STORIE ROCK — 8 MAGGIO — Robert Johnson, il padre del Delta blues e la radice nera del rock

8 maggio 1911 – Robert Johnson: il bluesman del Mississippi che vendette l'anima al diavolo per inventare il rock'n'roll


Ci sono musicisti che hanno cambiato la musica con un disco. Robert Leroy Johnson la cambiò con appena ventinove canzoni, registrate in due sole sessioni di pochi giorni nel 1936 e nel 1937. Quando l'8 maggio 1911 nasce in una piantagione di Hazlehurst, Mississippi, l'America è ancora segregata, il blues è la musica dei juke joint del sabato sera nei campi di cotone, e la parola "rock and roll" non esiste. Johnson vivrà solo ventisette anni, sarà avvelenato a una festa nel 1938, e di lui esisteranno solo due o tre fotografie. Eppure, dopo la sua morte, ogni grande chitarrista rock del mondo — Eric Clapton, Keith Richards, Jimmy Page, Robert Plant, Jimi Hendrix, Bob Dylan, Mick Jagger — si inchinerà al suo fantasma. Senza di lui, semplicemente, il rock and roll non sarebbe mai esistito. Questa è la sua storia.

🌾 Hazlehurst, Mississippi: nascere nero nel Delta

Robert Johnson nasce nel cuore del Delta del Mississippi nel 1911, figlio illegittimo di Julia Major Dodds e di Noah Johnson, in piena epoca Jim Crow. Cresce tra Hazlehurst, Memphis e Robinsonville, in piantagioni di cotone dove i neri raccolgono dall'alba al tramonto sotto il sole impossibile del Delta. La sua infanzia è segnata dalla povertà estrema, dal razzismo legalizzato e dalla precarietà famigliare: cambia diversi cognomi prima di scegliere Johnson, vive con vari padri putativi, lavora nei campi fin da bambino. Ma in Mississippi il sabato sera c'è il blues. Robert ascolta gli anziani come Charley Patton, frequenta gli avi del Delta blues, impara a soffiare l'armonica e poi prova la chitarra. Quando da ragazzo cerca di salire sul palco con la chitarra a Robinsonville, succede qualcosa di umiliante: il leggendario Son House e Willie Brown gli affidano per gioco il loro strumento durante una pausa. Robert suona così male che il pubblico protesta. "Era un rumorista", ricorderà House in una famosa intervista degli anni Sessanta. "La gente diceva: per favore, fate smettere quel ragazzo, ci sta facendo impazzire." Lo cacciano dal palco. È il 1930, Johnson ha 19 anni e tutti pensano che non diventerà mai un bluesman.

🌙 La sparizione e il ritorno: il giovane scarso che sa tutto

Da quel giorno, Robert Johnson scompare dal Delta. Sparisce letteralmente per più di un anno. Nessuno sa dove sia, cosa stia facendo, dove dorma, di cosa viva. Ci sono varie versioni: secondo alcuni torna ad Hazlehurst e impara a suonare con un certo Ike Zimmerman, un misterioso bluesman che gli insegna nottetempo nei cimiteri del Mississippi (perché lì nessuno si lamenta del rumore). Secondo altri scompare semplicemente nel nulla. Quando ricompare, in un altro juke joint a Banks, Mississippi, succede l'incredibile. Lo stesso Son House lo ricorderà: "Un'altra sera Willie e io stavamo suonando, e arrivò questo ragazzo. Si avvicinò al palco con una chitarra in mano. Io gli dissi: 'Senti, ragazzo, vuoi farci di nuovo arrabbiare il pubblico?' Ma lui suonò. Suonò così bene che ci siamo guardati in faccia, Willie e io, e abbiamo detto: 'Da dove cazzo viene quel ragazzo?'" Era passato un anno o poco più. Robert Johnson era andato via incapace di suonare, ed era tornato uno dei più grandi chitarristi blues mai esistiti. Da dove? Come? Nessuno aveva una risposta razionale, e fu allora che cominciò a circolare la leggenda.

🔱 Il crocevia di Highway 61 e Highway 49

Nel Delta del Mississippi nasce così la mitologia. Si dice che Robert Johnson una notte di luna nera sia andato all'incrocio tra Highway 61 e Highway 49 a Clarksdale, in piena campagna. Si dice che lì, a mezzanotte, sia apparso un uomo nero alto e misterioso che gli abbia preso la chitarra, l'abbia accordata e gliel'abbia restituita, chiedendo in cambio l'anima. E che Robert, povero contadino mezzadro che voleva diventare un bluesman, abbia accettato. La storia gira nei juke joint dei neri, alimentata dalle stesse canzoni di Johnson — Cross Road Blues, Me and the Devil Blues, Hellhound on My Trail, Up Jumped the Devil — dove il diavolo, l'inferno, il segugio infernale e il crocevia tornano in modo ossessivo. Il blues, per i neri religiosi del Delta degli anni Trenta, era la "musica del diavolo": portava al vizio, all'alcol, al sesso, ai juke joint del sabato sera dove Dio non era ammesso. Era logico, in quel folklore, che un talento sovrannaturale come quello di Johnson dovesse venire dal Maligno. Ancora oggi, in quel crocevia di Clarksdale, una targa con tre chitarre blu ricorda l'evento, e migliaia di turisti ogni anno si fanno fotografare lì. La verità storica è probabilmente più prosaica: Johnson aveva semplicemente lavorato moltissimo durante la sua sparizione. Ma il mito è più potente della verità.

