Chuck Berry, 18 ottobre 1926: cento anni dal ragazzo di Goode Avenue che trasformò «Ida Red» in «Maybellene» e insegnò al rock a parlare con la chitarra
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Chuck Berry, 18 ottobre 1926: cento anni dal ragazzo di Goode Avenue che trasformò «Ida Red» in «Maybellene» e insegnò al rock a parlare con la chitarra

Chuck Berry in una foto promozionale della fine degli anni Cinquanta, gli anni di «Maybellene» e «Johnny B. Goode».
Foto di proprietà di Pickwick Records (pubblicata su Billboard, 1972) · dal sito Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Il 18 ottobre 1926, a St. Louis, nel Missouri, nasce Charles Edward Anderson Berry. Per tutti diventerà Chuck Berry, e per molti semplicemente il padre del rock and roll. Oggi sono cento anni esatti.
Non vi raccontiamo il concerto dei suoi sessant'anni: di quello, e del film che ne nacque, abbiamo già parlato pochi giorni fa. Vi raccontiamo come un ragazzo cresciuto in un quartiere nero di St. Louis prese una vecchia canzone western da ballo, la caricò su un'automobile lanciata a tutta velocità e ne fece la prima pagina di un vocabolario che i chitarristi usano ancora oggi. E di come quel vocabolario sia finito, letteralmente, fra le stelle.
Il ragazzo di Goode Avenue
Chuck è l'ultimo figlio di Henry William Berry e di Martha Bell Banks. Il padre è un impresario edile e diacono di una chiesa battista lì vicino, la madre è una preside abilitata delle scuole pubbliche. La famiglia vive nel nord di St. Louis, in un quartiere chiamato The Ville: fra gli anni Dieci e il 1950 è il cuore della cultura afroamericana della città, il posto dove stanno le sue scuole, i suoi ospedali, le sue chiese. La casa natale è al numero 2520 di Goode Avenue. Ricordatevi il nome di quella strada: tornerà.
Al liceo Sumner, la prima scuola superiore per studenti neri a ovest del Mississippi, Chuck sale per la prima volta su un palco, nel 1941. Alla recita degli studenti sceglie un blues di Jay McShann, «Confessin' the Blues», che in quell'occasione non era considerato adatto. Racconta il suo sito ufficiale che l'applauso fu fragoroso, e che da quel giorno Chuck Berry non poté più stare lontano da un palco.
Poi la strada si storce. Nel 1944, ancora studente, viene arrestato con alcuni amici per una serie di rapine a Kansas City e per un'auto rubata sotto la minaccia di una pistola. Finisce nel riformatorio per giovani di Jefferson City. Lì dentro mette su un quartetto vocale, così bravo che le autorità gli permettono di esibirsi fuori dall'istituto. Torna libero nel giorno del suo ventunesimo compleanno: il 18 ottobre 1947.
L'anno dopo sposa Themetta Suggs, per tutti «Toddy», che resterà al suo fianco per tutta la vita. Per mantenere la famiglia lavora in due fabbriche di automobili, fa il custode nel palazzo dove abita, studia da estetista. E la sera suona.
Il «country nero» del Cosmopolitan Club
Ha preso lezioni di chitarra da un amico, il chitarrista jazz Ira Harris, e ha rubato riff e mosse da palco al bluesman T-Bone Walker. Nel 1953 entra nel trio del pianista Johnnie Johnson, che suona al Cosmopolitan Club di St. Louis: è l'inizio di una collaborazione lunga decenni. Il repertorio va dal blues alle ballate, e c'è anche tanto country, la musica che in quegli anni va per la maggiore.
Berry lo ha raccontato nella sua autobiografia: per curiosità cominciò a proporre quella roba «da campagnoli» a un pubblico quasi tutto nero, e qualcuno prese a chiedersi chi fosse quel bifolco nero che suonava al Cosmo. Prima risero. Poi cominciarono a chiedere proprio quei pezzi, e a ballarli. E siccome il country piaceva ai bianchi, anche i bianchi cominciarono a entrare nel locale: secondo il sito ufficiale, in certe sere arrivavano a essere quasi il quaranta per cento della sala. In un'America ancora divisa dalla segregazione, è già un piccolo terremoto.
