«Good Vibrations», sessant'anni: i cani che abbaiano, novanta ore di nastro e un testo scritto in macchina
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«Good Vibrations», sessant'anni: i cani che abbaiano, novanta ore di nastro e un testo scritto in macchina

La copertina del 45 giri di «Good Vibrations» nella pubblicità uscita sulla rivista americana Billboard il 15 ottobre 1966 (particolare): lo slogan promette un suono nuovo e incredibile, da primo posto in classifica.
Immagine di proprietà di Capitol Records · dal sito Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Il 10 ottobre 1966 la Capitol Records mette nei negozi americani un 45 giri dei Beach Boys. Si intitola «Good Vibrations» e dura tre minuti e trentacinque secondi. Per farlo ci sono voluti sette mesi, quattro studi di registrazione e più di novanta ore di nastro. In quegli anni una canzone da classifica si incideva in un paio di giorni.
Oggi quel disco compie sessant'anni, ed è il primo anniversario tondo senza l'uomo che lo ha immaginato: Brian Wilson è morto l'11 giugno 2025, a ottantadue anni. Questa è la storia di come ci è arrivato, a quei tre minuti e mezzo. Comincia con una mamma, un bambino e un cane che abbaia.
I cani di mamma Audree
I Beach Boys sono una faccenda di famiglia. Nascono nel 1961 a Hawthorne, alla periferia di Los Angeles: tre fratelli, Brian, Dennis e Carl Wilson, il cugino Mike Love e un compagno di scuola, Al Jardine. Cantano il surf, le automobili e le ragazze della California, e vendono milioni di dischi. Brian è il maggiore: scrive le canzoni, le arrangia e le produce, cioè decide in studio come devono suonare.
Da bambino, ha raccontato lui stesso più volte, la madre Audree gli aveva spiegato perché i cani abbaiano ad alcune persone e ad altre no: sentono le «vibrazioni» che ognuno manda, cose che non si vedono ma si avvertono. A lui quella parola aveva fatto paura, proprio perché parlava di qualcosa di invisibile. Lui, ha raccontato, le chiese se ne esistessero anche di buone. E lei rispose di sì: a volte i cani sentono anche quelle.
All'inizio del 1966 Brian ha ventitré anni e sta lavorando a Pet Sounds, l'album più ambizioso che il gruppo abbia mai tentato. Fa sentire alcuni accordi a Tony Asher, un autore di slogan pubblicitari che gli sta scrivendo i testi di quel disco. Ha in mente il ritornello e un titolo, «Good Vibes». Ad Asher sembra un'espressione alla moda e troppo leggera: propone «Good Vibrations».
«Senza titolo numero 1»
La prima seduta è a metà febbraio 1966 ai Gold Star Studios di Hollywood. Sul foglio del sindacato dei musicisti il pezzo è segnato come «Untitled #1», senza titolo numero uno. Servono ventisei tentativi per arrivare a una versione di prova.
Una nota interna della Capitol, datata 23 febbraio, mette la canzone nella scaletta di Pet Sounds. Ma Brian non la considera finita e la toglie dall'album, contro il parere dei compagni. Anni dopo Al Jardine lo chiamerà un grande errore: con quel pezzo dentro, pensava, il disco avrebbe venduto molto di più. Pet Sounds esce a maggio senza «Good Vibrations».
Una canzone registrata a pezzi
Ad aprile Brian la rifà da capo. A maggio cambia metodo, ed è qui che la storia diventa unica. Smette di registrare la canzone dall'inizio alla fine e comincia a inciderla a frammenti: un ritornello, un passaggio, un finale. Ogni frammento ha i suoi strumenti e il suo umore. L'idea è tagliare poi i nastri e incollarli uno dopo l'altro, come fa un regista quando monta un film.
Gira per quattro studi di Hollywood: Gold Star, Western, Sunset Sound e Columbia. Dice che ogni sala ha un suono suo, e che gli servono tutti. Fa una ventina di sedute. Convoca più di trenta musicisti di studio, i professionisti di Los Angeles che suonano, senza comparire in copertina, su mezza classifica americana. Per mesi nessuno di loro sa che cosa uscirà da quel lavoro. Alcune sedute finiscono senza che sia stato registrato niente.
