3 ottobre 1954: nasce Stevie Ray Vaughan. Fischiato a Montreux, in due notti conquista David Bowie e lo studio per il primo disco

3 ottobre 1954: nasce Stevie Ray Vaughan. Fischiato a Montreux, in due notti conquista David Bowie e lo studio per il primo disco

Stevie Ray Vaughan, con il cappello nero a tesa larga, firma un autografo a un fan dopo un concerto dei Double Trouble a Minneapolis, il 25 ottobre 1989

Stevie Ray Vaughan firma un autografo dopo un concerto a Minneapolis, il 25 ottobre 1989.
Foto di Joe Bielawa · dal sito Wikimedia Commons (CC BY 2.0), ritagliata.

Il 3 ottobre 1954, al Methodist Hospital di Dallas, in Texas, nasce Stephen Ray Vaughan. Il mondo lo conoscerà come Stevie Ray Vaughan, il chitarrista che negli anni Ottanta, in piena epoca di sintetizzatori, riporta il blues in classifica.

Ma prima di arrivarci passa quasi trent'anni lontano dai riflettori: un quartiere di Dallas, un fratello maggiore da imitare, dieci anni di locali ad Austin senza un contratto. Poi, nel luglio del 1982, una serata in Svizzera che finisce fra i fischi. È da lì, da quella che sembra una disfatta, che in due notti cambia tutto.

Il fratello minore

Il padre, Jimmie Lee Vaughan, detto «Big Jim», fa l'operaio e posa isolamenti in amianto; la madre si chiama Martha. La famiglia segue il lavoro del padre da uno Stato all'altro del Sud, poi si ferma a Oak Cliff, un quartiere di Dallas. In casa l'aria è pesante: Big Jim beve, e ha un carattere violento. Stevie cresce timido e insicuro.

C'è però un fratello, Jimmie, più grande di tre anni e mezzo, che suona la chitarra. Stevie lo guarda e vuole fare lo stesso. Prova con una batteria costruita con scatole da scarpe e teglie, prova con il sassofono; poi, nel 1961, per il suo settimo compleanno, riceve una chitarra giocattolo dei grandi magazzini Sears, decorata con disegni da film western. Impara a orecchio, andando dietro ai dischi: i grandi del blues come Albert King e Muddy Waters, e poi Jimi Hendrix. Nel 1963 arriva la prima chitarra elettrica: è quella che Jimmie non usa più.

Quando Jimmie se ne va di casa, a sedici anni, Stevie resta solo con la sua fissazione, che ai genitori non piace. Trova un lavoro in un chiosco di hamburger: lava i piatti e porta fuori la spazzatura per settanta centesimi l'ora. Un giorno cade dentro un barile di grasso, e decide che basta: vivrà di musica.

Nel 1969, a quattordici anni, si presenta al provino di una band. Il batterista, Mike Steinbach, se lo ricorderà così: «Il ragazzino aveva quattordici anni. Gli facemmo fare “Jeff's Boogie”, uno strumentale velocissimo, e lui lo suonò nota per nota». Quando però chiede di mettere in scaletta un po' di blues, gli rispondono che con il blues non si campa.

Dieci anni nei locali di Austin

A diciassette anni lascia la scuola e si trasferisce ad Austin, la capitale del Texas, dove il fratello è già andato a suonare e dove il pubblico è più aperto che a Dallas. Passa da una band all'altra. Dal 1975 suona ogni settimana con un gruppo che si chiama Cobras, e approda all'Antone's, il locale appena aperto che in città chiamano «la casa del blues»: lì gli capita di suonare accanto ai suoi maestri, da Albert King a Buddy Guy.

Nel 1978 dà alla sua band il nome di Double Trouble, preso da una canzone del bluesman Otis Rush. Alla batteria arriva Chris Layton; al basso, all'inizio del 1981, Tommy Shannon, che nel 1969 aveva suonato a Woodstock con il chitarrista Johnny Winter. È in quegli anni che il suo road manager Cutter Brandenburg, un amico di vecchia data, lo convince a usare in scena anche il secondo nome: da allora è «Stevie Ray».

Il trio diventa uno dei gruppi più seguiti del Texas. Fuori dal Texas, però, non lo conosce nessuno. Jimmie, intanto, ha fondato i Fabulous Thunderbirds e i dischi li incide già. Stevie ha ventisette anni e nessun contratto.

Montreux, 17 luglio 1982

La svolta parte da un vecchio signore dell'industria discografica: Jerry Wexler, il produttore che aveva lavorato con Ray Charles e Aretha Franklin. Sente i Double Trouble in un club di Austin e li raccomanda a Claude Nobs, il fondatore del Montreux Jazz Festival, uno dei festival più prestigiosi d'Europa, in Svizzera. Nobs li mette in cartellone per il 17 luglio 1982. È la prima volta che il festival ospita un gruppo senza contratto discografico.

