21 agosto 1990: Facelift, il disco che nessuno sapeva come chiamare

Alice in Chains, la copertina di Facelift (1990)

21 agosto 1990: Facelift, il disco che nessuno sapeva come chiamare


Il 21 agosto 1990 nei negozi di dischi americani arriva uno scatolone come tanti. Dentro ci sono quattro album usciti lo stesso giorno, e a guardarli oggi sembra uno scherzo del destino: Detonator dei Ratt, Persistence of Time degli Anthrax, Ritual de lo Habitual dei Jane's Addiction e il debutto di una band di Seattle di cui quasi nessuno, fuori dallo stato di Washington, aveva sentito parlare.

Quel debutto si chiamava Facelift. La band si chiamava Alice in Chains.

I Ratt erano il presente: quinto disco in sei anni, lacca, Sunset Strip, ritornelli tagliati su misura per la radio. Gli Alice in Chains erano una cosa che non aveva ancora un nome. Non erano metal, anche se la chitarra di Jerry Cantrell pesava come il metal. Non erano punk. Non erano nemmeno quello che di lì a poco tutti avrebbero chiamato grunge, parola che alla band non è mai piaciuta. Erano lenti dove ci si aspettava velocità, e cantavano in due dove ci si aspettava un cantante solo.

Le due voci

La cosa che rende Facelift immediatamente riconoscibile, ancora oggi, non è il riff. È l'armonia.

Layne Staley e Jerry Cantrell non cantano uno sopra l'altro come fanno le band: cantano dentro l'altro, su intervalli storti, con una specie di lamento nasale che sembra provenire da una stanza sola. Nessuno stava facendo quel suono nel 1990. I Beatles avevano insegnato le armonie luminose, i Beach Boys quelle celestiali; gli Alice in Chains hanno preso la stessa tecnica e l'hanno rivoltata verso il basso, verso qualcosa di malato e claustrofobico.

Il produttore Dave Jerden, che arrivava proprio dai Jane's Addiction, capì subito che quello era il gancio e ci costruì sopra il disco: chitarre spesse, batteria asciutta, e le due voci al centro, sempre.

Layne Staley degli Alice in Chains dal vivo

Il pezzo che ci mise otto mesi

Man in the Box non fu un successo immediato. Uscì, passò, e per mesi non successe niente. La Columbia mandò la band in tour ovunque — aprirono per gli Extreme, per i Poison, per gli Iggy Pop, davanti a un pubblico che spesso non era il loro e che a volte li fischiava.

Poi, verso la primavera del 1991, MTV cominciò a mandare il video in rotazione pesante. Il testo era nato da una frase detta a cena da Layne su un vitello da macello e da un'immagine di censura — «mi hanno messo in una scatola, mi hanno cucito gli occhi» — e la gente ci lesse dentro quello che voleva. Facelift superò il milione di copie: il primo disco della scena di Seattle a farcela, un anno prima di Nevermind e di Ten.

La porta l'hanno aperta loro. Ci sono passati tutti gli altri.

Quello che non si sapeva ancora

Nell'agosto del 1990 Layne Staley aveva ventitré anni. Non c'era ancora l'ombra lunga che sarebbe arrivata dopo, non c'erano Dirt né le interviste in cui parlava di sé al passato. C'era un ragazzo con una voce impossibile, un chitarrista che scriveva canzoni migliori di quanto la scena si aspettasse, e un disco uscito lo stesso giorno dei Ratt.

Diciotto mesi dopo, quello scaffale non esisteva più. Uno dei due generi era finito, e non era il loro.


🎧 Il brano: We Die Young — la traccia che apre Facelift, e che in un minuto e cinquanta dice già tutto quello che questa band sarebbe stata.


@martinfalk8597 · 5 anni fa
«...and that's how you open an album and introduce yourself to the world. One of the best opening tracks of all time. Blew my mind the first time I heard it.»

Traduzione: «...ed è così che si apre un album e ci si presenta al mondo. Una delle migliori tracce d'apertura di sempre. La prima volta che l'ho sentita mi ha spaccato la testa.»

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