Da «Ida Red» a «Maybellene»
Nel maggio del 1955 Chuck va a Chicago. In un locale ascolta il suo idolo, Muddy Waters, arriva in tempo solo per l'ultimo pezzo, ma riesce ad avvicinarlo e gli chiede a chi rivolgersi per incidere un disco. La risposta è secca: Leonard Chess, alla Chess Records, all'angolo fra la Quarantasettesima e Cottage Grove. Il lunedì Berry si presenta, scopre che è l'etichetta di Howlin' Wolf e di Bo Diddley, e torna a St. Louis a registrare qualche provino.
Si porta dietro i suoi blues, convinto che siano quelli a interessare a un'etichetta di blues. Ma fra i nastri c'è anche una canzone che chiama «Ida May». È la sua versione di «Ida Red», un vecchio brano tradizionale americano reso celebre nel 1938 da Bob Wills e dai suoi Texas Playboys, i re del western swing: la canzone che Berry preferiva cantare nei locali dove neri e bianchi ballavano insieme. Con sua grande sorpresa, Leonard Chess dei blues non vuole sapere quasi niente. Vuole quella: una canzone da campagnoli cantata da un nero.
Chess però vuole anche un ritmo più pesante, e aggiunge al trio un contrabbasso e le maracas. E il titolo, dice, è troppo rurale. Secondo il racconto di Johnnie Johnson, vede per terra in studio una scatola di mascara e decide su due piedi: chiamiamola Maybellene. Con una grafia diversa da quella della marca di cosmetici, per non finire in tribunale. Berry ricordava la storia in un altro modo: Maybellene era il nome di una mucca in un libro di lettura della terza elementare. Di certo il testo viene riscritto da cima a fondo. Ora è una corsa in macchina: un ragazzo su una Ford V8 insegue la sua ragazza infedele, che fila via su una Cadillac Coupe DeVille. Berry diceva di averlo scritto pensando ai tempi del liceo, quando cercava di convincere le ragazze a salire sulla sua Ford V8 del 1934.
Si incide a Chicago il 21 maggio 1955: Johnnie Johnson al pianoforte, Willie Dixon al contrabbasso, Jerome Green della band di Bo Diddley alle maracas, Ebby Hardy alla batteria. Il disco esce a luglio e vende oltre un milione di copie entro la fine dell'anno, arriva al Nr.1 della classifica rhythm and blues di Billboard e al Nr.5 di quella pop. È uno dei primi dischi a entrare insieme nelle classifiche del rhythm and blues, del country e del pop. Rolling Stone lo riassumerà così: la chitarra rock comincia qui.
C'è anche un'ombra. Quando Berry vede la prima copia del disco, scopre che fra gli autori compaiono altri due nomi: quello di Russ Fratto, un tipografo legato alla Chess, e quello del disc jockey Alan Freed, che il pezzo lo passa in radio di continuo. È una pratica diffusa all'epoca, un modo di pagare chi spinge un disco. Berry dirà che Freed non aveva scritto niente con lui. Ci vorranno una causa e molti anni: quei due nomi verranno tolti nel 1986.
La grammatica della chitarra
Da lì in poi, per quattro anni, Chuck Berry scrive le regole. «Roll Over Beethoven» nel 1956, «Rock and Roll Music» e «School Days» nel 1957, «Sweet Little Sixteen» e «Johnny B. Goode» nel 1958. Canzoni brevi, chiare, che raccontano quello che i ragazzi vivono davvero: la scuola, le automobili, i juke box, il ballo, la musica stessa. Il critico Jon Pareles ha scritto che Berry inventò il rock come musica dei desideri adolescenti esauditi e dei bei momenti, anche con la polizia alle calcagna.
