Led Zeppelin II, 22 ottobre 1969: il disco registrato in corsa, tra un concerto e l'altro, che tolse il Nr.1 ad Abbey Road

Led Zeppelin II, 22 ottobre 1969: il disco registrato in corsa, tra un concerto e l'altro, che tolse il Nr.1 ad Abbey Road

Foto promozionale in bianco e nero dei Led Zeppelin contro un muro chiaro: da sinistra John Paul Jones con le mani sui fianchi, Jimmy Page seduto con la barba e i capelli ricci, John Bonham seduto che guarda verso Robert Plant, in piedi a destra con i lunghi capelli biondi

I Led Zeppelin in una foto promozionale dell'Atlantic Records del 1971: da sinistra John Paul Jones, Jimmy Page, John Bonham e Robert Plant.
Foto Atlantic Records · dal sito Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Il 22 ottobre 1969 l'Atlantic Records pubblica negli Stati Uniti Led Zeppelin II; in Gran Bretagna arriverà nei negozi il 31 ottobre. Sono passati appena nove mesi dal primo album, uscito in America a gennaio, e i Led Zeppelin in quei nove mesi non si sono mai fermati. Le prenotazioni dei negozi hanno già raggiunto le 400.000 copie, e l'etichetta lancia il disco con uno slogan che sembra scritto apposta per una band che porta il nome di un dirigibile: «Led Zeppelin, l'unico modo di volare». Dentro ci sono nove brani che suonano come un pugno sul tavolo: riff enormi, blues di Chicago portato al calor bianco, una voce che urla e una batteria che sembra non avere fondo. È il disco che trasforma un quartetto inglese nato da poco più di un anno in un'attrazione mondiale, e che a fine anno si prende il primo posto della classifica americana spingendo giù i Beatles.

Un disco scritto in corsa

Tra gennaio e agosto del 1969 i Led Zeppelin completano quattro giri di concerti in Europa e tre in America. Non c'è un momento per chiudersi in studio con calma, e allora Jimmy Page fa di necessità virtù: i pezzi nascono in tour, spesso da improvvisazioni sul palco, e appena si apre un buco di un paio d'ore tra un concerto e l'altro si prenota uno studio e si registra, quasi sempre in presa diretta. Ogni brano viene inciso, sovrainciso e mixato per conto suo, in posti diversi.

L'elenco degli studi sembra un itinerario di viaggio. A Londra l'Olympic e il Morgan; a Los Angeles A&M, Quantum, Sunset, Mirror Sound e Mystic; a Memphis l'Ardent; a New York A&R, Juggy Sound, Groove e Mayfair. Alcuni sono attrezzati benissimo, altri molto meno: uno studio di Vancouver, con un registratore a otto piste e nemmeno delle cuffie decenti, finirà nei crediti come «una baracca». Robert Plant più tardi si lamenterà di quel metodo, di un disco scritto, registrato e mixato in troppi posti diversi. Page la vedeva in modo più semplice: parte di quel materiale, spiegò, era venuta fuori provando i pezzi nuovi per il tour successivo. Ed è proprio quella fretta, quell'urgenza, che si sente in ogni solco.

Il signor Page e l'uomo della console

A tenere insieme i pezzi del mosaico arriva Eddie Kramer. Nato in Sudafrica, si è trasferito a New York nel 1968 soprattutto per continuare a lavorare con Jimi Hendrix; con Led Zeppelin II comincia una collaborazione che lo porterà a fare da tecnico del suono a cinque album della band. Il missaggio finale è tutto di Page e Kramer: due giorni filati agli A&R Studios di New York.

Kramer ha raccontato quella maratona con un'immagine precisa: la parte centrale di «Whole Lotta Love», quella in cui tutto sembra impazzire, è nata da lui e Page che volavano sopra una piccola console girando ogni manopola conosciuta dall'uomo. A un certo punto, sulla traccia della voce, affiora un'altra voce di Plant, registrata prima e rimasta impressa sul nastro come un fantasma. Non si può togliere. Kramer d'istinto ci aggiunge il riverbero, lo stesso gesto che stava facendo Page: si guardano, scoppiano a ridere, e Page dice di lasciarlo così. Anni dopo Kramer avrebbe riconosciuto il merito tutto al chitarrista: avevano inciso in alcuni degli studi più strani che si possano immaginare, ma alla fine il disco suonava meravigliosamente, perché a comandare c'era una persona sola, il signor Page. La produzione, infatti, è firmata soltanto da lui; produttore esecutivo il manager Peter Grant.

