«Korn», 11 ottobre 1994: sette corde, un imbalsamatore di Bakersfield e un nastro che nessuno fermò
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«Korn», 11 ottobre 1994: sette corde, un imbalsamatore di Bakersfield e un nastro che nessuno fermò

La copertina di «Korn» (1994): fotografia di Stephen Stickler, grafica di Jay Papke e Dante Ariola.
Immagine di proprietà di Immortal / Epic Records · dal sito Deezer.
L'11 ottobre 1994 esce negli Stati Uniti un disco con una copertina che mette a disagio: una bambina su un'altalena, e sulla sabbia l'ombra lunga di un uomo che le sta davanti. Sopra c'è un nome scritto come lo scriverebbe un bambino, con una lettera al contrario: Korn.
La prima settimana ne vanno via poco più di mille copie, almeno a sentire il cantante. Le radio lo passano poco, MTV quasi per niente. Cinque anni dopo quel disco avrà superato i due milioni di copie nei soli Stati Uniti, e mezza America suonerà come lui. Questa è la storia di come cinque ragazzi di provincia hanno cambiato il suono del metal con un disco costato quattordicimila dollari.
Bakersfield, la città da cui si scappa
Bakersfield sta in California, ma non è la California delle cartoline: è una città di pozzi di petrolio e campi, a due ore di macchina da Los Angeles, nell'interno. Alla fine degli anni Ottanta tre ragazzi del posto mettono su un gruppo, gli L.A.P.D.: James «Munky» Shaffer alla chitarra, Reginald «Fieldy» Arvizu al basso e, alla batteria, un ragazzino che ha risposto a un annuncio, David Silveria. Si trasferiscono a Los Angeles, incidono un album nel 1991, non succede niente. Il cantante se ne va.
I tre restano insieme e prendono un secondo chitarrista: Brian «Head» Welch, un amico di scuola che fino a quel momento aveva portato loro gli amplificatori. Per qualche mese si chiamano Creep. Manca una voce.
Il ragazzo che preparava i morti
La trovano tornando a casa. Durante una visita ai parenti, Munky e Head entrano in un locale di Bakersfield dove suona un gruppo della zona, i Sexart. Il cantante si chiama Jonathan Davis, ha poco più di vent'anni e sul palco sembra uno spaventapasseri, ricorderà Head: magro, storto, con una voce che pare venire da un posto triste.
Davis ha un mestiere che non si dimentica. Da ragazzo, a sedici o diciassette anni, con un programma della scuola aveva cominciato ad assistere alle autopsie nell'ufficio del medico legale della contea. Poi aveva studiato da imbalsamatore, e per due anni aveva fatto quello: preparare i morti per il funerale. Quando i quattro gli chiedono di provare con loro, lui non è convinto. Racconterà di aver chiesto consiglio a una sensitiva, accompagnato da una zia, e di essersi sentito dire di accettare.
Al provino basta una canzone. Il produttore Ross Robinson, che seguiva già il gruppo, ricorda che alla prima strofa a tutti vennero i brividi. Due settimane dopo la band ha un nome nuovo e un nastro di prova con quattro pezzi. Il logo lo disegna Davis: lo scrive con un pastello e con la mano sinistra, perché sembri la scrittura di un bambino. La R rovesciata viene dall'insegna di una catena di negozi di giocattoli.

Fieldy e David Silveria sul palco della Brixton Academy di Londra, il 24 febbraio 1997.
Foto di proprietà di Pete Still · dal sito Wikimedia Commons (licenza CC BY-SA 4.0).
Una corda in più
Il suono dei Korn nasce da una scelta pratica. Munky e Head usano chitarre a sette corde invece di sei: un modello della Ibanez nato per i virtuosi, quelli degli assoli velocissimi. Loro ci fanno l'opposto. Usano la corda in più, la più grossa, per scendere dove una chitarra normale non arriva, e poi abbassano ancora l'accordatura. Ne esce un suono cupo e gommoso, che più che suonare delle note sembra spostare dell'aria.
Fieldy fa lo stesso con un basso a cinque corde, e lo suona quasi come una percussione: toglie le frequenze medie e colpisce le corde finché schioccano. Silveria tiene tempi presi dal funk e dall'hip-hop più che dal metal. Sopra a tutto questo Davis non canta come un cantante metal: sussurra, piagnucola, farfuglia sillabe senza senso, poi urla.
Il ranch sopra Malibu
Li mette sotto contratto Paul Pontius, che lavora per la Immortal, una piccola etichetta legata alla Epic: li ha visti in un locale di Huntington Beach. Nella tarda primavera del 1994 la band sale all'Indigo Ranch, uno studio sulle colline di Malibu. Il budget, dirà Robinson, è di quattordicimila dollari: pochissimo, anche per allora. Lui ha scelto quel posto perché ha un suono ruvido e vecchi apparecchi degli anni Settanta, e perché non vuole un disco lucido.
Robinson ha un metodo che i musicisti ricordano ancora. Non corregge le note: provoca. Fa domande scomode, alza la voce, cerca il punto in cui fa male. Davis dirà che il produttore gli metteva il sale sulle ferite. In «Shoots and Ladders» il cantante suona la cornamusa, che ha imparato a scuola: la registrano con un microfono piazzato sulla porta sul retro, mentre lui cammina all'aperto. Il testo è fatto di filastrocche per bambini, cantate come se nascondessero qualcosa.
«Daddy»
L'ultima canzone del disco è il motivo per cui la copertina è quella. Si intitola «Daddy» e, nonostante il titolo, non parla del padre di Davis. Parla di un abuso che lui ha subito da bambino da parte di una persona vicina alla famiglia, e del fatto che quando lo raccontò ai genitori loro non gli credettero. Ai compagni di gruppo non aveva mai spiegato di che cosa parlasse il pezzo.
La incidono tutti insieme, dal vivo, senza rifare niente. Alla fine della canzone Davis non smette: scoppia a piangere, e piange per minuti, accasciato a terra. Non sa che il registratore sta ancora girando. Robinson e il fonico lasciano andare il nastro finché non finisce la bobina. Gli altri quattro, hanno raccontato, piangono con lui e alla fine lo abbracciano. Quel pianto è rimasto sul disco così com'era.
Dal vivo la canzone praticamente non esiste. Davis la prova una sera del 1995 in un club di New York e crolla sul palco. Non la rifarà per vent'anni: torna in scaletta solo nel 2015, quando i Korn suonano l'album intero per l'anniversario. Anni dopo dirà di sentirsi in colpa per averla tenuta lontana dal pubblico così a lungo, e insieme di non volerla cantare più.

