4 ottobre 1970: muore Janis Joplin. Quel giorno doveva cantare «Buried Alive in the Blues», e Pearl resta un disco a metà

4 ottobre 1970: muore Janis Joplin. Quel giorno doveva cantare «Buried Alive in the Blues», e Pearl resta un disco a metà

Janis Joplin in una foto in bianco e nero: seduta su uno sgabello, con un cappello di piume chiare, una camicetta dalle maniche larghe e lunghe collane di perline, sorride e tende una mano aperta verso l'obiettivo

Janis Joplin in una foto promozionale di fine anni Sessanta.
Foto di Albert B. Grossman Management · dal sito Wikimedia Commons (pubblico dominio).

La sera di sabato 3 ottobre 1970, in uno studio di registrazione di Hollywood, Janis Joplin ascolta una base appena incisa dalla sua band. La canzone si chiama «Buried Alive in the Blues», «sepolta viva nel blues». Manca solo la voce. Lei e il produttore si mettono d'accordo: la canterà l'indomani.

L'indomani è domenica 4 ottobre. In studio la aspettano, ma Janis non arriva. Ha ventisette anni, e un disco quasi finito che uscirà senza di lei.

Questa non è la storia della sua vita: è la storia delle ultime settimane, quelle in cui nasce Pearl.

«Finalmente è la mia band»

Nella primavera del 1970 Janis Joplin è già una delle voci più famose d'America. È diventata celebre con i Big Brother and the Holding Company, il gruppo di San Francisco con cui nel 1967 aveva lasciato a bocca aperta il festival di Monterey; poi li ha lasciati, e ha provato una seconda formazione con i fiati, la Kozmic Blues Band, che non l'ha mai convinta del tutto.

Adesso ne mette insieme una terza, e stavolta la sceglie lei, musicista per musicista. Si chiama Full Tilt Boogie Band: cinque ragazzi, quasi tutti canadesi, niente fiati e un organo. Alla chitarra c'è John Till, al pianoforte Richard Bell, all'organo Ken Pearson, al basso Brad Campbell, alla batteria Clark Pierson. Di loro Janis dice: «È la mia band. Finalmente è la mia band!».

Con loro passa l'estate in tournée. Fra il 28 giugno e il 4 luglio attraversa il Canada sul Festival Express, un treno carico di musicisti che si ferma per i concerti a Toronto, Winnipeg e Calgary. Il 12 agosto canta allo stadio di Harvard, a Boston: nessuno lo sa, ma è il suo ultimo concerto.

In quei mesi gli amici hanno cominciato a chiamarla con un soprannome che si è scelta da sola: Pearl, «perla».

Una stanza al Landmark, uno studio su Sunset Boulevard

Il 24 agosto Janis prende una stanza al Landmark Motor Hotel, un albergo di Franklin Avenue, a Hollywood, frequentato dai musicisti di passaggio. A pochi minuti di macchina ci sono i Sunset Sound Recorders, lo studio su Sunset Boulevard dove deve nascere il nuovo album. A inizio settembre cominciano le sedute.

In cabina di regia c'è Paul Rothchild, il produttore dei Doors: è l'uomo che ha dato forma al suono dei dischi di Jim Morrison. All'inizio non ne voleva sapere. A proporgli il lavoro era stato John Byrne Cooke, il road manager di Janis, cioè la persona che dal 1967 organizzava i suoi viaggi e le stava accanto in tournée; e Rothchild gli aveva risposto che l'ultima volta l'aveva vista troppo presa dalla droga per concentrarsi sulla musica.

Cooke gli assicura che le cose sono cambiate: Janis, in quell'estate, è lontana dall'eroina da mesi e ha una band che la adora. Rothchild si lascia convincere. Anzi, vede più lontano di lei: secondo il racconto di Cooke, un giorno le dice «Janis, fra trent'anni voglio che tu stia facendo il tuo disco più bello, e voglio farlo insieme a te». In seguito la definirà «il sogno di ogni produttore».

Il lavoro va spedito. Molte canzoni sono già rodate dai concerti dell'estate. C'è «Move Over», che Janis ha scritto da sola. C'è «Cry Baby», un vecchio successo soul del 1963. C'è «Get It While You Can». E c'è una ballata country che le ha insegnato l'amico cantautore Bob Neuwirth: l'ha scritta Kris Kristofferson, con cui Janis ha avuto una storia, e parla di due vagabondi in viaggio per l'America. Si intitola «Me and Bobby McGee». Janis la incide nove giorni prima di morire, accompagnandosi lei stessa con la chitarra acustica.