Whole Lotta Love e il debito con Chicago

Il disco si apre con il riff più famoso della band. Page dice di averlo trovato nell'estate del 1968 sulla sua casa galleggiante sul Tamigi, a Pangbourne, nel Berkshire. Sembra suonato da due chitarre, ma è un trucco: Page pizzica due corde all'unisono piegandone una, e John Paul Jones fa la stessa cosa col basso un'ottava sotto. È anche il primo disco in cui Plant compare tra gli autori: sul debutto non aveva potuto firmare nulla per via di un vecchio contratto con la CBS.

Il problema è il testo. Una parte viene dritta da «You Need Love», scritta da Willie Dixon e incisa da Muddy Waters nel 1962. Nel 1985 Dixon fa causa, e la vicenda si chiude con un accordo fuori dal tribunale per una cifra mai resa nota; da allora il suo nome compare nei crediti. Plant, anni dopo, lo ammise senza giri di parole: il riff di Page era di Page, lui si era chiesto cosa cantarci sopra e aveva preso in prestito, un furto ormai felicemente pagato, perché si viene beccati solo quando si ha successo.

In America l'Atlantic pubblica il 7 novembre una versione accorciata a 45 giri, contro il parere della band: arriva al Nr.4 della classifica di Billboard nel gennaio 1970, l'unico singolo dei Led Zeppelin entrato nei primi dieci negli Stati Uniti. In Gran Bretagna Peter Grant fa annullare l'uscita: niente singoli, solo album, una linea che la band terrà per tutta la carriera. Gli inglesi impareranno il pezzo a memoria lo stesso, perché la versione strumentale dei CCS diventerà la sigla di Top of the Pops.

Il limone di Howlin' Wolf

Il blues di Chicago torna anche nel quarto brano. «The Lemon Song» nasce da «Killing Floor» di Howlin' Wolf. Viene inciso quasi tutto in presa diretta a Los Angeles, al Mystic, durante il secondo tour americano, e allungato con versi nuovi: quelli sul limone da spremere arrivano da «Travelling Riverside Blues» di Robert Johnson, che la band aveva suonato per la BBC in quella stessa estate. Una delle prime stampe inglesi del disco riporta ancora il titolo «Killing Floor» con il nome vero di Howlin' Wolf, Chester Burnett.

Nel dicembre 1972 la Arc Music, che pubblica le canzoni di Howlin' Wolf, porta i Led Zeppelin in tribunale. Anche qui finisce con un accordo, e subito dopo il bluesman riceve un assegno da 45.123 dollari; le edizioni successive lo citano tra gli autori. La stessa casa editrice contesta anche «Bring It On Home», che chiude il disco: l'apertura e il finale sono un omaggio a Sonny Boy Williamson e alla canzone di Willie Dixon che lui aveva inciso. Anche quella vertenza si chiude con un accordo, e nella ristampa del 2014 Dixon risulta l'unico autore.

Heartbreaker e Moby Dick, la band messa a nudo

La seconda facciata si apre con «Heartbreaker», firmata da tutti e quattro e incisa a New York. A metà del pezzo la band si ferma e Page resta solo: un assolo di quarantasei secondi, senza accompagnamento, inciso in un altro studio, l'Atlantic, e per questo con un suono diverso dal resto. Quella cascata di note fatte scivolare sulle corde a vuoto colpirà un ragazzo di nome Eddie Van Halen, che anni dopo racconterà di aver avuto l'idea del suo tapping guardando Page suonare quell'assolo nel 1971. Dal vivo «Heartbreaker» entra in scaletta da ottobre e non ne uscirà più.

Poi tocca a John Bonham. «Moby Dick», che prende il nome dal romanzo di Melville, è un riff blues che fa da cornice a un assolo di batteria. Nei primi concerti si chiamava «Pat's Delight», dal nome della moglie del batterista, e aveva un riff diverso; per il disco Page raccoglie pezzi delle improvvisazioni di Bonham e li monta insieme. In alcuni passaggi Bonham suona i tamburi a mani nude. Dal vivo l'assolo potrà durare sei minuti o, più spesso, fino a mezz'ora, con gli altri tre che lasciano il palco e tornano solo per il finale.

Foto in bianco e nero di un concerto: Jimmy Page, capelli ricci sul volto, suona una Gibson Les Paul con il braccio sinistro alzato verso l'alto, su fondo completamente nero

Jimmy Page sul palco dell'Olympia di Parigi nell'ottobre 1969, pochi giorni prima dell'uscita di Led Zeppelin II.
Foto Pascal P Chassin · dal sito Wikimedia Commons (licenza CC BY-SA 4.0).

