19 agosto 1972: Bowie portò i mimi sul palco del Rainbow, e in platea c'era mezza Inghilterra del rock
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Nell'estate del 1972 David Bowie aveva ventinove anni e un problema che nessuno gli aveva chiesto di risolvere: il rock dal vivo, fino a quel momento, era una band su un palco quadrato con qualche faro addosso. Lui veniva da un'altra parte. Da ragazzo, alla fine degli anni Sessanta, aveva studiato mimo con Lindsay Kemp, e aveva imparato una cosa che i suoi colleghi non sapevano: che un corpo fermo, illuminato bene, dice più di un assolo.
The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars era uscito a giugno. La storia era quella di un alieno che scende sulla Terra a fare la rockstar e ne viene divorato. Bowie decise che non l'avrebbe cantata: l'avrebbe messa in scena.
Due settimane di prove dentro un teatro vuoto
Affittò il Rainbow Theatre di Finsbury Park, a nord di Londra — un ex cinema Astoria degli anni Trenta, con la sala a ferro di cavallo e i palchetti laterali. Non lo affittò per la sera del concerto: lo affittò dal primo al quattordici agosto per provarci dentro, e poi ancora dal sedici al diciotto per le prove generali. Due settimane e mezzo, che nel 1972 era una cosa che facevano le compagnie teatrali, non le band.
Ci fece costruire dentro un'impalcatura a più livelli, una specie di città verticale su cui i musicisti salivano e scendevano; chiamò Lindsay Kemp e i suoi ballerini a muoversi negli spazi vuoti; e progettò le luci come si progettano per l'opera, a tagliare il buio invece che a riempirlo.
I biglietti per il 19 agosto finirono in due ore. Ne aggiunsero in fretta una seconda serata per il giorno dopo.
La sera del 19
Lo spettacolo non cominciò con una canzone. Cominciò con Un Chien Andalou, il cortometraggio surrealista di Luis Buñuel e Salvador Dalí del 1929 — quello dell'occhio tagliato dal rasoio — proiettato davanti a un teatro pieno di ragazzi venuti per il rock. Poi, sopra il buio, partì l'Inno alla gioia di Beethoven. E solo allora si accesero le luci sull'impalcatura.
In sala, quella sera, c'erano Mick Jagger, Elton John, Rod Stewart e Alice Cooper. Non erano lì per cortesia. Erano lì perché si era sparsa la voce che quel ragazzo magrissimo coi capelli arancioni stesse facendo qualcosa che nessuno aveva ancora provato a fare, e nessuno di loro voleva essere l'ultimo a saperlo.

L'uomo alla sua destra
Perché la parte che si dimentica sempre di quella stagione è che Ziggy Stardust non era un assolo. Alla chitarra c'era Mick Ronson, un ragazzo di Hull che prima di suonare con Bowie faceva il giardiniere comunale. Era lui a scrivere gli arrangiamenti d'archi, a inventare i riff, a reggere il muro di suono su cui Bowie poteva permettersi di recitare. Quando Bowie si inginocchiava davanti alla sua Les Paul e la mordeva — una posa che nel 1972 fece scandalo — funzionava perché dall'altra parte c'era un chitarrista che suonava sul serio.
Ronson se ne sarebbe andato nel 1993, a quarantasei anni. Bowie lo chiamò sul palco per l'ultima volta al concerto di Freddie Mercury, l'anno prima.
Che cosa è rimasto
Tutto quello che oggi diamo per scontato in un concerto — la scenografia che racconta una storia, il cantante che è un personaggio e non sé stesso, le luci che fanno la regia, il costume che cambia — comincia in gran parte da quel palco lì. I Genesis di Peter Gabriel, i Queen, i Kiss, Alice Cooper che quella sera guardava dalla platea: tutti hanno preso qualcosa dal Rainbow.
E Bowie, che aveva costruito un personaggio perfetto, un anno dopo lo avrebbe ucciso sul palco dell'Hammersmith Odeon, davanti a un pubblico che non se lo aspettava. Ma questa è un'altra storia.
@P7ish · 2 anni fa · 312 like
«Imagine being 16 years old and hearing this for the first time in 1972. To say it blew my mind is an understatement. And its still so good in 2024!»
Traduzione: «Immagina di avere sedici anni e di sentirla per la prima volta nel 1972. Dire che mi ha fatto saltare la testa è dire poco. Ed è ancora così bella nel 2024!»
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