Al centro c'è la chitarra. Non come accompagnamento, ma come voce principale: il riff che apre il pezzo e lo tiene in piedi. L'attacco di «Johnny B. Goode» deve qualcosa all'assolo di Carl Hogan in «Ain't That Just Like a Woman» di Louis Jordan, del 1946, e Berry quel debito non lo ha mai nascosto. Ma è lui a trasformare quel modo di suonare in un linguaggio: le doppie note che scendono, il suono pulito e tagliente, la chitarra che dialoga col pianoforte di Johnson. Ted Nugent l'ha detta nel modo più semplice: se non conosci ogni lick di Chuck Berry, non puoi suonare la chitarra rock.
E poi c'è il corpo. Il celebre «duck walk», la camminata dell'anatra, Berry diceva di averla inventata da bambino, quando strisciava sotto un tavolo piegato sulle ginocchia ma con la schiena dritta per recuperare una palla, e la famiglia rideva. La ripescò per un concerto a New York, e un giornalista le diede il nome che porta ancora.
«Johnny B. Goode», del resto, è un po' la sua autobiografia. Il ragazzo di campagna che non sa né leggere né scrivere ma suona la chitarra come chi suona una campana, e che un giorno vedrà il suo nome fra le luci. Berry ammise che all'inizio era un ragazzo «di colore», e che cambiò la parola in «di campagna» perché le radio la trasmettessero. E il cognome di Johnny è il nome della strada dove era nato: Goode Avenue.
Un disco d'oro verso le stelle
Nel 1977 la NASA lancia le due sonde Voyager. A bordo di ciascuna c'è un disco di rame placcato d'oro: suoni, immagini e musiche scelti per raccontare la vita sulla Terra a chiunque, un giorno, dovesse trovarlo. La selezione la guida l'astronomo Carl Sagan. Ci sono Bach, Mozart, Beethoven, Stravinskij, Louis Armstrong, Blind Willie Johnson, musiche di tutto il mondo. E c'è una sola canzone rock and roll: «Johnny B. Goode».
Non fu una scelta pacifica. L'etnomusicologo Alan Lomax, che faceva parte del gruppo, protestò che il rock era musica da adolescenti. Sagan gli rispose che sul pianeta di adolescenti ce n'erano parecchi. Curiosità: al suono di quel disco lavorò come tecnico anche un giovane Jimmy Iovine, lo stesso che pochi anni dopo avrebbe prodotto Patti Smith, Tom Petty e i Dire Straits.

Chuck Berry suona «Johnny B. Goode» al Jet Propulsion Laboratory della NASA, nell'agosto del 1989, nei giorni dell'incontro della Voyager 2 con Nettuno.
Foto di proprietà di NASA/JPL-Caltech · dal sito Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Oggi entrambe le Voyager hanno raggiunto lo spazio interstellare: la prima è l'oggetto costruito dall'uomo più lontano dalla Terra. Nell'agosto del 1989, mentre la Voyager 2 sfiorava Nettuno, Chuck Berry andò a suonare «Johnny B. Goode» per gli scienziati del Jet Propulsion Laboratory. E nel 2020 l'Unione Astronomica Internazionale ha dato il suo nome a un piccolo cratere su Mercurio.
Tutti a lezione da Chuck
Se gli alieni non lo hanno ancora ascoltato, i ragazzi inglesi lo hanno ascoltato eccome. I Rolling Stones debuttano su disco nel giugno del 1963 con una sua canzone, «Come On». I Beatles mettono «Roll Over Beethoven» sul loro secondo album, With the Beatles, cantata da George Harrison. E il 18 ottobre 1964, proprio nel giorno del suo trentottesimo compleanno, in una lunga sessione ad Abbey Road incidono la loro versione di «Rock and Roll Music» per Beatles for Sale. Negli Stati Uniti i Beach Boys costruiscono «Surfin' U.S.A.» sulla melodia di «Sweet Little Sixteen».
Quelle cover arrivano in un momento in cui lui non può goderselo. Nel 1962 Berry entra in carcere, condannato in base al Mann Act per aver portato oltre i confini di uno stato una ragazza di quattordici anni, con cui aveva avuto rapporti, facendola lavorare nel suo locale di St. Louis. Ne esce nell'ottobre del 1963 e trova la strada spianata proprio da chi lo aveva copiato: nel 1964 torna in classifica con «Nadine», «No Particular Place to Go» e «You Never Can Tell».