A un certo punto Brian si scoraggia. Confida a un collaboratore, David Anderle, di aver messo da parte la canzone e di volerla cedere a un'altra casa discografica, per farla cantare a qualcun altro. Poi ci ripensa. Il 12 giugno fa aggiungere un violoncello che nel ritornello suona a scatti, come un motore: nelle canzoni da classifica di allora non lo faceva quasi nessuno. Quindi si ferma per nove settimane.

Brian Wilson prende appunti al banco di regia, in una foto pubblicata il 7 maggio 1966, nei mesi in cui «Good Vibrations» prendeva forma.
Foto apparsa sulla rivista Cash Box in una pagina pubblicitaria di Capitol Records · dal sito Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Gli altri, intanto, sono in tour. Brian non sale più sul palco con loro dalla fine del 1964: resta a casa a scrivere e a registrare, e in concerto lo sostituisce Bruce Johnston, entrato nel gruppo nel 1965. L'11 agosto, dopo un concerto a Fargo, nel North Dakota, Carl riceve una telefonata dal fratello, che dallo studio gli fa ascoltare la canzone attraverso la cornetta. Carl ha ricordato una musica stranissima, con dei tamburi che picchiavano, e poi quel violoncello.
Il theremin che non era un theremin
Il suono che tutti ricordano di «Good Vibrations» è quel fischio che sale e scende nel ritornello, come una voce di fantasma. Da sessant'anni si dice che sia un theremin, lo strumento elettronico inventato negli anni Venti dal russo Leon Theremin, che si suona muovendo le mani nell'aria senza toccare niente. Non è così.
È un Electro-Theremin, e lo suona l'uomo che se lo è fatto costruire: Paul Tanner. Tanner ha quasi cinquant'anni ed è un trombonista: dal 1938 al 1942 ha suonato nell'orchestra di Glenn Miller, la più famosa d'America negli anni dello swing. Il suono del theremin gli piaceva, ma voleva poter prendere la nota giusta con sicurezza. Così, alla fine degli anni Cinquanta, mette a punto insieme a un inventore dilettante, Bob Whitsell, una scatola di legno con un cursore che scorre avanti e indietro, un po' come la coulisse del suo trombone.
Brian lo chiama per Pet Sounds e poi per «Good Vibrations», dalla prima seduta all'ultima. Quando gli chiede di seguire i Beach Boys in tour, Tanner risponde di no: ha altri impegni. Più tardi, convinto che i sintetizzatori lo avessero reso inutile, cede il suo strumento a un ospedale, dove serve per gli esami dell'udito. Muore nel 2013, a novantacinque anni.
Venti minuti in macchina
La musica c'è, ma mancano le parole. Le strofe di Tony Asher non convincono Brian, che le scarta e affida il testo al cugino Mike Love, il cantante dalla voce più bassa del gruppo. Love rimanda a lungo. Il 24 agosto 1966 lo scrive in macchina, nei venti minuti di strada verso lo studio: le strofe sulla ragazza, i colori, il profumo nel vento, e la frase del ritornello sulle buone vibrazioni. Per fare la rima usa «excitations», e molti anni dopo ammetterà che non è una vera parola inglese, ma che suonava bene.
La voce solista doveva essere quella di Dennis, il batterista. Ha la laringite, e all'ultimo momento canta Carl, che ha diciannove anni. Le voci vengono incise e poi rifatte tutte da capo, perché Brian non è contento. Love ricorda di aver ripetuto venticinque o trenta volte passaggi lunghi pochi secondi.
A settembre i nastri originali spariscono per due giorni: erano a casa di Brian. Il 21 settembre, in una seduta che va dalle sette di sera alle tre del mattino, Tanner aggiunge l'ultima parte di Electro-Theremin e Brian chiude il montaggio definitivo. Dentro ci sono le strofe incise a febbraio, i ritornelli di giugno e altri pezzi di maggio e di settembre. Riascoltando il risultato, racconterà, si disse soltanto: «Oh my God».