Il Nr.1 al posto dei Beatles

Il 10 novembre 1969, meno di tre settimane dopo l'uscita, il disco è già d'oro negli Stati Uniti. Il 27 dicembre arriva al Nr.1 della classifica degli album di Billboard, dove da settimane regnava Abbey Road dei Beatles. Ne nasce un tira e molla che dura tutto gennaio: Abbey Road si riprende la vetta per due settimane, i Led Zeppelin tornano su, i Beatles di nuovo, finché dal 31 gennaio 1970 Led Zeppelin II resta in cima per cinque settimane di fila. In tutto sono sette settimane al Nr.1. In Gran Bretagna la scena si ripete a febbraio, e anche lì è Abbey Road a cedere il posto; il disco resterà in classifica per 138 settimane. Ad aprile 1970 le copie vendute in America sono già tre milioni.

La critica, intanto, storce il naso. Su Rolling Stone John Mendelsohn scrive che, finché non lo si è ascoltato ottocento volte come lui, il disco sembra un'unica canzone particolarmente pesante allungata su due facciate. Robert Christgau gli dà un voto tiepido, salvo ammettere poco dopo che quell'anno i Led Zeppelin avevano semplicemente superato tutti in pesantezza, e che più lo ascoltava più gli sembrava un trionfo.

Il bombardiere marrone

Anche la copertina ha una storia. La disegna David Juniper, vecchio compagno di Page al Sutton Art College, nel Surrey, a cui la band chiede soltanto un'idea interessante. Juniper parte da una fotografia della Jasta 11, la squadriglia tedesca della Prima guerra mondiale guidata dal Barone Rosso, sostituisce quattro volti con quelli dei musicisti e ci mette perfino l'attrice francese Delphine Seyrig. Sullo sfondo marrone si staglia la sagoma di un dirigibile: il disco diventa per tutti il «Brown Bomber», il bombardiere marrone, e Juniper riceve una candidatura ai Grammy per la grafica.

Accanto ai riff più pesanti c'è «Thank You», la canzone d'amore che Plant scrive per la moglie Maureen, con Page alla dodici corde e Jones all'organo Hammond, e c'è «What Is and What Should Never Be», con le chitarre che rimbalzano da un canale all'altro dello stereo. È il disco della luce e dell'ombra, del sussurro e dell'esplosione. Stephen Thomas Erlewine di AllMusic ha scritto che ha fornito il progetto per tutte le band heavy metal venute dopo.

🎧 Il brano del giorno

Led Zeppelin – Ramble On (da Led Zeppelin II, 22 ottobre 1969)

Il testo è di Robert Plant, che a ventun anni aveva in testa Il Signore degli Anelli: nella canzone compaiono Mordor, Gollum e l'Oscuro Signore, e il primo verso adatta una poesia in lingua elfica di Tolkien. Il brano viene inciso a New York il 1° e il 2 giugno 1969, tra i Groove Studios e il Juggy Sound, e cresce come un racconto: comincia con una chitarra acustica sommessa, poggiata sul basso agile di John Paul Jones, e si apre in un ritornello pieno di chitarre elettriche sovraincise. Per l'assolo, che sembra suonato con l'archetto di un violino, Page usò il pick-up al manico della sua Les Paul con gli acuti tagliati e un apparecchio per prolungare le note costruito da Roger Mayer. Curiosamente i Led Zeppelin non la suonarono mai per intero dal vivo negli anni della band: la prima volta fu il 10 dicembre 2007, alla O2 Arena di Londra, nel concerto in memoria di Ahmet Ertegun. Questo è l'audio ufficiale dal canale Led Zeppelin.

Fonti: Wikipedia EN (voci Led Zeppelin II, Led Zeppelin, Whole Lotta Love, Killing Floor, Bring It On Home, Heartbreaker, Moby Dick, Ramble On, What Is and What Should Never Be, Thank You, Eddie Kramer, Abbey Road, classifiche Billboard 200 del 1969 e del 1970), con le parole di Jimmy Page, Robert Plant ed Eddie Kramer riportate lì; Rolling Stone per il missaggio agli A&R Studios; Wikimedia Commons per le foto.

Sotto l'audio ufficiale di «Ramble On», uno dei commenti più votati è questo:

@bernybuongiorno4573 · 6 anni fa
«Someone called me old today, I said "yeah, but I got to see all the cool bands"»

Traduzione: «Oggi qualcuno mi ha dato del vecchio. Gli ho risposto: "Sì, però io ho fatto in tempo a vedere tutte le band migliori"».

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