Gli omaggi, negli anni, non si contano. John Lennon diceva che se si volesse dare al rock and roll un altro nome, lo si potrebbe chiamare Chuck Berry. Bob Dylan lo ha definito lo Shakespeare del rock and roll. Joe Perry degli Aerosmith lo ha paragonato a Hemingway: frasi brevi, dritte al punto, e in pochi versi vedi tutta la scena. Leonard Cohen arrivò a dire che tutti loro erano soltanto note a piè di pagina delle parole di Chuck Berry. Nel 1986 è nella prima infornata della Rock and Roll Hall of Fame; nel 2023 Rolling Stone lo mette al Nr.2 fra i più grandi chitarristi di sempre.
Un mercoledì al mese a Blueberry Hill
Chuck Berry non se ne è mai andato davvero da St. Louis. Dal 1996 al 2014, un mercoledì al mese, sale sul palco della Duck Room del Blueberry Hill, un locale del quartiere Delmar Loop: passati i settant'anni, poi gli ottanta, sempre lì, a pochi metri dal pubblico. Nel 2011, proprio davanti al locale, la città gli dedica una statua alta due metri e mezzo. Lui commenta che un onore così si dà di rado, e che non se lo merita.
Il 18 ottobre 2016, nel giorno dei suoi novant'anni, annuncia un disco nuovo, il primo di inediti dai tempi di Rockit, del 1979. Si intitola semplicemente Chuck, ci suonano anche i figli Charles Jr. e Ingrid, ed è dedicato a Toddy. Non farà in tempo a vederlo uscire. Muore il 18 marzo 2017 nella sua casa vicino a Wentzville, a novant'anni. Viene sepolto con una Gibson rosso ciliegia fissata all'interno del coperchio della bara. Chuck esce a giugno, e in Gran Bretagna entra fra i primi dieci album: non gli succedeva dal 1977.
Cento anni dopo quel 18 ottobre a Goode Avenue, è difficile accendere un amplificatore senza suonare, anche solo per un attimo, qualcosa che ha inventato lui.
🎧 Il brano del giorno
Chuck Berry – Little Queenie (singolo, 1959)
Registrata a Chicago il 19 novembre 1958, con Willie Dixon al contrabbasso e Fred Below alla batteria, esce nel marzo del 1959 in coppia con «Almost Grown», e Berry la canta anche nel film Go, Johnny, Go!. In classifica si ferma al Nr.80, eppure è una di quelle canzoni che hanno fatto scuola più di tante hit: i Beatles la suonano ad Amburgo e a Liverpool dal 1960 al 1963, con Paul McCartney alla voce; i Rolling Stones la mettono in Get Yer Ya-Ya's Out!, registrata dal vivo al Madison Square Garden nel 1969; Marc Bolan dei T. Rex raccontò di aver scritto «Get It On» perché voleva incidere «Little Queenie», e in chiusura del pezzo ne recita anche una riga. È il riff di Chuck che passa di mano in mano. Questa è una versione dal vivo pubblicata sul canale ufficiale di Chuck Berry: guardatelo sorridere, con la chitarra in mano, come se l'avesse scritta quella sera.
Fonti: sito ufficiale chuckberry.com (biografia); Wikipedia EN (voci Chuck Berry, Maybellene, Ida Red, Johnny B. Goode, Little Queenie, Roll Over Beethoven, Come On, Voyager Golden Record, The Ville, Blueberry Hill, Chuck), con i giudizi e le dichiarazioni di Rolling Stone, Jon Pareles, Ted Nugent, John Lennon, Bob Dylan, Joe Perry e Leonard Cohen riportati nelle voci; NASA/JPL; Wikimedia Commons per le foto.
Sotto il video ufficiale di «Little Queenie», uno dei commenti più votati è questo:
@84tubbs18 · 8 anni fa
«Chuck Berry's music is playing on a satellite that has gone Interstellar and will be playing throughout the Universe for eternity, real talk.»
Traduzione: «La musica di Chuck Berry sta suonando su un satellite che è uscito nello spazio interstellare e continuerà a suonare per tutto l'universo, per l'eternità. Sul serio.»
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