La serata, al Casinò di Montreux, è dedicata al blues, ma a un blues molto diverso dal loro: quasi tutto acustico, suonato piano. I tre texani attaccano con due strumentali elettrici e tiratissimi, poi «Pride and Joy», «Texas Flood», «Love Struck Baby». Alla fine, dalla platea, arrivano i fischi.

Don Opperman, che lavorava con la band, ha raccontato che Stevie gli mise in mano la chitarra, uscì di scena e tornò in camerino con la testa fra le mani. Vaughan la ricordava così: «Non era tutto il pubblico. Erano poche persone sedute proprio davanti. Quella sala era fatta per il jazz acustico: quando cinque o sei persone fischiano, sembra che ti odi il mondo intero. Dicevano che suonavamo troppo forte, ma io avevo quattro coperte militari piegate sull'amplificatore, e il volume sul 2. Io sono abituato a suonare a 10!».

Due notti al bar del Casinò

Per non buttare via il viaggio, il manager della band trova due serate nel bar del Casinò, quello che resta aperto dopo i concerti. La prima notte gli si avvicina un uomo che al festival lo aveva visto suonare: è David Bowie, la rockstar inglese di «Space Oddity» e «Heroes», e sta pensando a un disco nuovo. «Mi ha davvero steso, con il suo modo di suonare», dirà Bowie in un'intervista del 1983. «Ho pensato che fosse uno dei chitarristi blues più entusiasmanti che avessi visto da anni».

La seconda notte, fra il pubblico, c'è Jackson Browne, uno dei cantautori californiani più amati degli anni Settanta. Sale sul palco con i suoi musicisti e suona con i Double Trouble fino al mattino. Prima di salutarli fa un'offerta: a Los Angeles ha uno studio di registrazione tutto suo, e possono usarlo gratis.

Un giornalista della rivista americana People, James McBride, riassumerà quella trasferta così: «Non aveva un album, né un contratto, né un nome, ma ridusse il palco a un mucchio di cenere fumante. E dopo, tutti volevano sapere chi fosse».

Un magazzino a Los Angeles

I Double Trouble prendono Browne in parola. A fine novembre del 1982, nei giorni del Ringraziamento, entrano nel suo studio nel centro di Los Angeles. Tommy Shannon lo ha descritto come «un grande magazzino con il pavimento di cemento e qualche tappeto buttato per terra»: loro si sistemano in un angolo, in cerchio, guardandosi in faccia, e suonano come se fossero su un palco. Il primo giorno se ne va per montare gli strumenti. Negli altri due registrano dieci canzoni, senza sovraincisioni. Doveva essere un nastro di prova. Diventerà Texas Flood, il loro primo album.

Proprio mentre sono lì dentro, squilla il telefono: è Bowie. Vuole Stevie a New York, per il disco che sta incidendo con il produttore Nile Rodgers, il chitarrista degli Chic. All'inizio Rodgers è perplesso: quel texano gli sembra una copia di Albert King. Bowie non è d'accordo: quello lì, dice, ha tutta un'altra cosa. Vaughan suona in sei delle otto canzoni di Let's Dance, comprese quella che dà il titolo all'album e «China Girl». «Quasi tutto è stato inciso alla prima o alla seconda», racconterà. Il disco esce il 14 aprile 1983 e diventa il più venduto della carriera di Bowie fino a quel momento.

David Bowie, in abito chiaro, canta al microfono sul palco del Serious Moonlight Tour nel novembre 1983; accanto a lui un tastierista dietro i sintetizzatori

David Bowie sul palco del Serious Moonlight Tour, nel novembre 1983: è il giro del mondo a cui Stevie Ray Vaughan rinunciò a pochi giorni dal debutto.
Foto di Jeffchat1 · dal sito Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0).

Il tour che non fece

Intanto il nastro di Los Angeles arriva sulla scrivania giusta. La scrivania è quella di John Hammond, il più celebre scopritore di talenti della discografia americana: ha più di settant'anni, e prima di Vaughan ha lanciato Billie Holiday, Bob Dylan e Bruce Springsteen. Hammond ascolta, e porta il nastro alla casa discografica Epic. A metà marzo del 1983 i Double Trouble firmano il loro primo contratto.