Jonathan Davis sul palco del festival Rock im Park, in Germania, nel 2016.
Foto di proprietà di Pistenwolf · dal sito Wikimedia Commons (licenza CC BY-SA 3.0).
Quattrocento concerti
Senza radio e senza televisione, resta la strada. I Korn comprano un camper usato, che a un certo punto prende fuoco, e partono. Aprono i concerti di chiunque li voglia: i Biohazard, i Sick of It All, Danzig con un giovane Marilyn Manson, i Megadeth. Fieldy conterà più di quattrocento concerti in due anni. Il disco si vende così, una città alla volta, con il passaparola.
All'inizio del 1996 sono in tournée con Ozzy Osbourne, ed è lui a consegnare loro il disco d'oro: mezzo milione di copie. L'album arriva al massimo al numero 72 della classifica americana, ma continua a vendere per anni. Nel novembre del 1999 è doppio disco di platino.
Quello che è venuto dopo
A quel suono qualcuno darà un nome, nu metal, che la band non ha scelto e non ha mai amato del tutto. Ross Robinson produrrà i primi dischi dei Limp Bizkit e degli Slipknot, e Roots dei Sepultura. Corey Taylor, il cantante degli Slipknot, ha messo Korn sullo stesso piano di Appetite for Destruction e di Nevermind. Nel 2014 la rivista Rolling Stone lo ha definito il disco metal più importante dei vent'anni precedenti.
Davis, Munky e Head suonano ancora insieme. Silveria ha lasciato il gruppo nel 2006, Fieldy è fermo dal 2021. La bambina della copertina si chiama Justine Ferrara: era la nipote dell'uomo che li aveva messi sotto contratto, aveva sei anni e quel giorno indossava la sua vera divisa di scuola. Ha raccontato che l'uomo dell'ombra era gentile, e che si era messo lì anche per ripararla dal sole.
🎧 Il brano del giorno
Korn – Blind
È la prima canzone del disco, e comincia piano. Un piatto della batteria che vibra da solo, come un sonaglio. Poi una chitarra, una nota sola, ripetuta. Poi l'altra chitarra, che le risponde storta. Il basso. Per quasi un minuto la musica sale senza esplodere, e si capisce che sta per succedere qualcosa. Poi Davis grida due parole, «Are you ready?!», e tutto il gruppo viene giù insieme. La canzone esisteva già: Davis la cantava con i Sexart, la sua band di Bakersfield, e due ex compagni di allora sono stati aggiunti fra gli autori anni dopo. Il video lo gira McG, che poi farà il regista a Hollywood: i Korn suonano in una stanza piccola, stipata di gente.
Fonti: il racconto a più voci pubblicato da Rolling Stone per i vent'anni dell'album (dicembre 2014), con i cinque musicisti, il produttore Ross Robinson e il fotografo Stephen Stickler; le interviste di Jonathan Davis a Kerrang! (1996), Stereogum (2022) e Metal Hammer (2016 e 2022); Loudwire (2012) per la bambina della copertina; il sito della RIAA per il doppio disco di platino; Wikipedia EN (voci Korn, Korn (album), Daddy, Blind, Jonathan Davis, L.A.P.D.).
Sotto il video ufficiale di «Blind» il commento più votato di tutti è questo:
@PWNSdaily · 5 anni fa
«That "Are you ready" is the war cry that kickstarted the entire nu metal movement. Timeless classic»
Traduzione: «Quell'«Are you ready» è il grido di guerra che ha dato il via a tutto il movimento nu metal. Un classico senza tempo.»
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