Non è tutto sereno, però. Il Landmark è un albergo dove l'eroina arriva facilmente, e nel corso di settembre Janis ci ricasca. Il disco, intanto, va avanti, e lei ne è entusiasta.

Una Porsche 356 cabriolet con la capote nera chiusa, interamente dipinta a mano a colori vivaci con farfalle, fiori, paesaggi e i volti di una band, esposta in una sala con grandi vetrate

La Porsche 356 C Cabriolet di Janis Joplin, dipinta a colori psichedelici: è l'auto con cui andava dal Landmark allo studio. Qui è esposta alla Rock and Roll Hall of Fame di Cleveland, nel dicembre 2014.
Foto di Sam Howzit · dal sito Wikimedia Commons (CC BY 2.0).

Un augurio per Lennon e una canzone senza strumenti

Fra una canzone e l'altra, in studio, c'è spazio anche per uno scherzo affettuoso. Il 9 ottobre John Lennon compie trent'anni, e la moglie Yoko Ono ha chiesto a un po' di musicisti di mandargli un augurio registrato. Janis lo incide a fine seduta con l'organista Ken Pearson e il batterista Clark Pierson: un minuto in tutto, sulle note di «Happy Trails», una vecchia canzone da film western.

Lei e Lennon non si erano mai incontrati. Sarà lui stesso a raccontare com'è andata, ospite in televisione del Dick Cavett Show: «Il nastro ci è arrivato dopo che era morta. È arrivato per posta: cantava per me “buon compleanno”, in studio».

Giovedì 1° ottobre, dopo qualche giorno di pausa, Janis torna al microfono per quella che sarà la sua ultima incisione. È «Mercedes Benz», una canzoncina ironica nata due mesi prima in un bar vicino a New York, scritta sui tovaglioli insieme a Bob Neuwirth partendo da un verso del poeta Michael McClure. Janis la presenta, scherzando, come un brano di grande importanza sociale e politica. Poi la canta da sola, senza un solo strumento. Una sola ripresa: è quella che finirà sul disco.

Sabato 3 ottobre

All'album manca ancora un pezzo. Lo ha scritto Nick Gravenites, un cantante e autore di Chicago che è amico di Janis dai tempi di San Francisco e che per lei aveva già composto altre canzoni. Il titolo è «Buried Alive in the Blues».

Sabato 3 ottobre la Full Tilt Boogie Band incide la base: chitarra, piano, organo, basso e batteria. Janis passa in studio ad ascoltarla, e le piace. Con Rothchild decide che la voce la metterà il giorno dopo.

Chi è presente quella sera la ricorda contenta per come procede il disco, e insieme arrabbiata dopo una telefonata con il fidanzato, Seth Morgan, uno studente di ventun anni rimasto dalle parti di San Francisco. Uscita dallo studio, Janis porta Ken Pearson a bere qualcosa al Barney's Beanery, un locale di West Hollywood. Dopo mezzanotte rientrano al Landmark. Nell'atrio si salutano, e ognuno va nella sua stanza.

Domenica 4 ottobre

La domenica, ai Sunset Sound, i musicisti sono pronti. Janis no. Le ore passano, e Rothchild comincia a preoccuparsi.

John Byrne Cooke prende la macchina e va al Landmark. Nel parcheggio c'è la Porsche di Janis, impossibile da confondere con un'altra. Cooke passa dalla portineria, si fa dare la chiave dal direttore dell'albergo e apre la porta della stanza 105. Janis è a terra, accanto al letto. Nel libro di memorie che pubblicherà nel 2014, On the Road with Janis Joplin, Cooke scriverà che la prima impressione, entrando, fu quella di una stanza vuota.

Il medico legale della contea di Los Angeles, Thomas Noguchi, stabilirà che si è trattato di un'overdose accidentale di eroina. Cooke si è sempre detto convinto che quella partita fosse molto più pura del solito.

«Da bere offre Pearl»

Pochi giorni prima di morire, Janis aveva fatto aggiornare il suo testamento. Quasi tutto andava ai genitori e ai due fratelli. Ma c'era una clausola a parte: 2.500 dollari da spendere per una festa, perché gli amici, parole sue, potessero «sballarsi» dopo che lei se ne fosse andata.