A quel punto Bowie rilancia: vuole Stevie come chitarrista del Serious Moonlight Tour, il giro del mondo che deve partire il 18 maggio da Bruxelles e che sarà il tour più grande dell'anno. A fine aprile Vaughan comincia le prove, in Texas. Ma le trattative sul suo ingaggio non vanno in porto, e c'è un disco suo da portare in giro. A pochi giorni dal debutto Stevie Ray se ne va. Al suo posto viene chiamato in fretta un altro chitarrista, Earl Slick.

Sembra una follia: uno sconosciuto che dice di no a una delle rockstar più famose del mondo. Lui la spiegava così: «Non potevo puntare tutto su una cosa di cui, in fondo, non mi importava granché. Era un rischio, ma di tutti quei grattacapi non avevo proprio bisogno». Paradossalmente è proprio quel rifiuto a far parlare di lui i giornali.

Texas Flood esce il 13 giugno 1983 e sale fino al Nr. 38 della classifica americana. Quell'anno la rivista Variety lo definisce «l'eroe della chitarra di quest'epoca».

Sette anni

Da lì in poi va tutto veloce. Nel 1984 esce il secondo album, Couldn't Stand the Weather, che vende ancora di più. Il 4 ottobre 1984, il giorno dopo il suo trentesimo compleanno, Stevie Ray Vaughan suona alla Carnegie Hall di New York, il tempio della musica classica: a presentarlo sul palco è John Hammond, che lo chiama «uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi», e nella seconda parte del concerto, alla chitarra ritmica, c'è suo fratello Jimmie. Il 15 luglio 1985 torna a Montreux, stavolta come nome di punta della serata. E stavolta il pubblico lo applaude.

La sua carriera sotto i riflettori dura in tutto sette anni: quattro album in studio con i Double Trouble, dal 1983 al 1989, e uno inciso con Jimmie, Family Style, che lui non vedrà pubblicato. Il 27 agosto 1990 muore a trentacinque anni in un incidente d'elicottero, dopo un concerto nel Wisconsin: è la storia che abbiamo raccontato in «Stevie Ray Vaughan e la nebbia di Alpine Valley».

Austin gli ha dedicato una statua di bronzo in riva al lago, dove suonava all'aperto. Nel 2015 è entrato con i Double Trouble nella Rock and Roll Hall of Fame. E nel maggio del 2026 Texas Flood, il disco inciso in due giorni in un magazzino prestato, è stato scelto dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti fra le registrazioni da conservare per sempre nel National Recording Registry.

Jimmie Vaughan, in giacca di pelle nera, sorride e indica la Fender Stratocaster consumata del fratello Stevie Ray, con le iniziali SRV sul battipenna, esposta in una teca

Austin, 15 febbraio 2024: Jimmie Vaughan accanto a «Number One», la Fender Stratocaster preferita del fratello, esposta alla LBJ Presidential Library.
Foto di Jay Godwin / LBJ Library · dal sito Wikimedia Commons (pubblico dominio), ritagliata.

Resta quella sera del 1982. Il concerto di Montreux fu filmato, e oggi ognuno può guardarlo e giudicare da sé. Questa è «Love Struck Baby», la canzone che Stevie aveva scritto per la moglie Lenny e che un anno dopo avrebbe aperto Texas Flood: meno di tre minuti di rock and roll, suonati davanti a chi si aspettava tutt'altro.

Fonti: Wikipedia EN (voci Stevie Ray Vaughan, Texas Flood, Live at Montreux 1982 & 1985, Love Struck Baby, Let's Dance, Serious Moonlight Tour, Jimmie Vaughan, John Hammond, Stevie Ray Vaughan Memorial), da cui vengono anche le dichiarazioni di Stevie Ray Vaughan, Don Opperman, Tommy Shannon, Mike Steinbach e David Bowie (intervista del 1983) e la citazione di James McBride dalla rivista People; biografia sul sito ufficiale srvofficial.com; Texas State Historical Association, Handbook of Texas (voce «Vaughan, Stevie Ray»); Rock & Roll Hall of Fame (rockhall.com); Loudwire sull'ingresso di Texas Flood nel National Recording Registry (14 maggio 2026); canale YouTube ufficiale di Stevie Ray Vaughan.
Foto: Wikimedia Commons, Joe Bielawa (CC BY 2.0); Wikimedia Commons, Jeffchat1 (CC BY-SA 3.0); Wikimedia Commons, Jay Godwin / LBJ Library (pubblico dominio).


Sotto quel video, sul canale ufficiale di Stevie Ray Vaughan, uno dei commenti più votati è di chi quella sera a Montreux avrebbe voluto esserci, e di certo non per fischiare:

@Strat10100 · 13 anni fa
«I would lose my mind If I saw SRV live playing this»

Traduzione: «Se vedessi SRV suonare questa dal vivo, perderei la testa.»

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