🎙️ 29 canzoni in due sessioni 1936-1937

Robert Johnson incide la sua intera discografia in due sole sessioni di pochi giorni totali. La prima è in una stanza d'albergo a San Antonio, Texas, nel novembre 1936: undici brani in tre giorni, registrati con un'apparecchiatura portatile dalla American Record Corporation, etichetta che gli paga pochi dollari a brano. La seconda è a Dallas, nel giugno 1937: tredici brani in due giorni. In totale, 29 canzoni — più alcuni take alternativi. Tra questi capolavori assoluti come Cross Road Blues, Sweet Home Chicago, Love in Vain, Come On in My Kitchen, Stop Breakin' Down Blues, Walking Blues. Il chitarrista suona seduto, voltato di spalle al microfono — qualcuno ha scritto "verso l'angolo", da qui la leggenda che Johnson nascondesse la mano sinistra ai colleghi gelosi. Ma la vera ragione era probabilmente acustica: cercava la riflessione del suono dalle pareti. La voce è un lamento sospeso, le dita sulle corde fanno cose impossibili. Johnson suona bassi, ritmica e melodia tutto insieme, come se fosse due chitarristi che si rispondono. È una rivoluzione tecnica del blues: nessuno suonava la chitarra in quel modo, e quasi nessuno saprà rifarlo dopo di lui.

💀 Greenwood, 1938: la morte di un re a 27 anni

Robert Johnson muore il 16 agosto 1938 a Greenwood, Mississippi, in circostanze rimaste oscure. La versione più accreditata, raccontata anni dopo dal chitarrista David "Honeyboy" Edwards che era con lui quella sera: Johnson era a una festa al Three Forks Inn dove suonava con regolarità, quando il proprietario del juke joint, geloso perché Robert stava amoreggiando con sua moglie, gli avrebbe offerto una bottiglia di whiskey aperta. Sonny Boy Williamson II, anche lui presente, avrebbe avvertito Johnson di non bere: "Mai accettare una bottiglia già aperta." Ma Robert, secondo la leggenda, gli avrebbe risposto: "Non togliere mai il whiskey dalla mia mano." Bevve. La bottiglia era avvelenata con stricnina o naftalina. Robert si sentì male nel corso della serata, fu trasportato fuori, agonizzò per tre giorni in una baracca, e morì il 16 agosto 1938. Aveva 27 anni. La sua morte fu certificata solo molti anni dopo da un certificato che indica come causa la "sifilide" — uno degli innumerevoli misteri della sua vita. Tre lapidi in tre cimiteri diversi del Mississippi rivendicano oggi il suo riposo: nessuno sa esattamente dove sia sepolto. Il Club 27 ha in Robert Johnson il suo primo, profetico membro.

🔥 L'eredità: la radice nera del rock and roll

L'eredità di Robert Johnson resta nascosta nelle pieghe del Delta per oltre vent'anni dopo la sua morte. Ma nel 1961, la Columbia pubblica King of the Delta Blues Singers, raccolta delle sue 29 canzoni rispolverate dall'archivio. È un'esplosione che cambia il rock per sempre. Un giovane Eric Clapton lo ascolta a Londra e cambia il suo modo di suonare: dirà che "Robert Johnson è il più importante musicista blues mai vissuto", e nel 2004 inciderà Me and Mr. Johnson, album interamente dedicato a lui. Keith Richards scopre Johnson grazie a un disco prestato da Brian Jones e ricorderà più tardi: "Quando l'ho sentito per la prima volta, mi sono chiesto chi fosse l'altro chitarrista che suonava con lui. Era una persona sola." I Rolling Stones incidono Love in Vain su Let It Bleed (1969) e Stop Breakin' Down su Exile on Main St. (1972). I Cream di Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker incidono Crossroads su Wheels of Fire (1968), portando il blues di Johnson nella stratosfera rock. I Led Zeppelin rifanno Travelling Riverside Blues in concerto. Bob Dylan parla di Johnson come di un'epifania spirituale. Rolling Stone lo collocherà tra i 10 più grandi chitarristi della storia. La Columbia pubblicherà cofanetti, biografie, documentari. Tutto il rock blues degli anni Sessanta e Settanta nasce da quelle 29 canzoni del Delta. Senza Robert Johnson, semplicemente, il rock and roll non sarebbe mai esistito.

🎧 Il brano del giorno

Robert Johnson – Sweet Home Chicago

Registrata il 23 novembre 1936 a San Antonio durante la prima sessione di Johnson, Sweet Home Chicago è diventata uno dei brani blues più amati e ripresi di sempre. La canzone evoca il sogno della Grande Migrazione: un nero del Mississippi che immagina di lasciare il Delta razzista per Chicago, città simbolo della speranza nera del Nord. Il riff è semplice e ipnotico, perfetto per il sing-along. La canzone diventerà inno del Chicago blues con Magic Sam, Junior Parker e Buddy Guy, e raggiungerà la cultura pop globale grazie ai Blues Brothers di John Belushi e Dan Aykroyd, che la cantano nel film del 1980 e la portano in tour. Eric Clapton la inciderà nel 1989 e nel 2004. È il manifesto sonoro del blues come musica di liberazione e di sogno.

Top comment YouTube:

"This is where it all started. Without Robert Johnson, no Stones, no Zeppelin, no Hendrix. The blueprint of rock 'n' roll, recorded in a hotel room in 1936."

Traduzione: "È qui che tutto è iniziato. Senza Robert Johnson, niente Stones, niente Zeppelin, niente Hendrix. Il progetto originale del rock'n'roll, registrato in una stanza d'albergo nel 1936."


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