Peter Green, 29 ottobre 1946: il ragazzo dell'East End che prese il posto di Clapton e fondò i Fleetwood Mac

Peter Green, 29 ottobre 1946: il ragazzo dell'East End che prese il posto di Clapton e fondò i Fleetwood Mac

Peter Green sorridente sul palco con la Gibson Les Paul e la camicia chiara, in bianco e nero, alla Niedersachsenhalle di Hannover nel marzo 1970

Peter Green con i Fleetwood Mac alla Niedersachsenhalle di Hannover, il 18 marzo 1970, pochi giorni prima della notte di Monaco.
Foto W.W. Thaler - H. Weber, Hildesheim · dal sito Wikimedia Commons (licenza CC BY-SA 3.0).

Il 29 ottobre 1946 nasce a Bethnal Green, nell'East End di Londra, Peter Allen Greenbaum, ultimo dei quattro figli di Joe e Ann, in una famiglia ebrea del quartiere. Il mondo lo conoscerà come Peter Green: il chitarrista che fondò i Fleetwood Mac, che scrisse «Albatross», «Black Magic Woman», «Oh Well» e «Man of the World», e che a ventitré anni lasciò tutto. Oggi avrebbe compiuto 80 anni. Questa è la storia di un suono, e dell'uomo che lo portava addosso.

Dall'East End al posto di Clapton

I primi accordi glieli insegna il fratello Michael; a undici anni Peter va avanti da solo. A quindici suona già per soldi, mentre lavora per alcune ditte di spedizioni dell'East End. Comincia al basso, in un gruppo che fa cover delle classifiche e degli Shadows: il suo primo eroe è Hank Marvin. Alla fine del 1965 è chitarra solista nei Peter B's Looners di Peter Bardens, dove conosce un batterista lungo e magro, Mick Fleetwood. Poi un passaggio nei Shotgun Express, con un giovane Rod Stewart alla voce.

Nell'ottobre 1965 arriva la chiamata che conta: John Mayall gli chiede di sostituire per quattro serate Eric Clapton nei Bluesbreakers. Quando Clapton se ne va, nel luglio 1966, il posto è di Green. Il produttore della Decca, Mike Vernon, entra in studio e chiede dove sia Clapton. Mayall risponde che ha trovato di meglio, e che fra un paio d'anni quel ragazzo sarà il migliore di tutti. Sul disco A Hard Road (1967) c'è «The Supernatural», uno strumentale fatto di note lunghissime e di un vibrato che trema: a Londra gli amici cominciano a chiamarlo «The Green God».

Fleetwood Mac, il blues di Londra

Nel 1967 Green lascia Mayall: vuole fare blues, senza compromessi. Chiama Mick Fleetwood e il chitarrista slide Jeremy Spencer, e dà alla band il nome della sezione ritmica che sogna, Fleetwood più McVie. John McVie, bassista dei Bluesbreakers, all'inizio non se la sente; a settembre entra anche lui. Ad agosto il debutto al festival jazz e blues di Windsor, poi il contratto con la Blue Horizon di Mike Vernon. Il primo album, Fleetwood Mac (1968), resta nella classifica britannica per trentasette settimane.

Green scrive sempre di più, e sempre meno dentro le regole del blues. Nel 1968 arriva «Black Magic Woman», che due anni dopo Santana porterà in tutto il mondo. Nella band entra un chitarrista di diciotto anni, Danny Kirwan, e con lui Green riesce finalmente a chiudere un'idea che si portava dietro da tempo. Il 6 ottobre 1968, ai CBS Studios di Londra, nasce «Albatross»: due chitarre che si rispondono, Fleetwood che suona i tamburi con le bacchette da timpano. La TV non ci crede e la manda solo come sottofondo ai titoli di coda di Top of the Pops. Il giorno dopo la casa discografica è sommersa dagli ordini. A gennaio 1969 è Nr.1 in Gran Bretagna, l'unico della storia dei Fleetwood Mac. George Harrison racconterà che i Beatles, in studio, partirono proprio da lì per «Sun King».

Nel 1969 la band registra a Chicago, negli studi della Chess, con Otis Spann, Willie Dixon e Buddy Guy. Poi «Man of the World», Nr.2, e «Oh Well», un altro Nr.2, mentre Then Play On esce per la Reprise. All'inizio del 1970 c'è anche «The Green Manalishi», cupa e pesante: è l'ultimo singolo di Green con la band.

