10 settembre 1981: l'ultima sera di Paul Di'Anno con gli Iron Maiden

10 settembre 1981: l'ultima sera di Paul Di'Anno con gli Iron Maiden

Paul Di'Anno, la prima voce degli Iron Maiden

Ci sono addii che si annunciano dal palco, con le luci accese e il pubblico che lo sa. E poi c'è quello che succede a Copenaghen il 10 settembre 1981, all'Odd Fellow's Mansion: gli Iron Maiden suonano, la gente salta, il cantante urla come sempre — e quasi nessuno in quella sala sa che è l'ultima volta. Compreso, in buona parte, il cantante stesso.

Il ragazzo di Chingford che sembrava un teppista

Quando Steve Harris lo aveva preso, nel 1978, Paul Andrews — il cognome d'arte se l'era costruito partendo dalle origini italiane della famiglia del nonno — non somigliava per niente a un cantante di heavy metal. Niente capelli lunghi, niente pose: giubbotto, capelli corti, la faccia di uno cresciuto per strada nell'East End. Era esattamente per questo che funzionava. Nel 1980 il metal inglese stava uscendo da dieci anni di orchestre e mantelli, e la New Wave of British Heavy Metal aveva bisogno di una voce che sapesse di punk più che di opera.

Di'Anno era quella voce. Sul primo disco, Iron Maiden (1980), e poi su Killers (1981), canta con un'urgenza sporca, quasi rabbiosa, che nessuna delle band rivali aveva. Running Free, Wrathchild, Prowler, Phantom of the Opera: sono i pezzi con cui gli Iron Maiden hanno smesso di essere un gruppo di Leyton e hanno cominciato a essere un fenomeno.

La copertina di Killers degli Iron Maiden, 1981

Il problema non era la voce

Il problema, per usare le parole che girano da quarant'anni nell'ambiente, era tutto il resto. Il tour di Killers era il primo vero giro del mondo della band: Stati Uniti, Giappone, un calendario che non perdonava. E una voce come quella di Di'Anno — tutta gola e nessuna tecnica — in quelle condizioni si consuma. Ci sono sere in cui non arriva alla fine del concerto. Ci sono giornate che finiscono prima di cominciare.

Steve Harris, che di quella band è il proprietario e l'ingegnere, aveva già in testa dove voleva arrivare, e capiva che non ci sarebbe arrivato così. La decisione viene presa in una riunione con il manager Rod Smallwood, lontano dai riflettori. Non c'è un comunicato, non c'è una scenata sul palco. C'è solo un ultimo concerto già stabilito, e la band che lo suona come se fosse uno qualsiasi.

La sera di Copenaghen

L'Odd Fellow's Mansion non è uno stadio: è una sala da concerto nel centro della città, di quelle con i soffitti alti e il parquet. Il 10 settembre 1981 ci suonano gli Iron Maiden, in coda al tour europeo di Killers. È l'ultima volta che Paul Di'Anno canta con loro.

Quello che colpisce, a rileggerla oggi, è proprio la normalità di quella sera. Nessuno la filma pensando che sia storica. Nessuno la registra come addio. La stampa specializzata lo scoprirà solo alla fine del mese. Il pubblico danese, quella sera, ha semplicemente visto un concerto degli Iron Maiden.

Ecco com'era quella band, in quel momento — Wrathchild, dal vivo, con la voce di Di'Anno:

Sedici giorni dopo, e poi Bologna

Il 26 settembre 1981, sedici giorni dopo Copenaghen, gli Iron Maiden hanno un nuovo cantante: si chiama Bruce Dickinson, arriva dai Samson e canta in un modo che con Di'Anno non c'entra niente — potenza, estensione, controllo. Harris ha trovato lo strumento che gli serviva.

E qui c'è il pezzo di storia che riguarda noi. Perché il debutto dal vivo di Bruce Dickinson con gli Iron Maiden non avviene in Inghilterra. Avviene il 26 ottobre 1981 al Palasport di Bologna. Dickinson lo ha raccontato più volte: era il posto più grande in cui avesse mai messo piede, ed era la prima volta che qualcuno lo vedeva in quel ruolo. La seconda vita degli Iron Maiden è cominciata in Italia, davanti a un pubblico italiano, cinque mesi prima che The Number of the Beast li trasformasse nella band metal più grande del mondo.

Quello che resta

Di'Anno ha passato i successivi quarant'anni a fare i conti con quei due dischi. Ha avuto una carriera propria, band proprie, guai propri; ha continuato a cantare quei pezzi in club piccolissimi fino alla fine, alla fine anche seduto, quando le gambe non lo reggevano più. È morto nell'ottobre del 2024, a sessantasei anni.

Ma i primi due dischi degli Iron Maiden restano lì, e non somigliano a nient'altro nella loro discografia. Sono il suono di una band che non era ancora diventata un monumento — e di un cantante che non aveva la voce giusta per il futuro che Harris aveva in mente, ma aveva esattamente quella giusta per il presente in cui si trovavano.

A domani, con un'altra storia che il rock si porta dietro. 🤘

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