Il disco più caro
Quanto è costato? Nessuno lo sa con precisione. La pubblicità dell'epoca parla di 10.000 dollari, alcune ricostruzioni arrivano a 50.000 e oltre; Brian, nel 2018, disse che la cifra vera era vicina ai 25.000. In ogni caso era più di quanto si spendeva allora per un album intero: nessun 45 giri era mai costato tanto.
Alla Capitol qualcuno ha dei dubbi. La canzone supera i tre minuti che le radio considerano il limite, a metà rallenta fin quasi a fermarsi e non si riesce a ballare. Lo stesso Brian ha ammesso che il gruppo aveva pensato di non farla uscire, tanto era strana. A convincerlo sono gli amici a cui la fa ascoltare a casa. L'addetto stampa del gruppo, l'inglese Derek Taylor, che aveva lavorato con i Beatles, le trova un nome: pocket symphony, sinfonia tascabile.
In quattro giorni il singolo vende più di 293.000 copie. In Gran Bretagna esce il 28 ottobre e va al primo posto per due settimane. Il 10 dicembre 1966 è al Nr.1 anche negli Stati Uniti: è il primo 45 giri dei Beach Boys a superare il milione di copie.
Il sorriso che non arrivò
Brian vuole usare lo stesso metodo per un album intero. Si chiamerà Smile, e «Good Vibrations» ne farà parte. Ci lavora per mesi insieme a Van Dyke Parks, un giovane musicista e paroliere, e registra moltissimi frammenti. Ma i pezzi da montare questa volta sono troppi, le pressioni anche, e la sua salute mentale cede. Nel 1967 Smile viene abbandonato. «Good Vibrations» finisce su un disco più piccolo, Smiley Smile, contro il parere di Brian.

Brian Wilson canta in studio con le cuffie, in una foto pubblicata il 7 maggio 1966.
Foto apparsa sulla rivista Cash Box in una pagina pubblicitaria di Capitol Records · dal sito Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Per Smile bisogna aspettare quasi quarant'anni. Brian lo incide di nuovo da solista nel 2004, e nel 2011 escono finalmente le registrazioni originali dei Beach Boys. Di «Good Vibrations», invece, non esiste più il nastro a otto piste da cui tutto era stato mixato: è andato perso negli anni Ottanta. Quello che ascoltiamo viene dal nastro finale in mono, quello su cui Brian aveva incollato i suoi pezzi.
Una madre aveva spiegato a un bambino che esistono cose che non si vedono ma si sentono. Lui ci ha messo sette mesi, e le ha fatte sentire a tutti.
🎧 Il brano del giorno
The Beach Boys – Good Vibrations
Provate ad ascoltarla contando i cambi di scena. Si parte con la voce di Carl Wilson, leggera, sopra un organo. Poi arriva il ritornello, con la voce bassa di Mike Love, il violoncello che gratta e il fischio dell'Electro-Theremin. A metà la canzone cambia strada due volte: prima un passaggio sognante, poi un organo da chiesa su cui tutto rallenta, fino a un secondo di silenzio. E quando sembra finita ripartono le voci, una sopra l'altra. Nel filmato, uno di quelli girati nell'autunno del 1966 per promuovere il disco, i Beach Boys fanno i pompieri: dormono in caserma, scivolano giù dal palo e inseguono l'autopompa per le strade di Los Angeles.
Fonti: Wikipedia EN (voci Good Vibrations, Brian Wilson, Smile, Electro-Theremin, Paul Tanner), che per date e sedute si basa sul libro di Keith Badman The Beach Boys (2004) e sulle note di The Smile Sessions (2011) curate dall'archivista del gruppo Craig Slowinski; i ricordi di Brian Wilson sulla madre e sui cani vengono dalle sue interviste; Billboard, 15 ottobre 1966, per la pubblicità del singolo.
Sotto il video ufficiale di «Good Vibrations», fra i commenti più votati ce n'è uno che dice in una riga lo stupore di chi la ascolta ancora oggi:
@davidnissim589 · 3 anni fa
«60 years later, there's still no other song that sounds like this. Brian Wilson is a genius.»
Traduzione: «Sessant'anni dopo, non c'è ancora un'altra canzone che suoni così. Brian Wilson è un genio.»
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