'è un gatto, Lucifer Sam. C'è uno gnomo che si chiama Grimble Grumble. C'è uno spaventapasseri in un campo d'orzo. E in chiusura c'è Bike, che parla di una bicicletta prestata a una ragazza e finisce dentro una stanza piena di orologi impazziti.

L'altra metà del disco, invece, va nella direzione opposta e non torna indietro: Interstellar Overdrive dura quasi dieci minuti e non ha parole, Astronomy Domine apre l'album con un elenco di pianeti recitato attraverso un megafono. Nel 1967, con i Beatles a due passi che stavano finendo Sgt. Pepper, questo era territorio inesplorato.

Il pezzo di Milano dentro il suono di Londra

Qui c'è una cosa che quasi nessuno racconta, e che a noi piace parecchio. Quel senso di profondità e di eco che dà ad Astronomy Domine l'aria di arrivare da molto lontano non nasce solo dalle chitarre: nasce da una macchina italiana.

Si chiama Binson Echorec, era costruita a Milano, e invece del nastro magnetico usava un disco metallico rotante. Il risultato era un'eco più pulita e più stabile di qualunque altra cosa in circolazione. I Pink Floyd la adottarono subito, e David Gilmour avrebbe continuato a usarla per anni — il suono di Echoes e di mezzo Meddle passa ancora di lì. Un pezzo di ingegneria lombarda dentro il disco più inglese che si possa immaginare.

Pink Floyd nel 1967 con Syd Barrett

Registrato accanto a Sgt. Pepper

Le sessioni si tennero agli studi di Abbey Road fra febbraio e luglio del 1967, negli stessi mesi in cui i Beatles stavano chiudendo Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band. Le due band si incrociarono davvero nei corridoi: i Pink Floyd erano quattro ragazzi al primo disco, dall'altra parte del muro c'era il gruppo più famoso del pianeta.

Alla produzione c'era Norman Smith, che fino a due anni prima era stato l'ingegnere del suono dei Beatles. Il disco arrivò al sesto posto in Inghilterra.

Un solo ritratto, e completo

Barrett rimase nel gruppo poco più di un anno dopo l'uscita. Non c'è nessun altro disco in cui si senta per intero il suo modo di pensare la musica: la filastrocca e l'abisso attaccati l'uno all'altro, senza cerniera in mezzo, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

I Pink Floyd sarebbero diventati la band degli stadi, dei muri e dei maiali volanti. Ma tutto quello che hanno fatto dopo — il viaggio, lo spazio, la stanza che si allarga — era già tutto qui dentro, in trentanove minuti registrati da quattro ragazzi che non sapevano ancora di essere i Pink Floyd.

🎧 Astronomy Domine

@johnz4860 · 2 anni fa
«Pink Floyd have sent more people to space than NASA ever will.»

Traduzione: «I Pink Floyd hanno mandato più gente nello spazio di quanta ne manderà mai la NASA.»

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