Peter Green suona la chitarra elettrica davanti agli amplificatori, in bianco e nero, durante il concerto dei Fleetwood Mac a Hannover nel 1970

Peter Green in azione davanti agli amplificatori, Hannover, 18 marzo 1970: due mesi dopo lascerà i Fleetwood Mac.
Foto W.W. Thaler - H. Weber, Hildesheim · dal sito Wikimedia Commons (licenza CC BY-SA 3.0).

La Les Paul che passò di mano

Quel suono ha un nome: una Gibson Les Paul del 1959, comprata per 114 sterline da Selmer, in Charing Cross Road, dopo la prima breve esperienza con Mayall. Tra i musicisti è la «magic guitar» di Green: un suono pulito e caldo, con una voce un po' nasale che nessuno riesce a imitare. Green non la tiene per sé. La passa a un ragazzo di Belfast, Gary Moore, che per averla vende la sua Gibson SG e gli dà tutto quello che ne ricava. Moore ci suonerà per decenni e nel 1995 dedicherà al suo maestro un intero album, Blues for Greeny. Oggi quella chitarra è nelle mani di Kirk Hammett dei Metallica.

Monaco, marzo 1970

Già ai tempi di «Man of the World» i compagni notano qualcosa. Green si fa crescere la barba, porta tuniche e un crocifisso, prende LSD e parla di regalare tutti i soldi della band. Alla fine di marzo 1970, durante il giro in Europa, partecipa a una festa in una comune vicino a Monaco di Baviera. Fleetwood e due tecnici devono andare a riprenderlo. Il manager dirà che è lì che tutto si incrina; Green, molti anni dopo, ricorderà quella sera come una bella jam, la musica più spirituale mai suonata. Il 20 maggio 1970 sale sul palco con i Fleetwood Mac per l'ultima volta.

Gli anni bui e il ritorno

Arrivano un disco di improvvisazioni, The End of the Game, qualche apparizione, poi il silenzio. A Green viene diagnosticata la schizofrenia; a metà degli anni Settanta passa per gli ospedali psichiatrici e per l'elettroshock. Nel 1977 viene arrestato dopo una telefonata col suo contabile in cui spunta un fucile. Dal 1979, con l'aiuto del fratello Michael, torna a incidere: In the Skies è il primo di una serie di dischi solisti. Lo stesso anno suona, senza comparire nei crediti, in «Brown Eyes» su Tusk dei Fleetwood Mac.

La ripresa vera comincia nella casa del fratello Len, a Gorleston, sulla costa del Norfolk. Alla fine degli anni Novanta nasce la Peter Green Splinter Group, con Nigel Watson e, all'inizio, Cozy Powell: nove album di blues tra il 1997 e il 2004. Nel 1998 entra con i Fleetwood Mac nella Rock and Roll Hall of Fame. Il 25 febbraio 2020 Mick Fleetwood gli dedica una serata al London Palladium, con amici e ammiratori. Green muore nel sonno il 25 luglio 2020, a Canvey Island, a 73 anni.

B.B. King disse di lui che aveva il suono più dolce che avesse mai sentito, e che era l'unico capace di fargli venire i sudori freddi. Green non ha mai suonato veloce per farsi notare: suonava poche note, e ognuna aveva qualcosa da dire. A ottant'anni dalla nascita, resta la lezione più difficile da imparare.

🎧 Il brano del giorno

Fleetwood Mac – Man of the World (singolo, 1969)

Esce il 4 aprile 1969, unico singolo dei Fleetwood Mac per la Immediate, e a giugno sale al Nr.2 della classifica britannica. Green la scrive in un periodo di grande tristezza, partendo da una frase, «Shall I tell you about my life?», e la canta con la voce bassa di chi ha tutto e non trova pace. Dirà che in quella canzone c'era lui nel suo momento più triste; Mick Fleetwood la chiamerà profetica. Qui sotto la versione suonata nel 1969 al Beat-Club, la trasmissione musicale della TV di Brema, dal canale ufficiale del programma.

Sotto il video di «Man of the World» al Beat-Club, uno dei commenti più votati è questo:

@robertneilson · 5 anni fa
«I remember hearing Mick Fleetwood say that if he had 1/10th of Peter Green's talent then he would have considered himself to be a musical genius. What praise.»

Traduzione: «Ricordo di aver sentito Mick Fleetwood dire che, se avesse avuto un decimo del talento di Peter Green, si sarebbe considerato un genio della musica. Che elogio».

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