Gli amici la prendono in parola. Il 26 ottobre 1970 circa duecento persone si ritrovano al Lion's Share, un locale di San Anselmo, a nord di San Francisco. Ci sono i musicisti dei Big Brother e della Full Tilt Boogie, quelli dei Grateful Dead, la gente con cui Janis aveva diviso palchi e case. Sugli inviti c'è scritto: «Drinks are on Pearl», da bere offre Pearl.

Le sue ceneri vengono disperse da un aereo sull'Oceano Pacifico.

Il disco che esce senza di lei

Rothchild e la band, intanto, hanno un album da chiudere. Le voci di Janis ci sono quasi tutte: nove canzoni su dieci. Per la decima, qualcuno propone a Nick Gravenites di cantarla lui, come omaggio. Gravenites dice di no. «Buried Alive in the Blues» resta com'era quel sabato sera: una base senza voce, messa a chiudere il primo lato del disco.

Pearl esce l'11 gennaio 1971, tre mesi dopo. In copertina c'è una foto di Barry Feinstein: Janis sdraiata su un divanetto dell'Ottocento, con un bicchiere in mano e le piume colorate fra i capelli. Il 27 febbraio l'album arriva al Nr.1 della classifica americana e ci resta nove settimane. Sarà il disco più venduto della sua carriera.

L'etichetta rosso-arancio di un 45 giri Columbia: si leggono il nome Janis Joplin, il titolo Me and Bobby McGee, gli autori K. Kristofferson e F. Foster, la dicitura dall'album Pearl e il nome del produttore Paul Rothchild

L'etichetta del 45 giri americano di «Me and Bobby McGee»: sotto il titolo, la scritta «Produced by Paul Rothchild».
Immagine di Columbia Records · dal sito Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Il giorno dopo l'album esce anche il 45 giri di «Me and Bobby McGee». Kris Kristofferson non sapeva nemmeno che Janis l'avesse incisa: la ascolta per la prima volta all'indomani della sua morte. Il 20 marzo 1971 la canzone è al Nr.1 della classifica americana dei singoli, e ci resta due settimane. È l'unico primo posto di Janis Joplin, e il secondo nella storia di quella classifica raggiunto da un artista già scomparso, dopo «(Sittin' On) The Dock of the Bay» di Otis Redding nel 1968.

Gravenites la sua canzone la canterà più tardi, nel 1971, proprio con i Big Brother and the Holding Company, la vecchia band di Janis. Ma la versione che tutti conoscono è l'altra.

Chi era Janis prima di quell'estate, dalla ragazza derisa a scuola in Texas alla cantante di Monterey e di Woodstock, lo abbiamo raccontato il 19 gennaio, nel giorno del suo compleanno: «Janis Joplin: voce blues incendiaria e graffi eterni».

Resta quella base. Questa è «Buried Alive in the Blues» così come la Full Tilt Boogie Band la incise il 3 ottobre 1970, e così come sta su Pearl: due minuti e mezzo di musica in cui si sente benissimo il posto lasciato libero per una voce.

Fonti: Wikipedia EN (voci Janis Joplin, Pearl, Full Tilt Boogie Band, Me and Bobby McGee, Mercedes Benz, List of Billboard Hot 100 number ones of 1971, List of Billboard 200 number-one albums of 1971), da cui vengono anche la frase di Janis Joplin sulla band e la definizione di Paul Rothchild; HiFi News, «Janis Joplin: Pearl», per l'ingaggio di Rothchild e le parole riferite da John Byrne Cooke; John Byrne Cooke, On the Road with Janis Joplin (2014), nel brano letto dall'autore alla radio pubblica americana NPR; Far Out Magazine per le parole di John Lennon al Dick Cavett Show e per il testamento; Ultimate Classic Rock per la festa del 26 ottobre 1970 al Lion's Share; American Songwriter e Best Classic Bands sugli ultimi giorni e sull'album; canale YouTube ufficiale di Janis Joplin.
Foto: Wikimedia Commons, Albert B. Grossman Management (pubblico dominio); Wikimedia Commons, Sam Howzit (CC BY 2.0); Wikimedia Commons, Columbia Records (pubblico dominio).


Sotto quel video, sul canale ufficiale di Janis Joplin, uno dei commenti più votati dice in due righe quello che abbiamo provato a raccontare:

@TangoBinAlsheed · 5 anni fa
«This song is still fire even without lyrics. And there is something very poetic about an Artists Unfinished Work»

Traduzione: «Questa canzone spacca anche senza le parole. E c'è qualcosa di molto poetico nell'opera incompiuta di un'artista.»

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