«L'auto in piscina non c'è mai stata» — Keith Moon, 23 agosto 1946
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Foto: Keith Moon con gli Who, 1975 — dal sito Wikimedia Commons.
Ottant'anni, e la bugia più bella del rock
Il 23 agosto 1946, a Wembley, nasce Keith John Moon. Oggi avrebbe ottant'anni, ed è un pensiero che non sta in piedi: Keith Moon vecchio non riusciamo a immaginarlo nemmeno noi.
Cominciamo da una cosa che dice tutto. Per cinquant'anni le enciclopedie hanno scritto 1947. Lo scriveva anche la biografia autorizzata. L'anno vero è saltato fuori solo nel 1998, quando Tony Fletcher, per Dear Boy, è andato a cercare i documenti anagrafici: 1946. L'errore veniva da Moon stesso, che si toglieva un anno parlando con i giornalisti. Anche la sua data di nascita, insomma, era una versione dei fatti.
Ed è esattamente il punto da cui bisogna partire per raccontarlo.
Flint, Michigan, 23 agosto 1967
Ventun anni dopo, sempre un 23 agosto, gli Who sono in tour come gruppo di supporto degli Herman's Hermits — sì, avete letto bene, di supporto — e la sera festeggiano il compleanno di Keith all'Holiday Inn di Flint.
Quello che è successo davvero, e che nessuno contesta, basta e avanza: una torta a cinque piani finita addosso alla gente, gli estintori scaricati nei corridoi, mezza festa buttata in piscina vestita, la polizia chiamata, un conto danni da ventiquattromila dollari che la band ha pagato. Da quella sera l'Holiday Inn ha messo la catena alberghiera intera fuori dalla portata degli Who.
E poi c'è la parte che tutti raccontano: la macchina finita nella piscina. Una Lincoln Continental. O una Rolls-Royce. O una Cadillac — dipende da chi ve la sta raccontando, e questo è già il primo indizio.
La storia nasce da un'intervista che Moon rilascia a Rolling Stone nel 1972, cinque anni dopo i fatti, in una fase in cui il personaggio «Moon the Loon» aveva bisogno di alimentarsi. Tony Fletcher l'ha smontata pezzo per pezzo. John Entwistle l'ha sempre negata. Barry Whitwam, il batterista degli Herman's Hermits, che quella sera era lì, dice che nessuna auto è mai entrata in acqua. Solo Roger Daltrey e un dj locale giurano di sì — e Daltrey, di sua ammissione, quella sera non era in condizioni di testimoniare granché.
Noi la raccontiamo per quello che è: una bugia bellissima. Ma una bugia. E il modo migliore per rispettare Keith Moon non è ripetere quello che si è inventato lui: è guardare quello che ha fatto davvero.

Foto: Keith Moon dietro i tamburi, con Roger Daltrey davanti — dal sito Wikimedia Commons.
Il batterista che non accompagnava nessuno
Perché la cosa davvero folle di Keith Moon non era la vita privata. Era il modo in cui suonava.
Moon non teneva il tempo. Non faceva il lavoro che fa un batterista rock — grancassa, rullante, piatto, ripetere. Suonava come se avesse un secondo assolo di chitarra da fare, per tutta la canzone, tutte le canzoni. Rullate che partono e non finiscono, piatti che entrano quando non dovrebbero, tom giù dappertutto invece che sui tempi. Il risultato è che gli Who non hanno una sezione ritmica: hanno quattro solisti che si tengono a galla a vicenda. Ecco perché Entwistle suonava il basso come una chitarra e Townshend suonava la chitarra come un ritmico — qualcuno doveva reggere la baracca.
Ascoltate Won't Get Fooled Again ripresa agli Shepperton Studios nel maggio 1978. Sono le ultime immagini degli Who con lui: Moon aveva messo su peso, la salute non c'era più, e quattro mesi dopo sarebbe morto. Eppure a sette minuti e cinquanta, quando arriva la rullata prima dell'urlo di Daltrey, succede una cosa che non ha ancora smesso di succedere.
E la voce dietro le pelli
C'è un ultimo pezzo di lui che quasi nessuno mette nelle celebrazioni, ed è il più bello. In Quadrophenia, del 1973, Pete Townshend gli scrive addosso Bell Boy: il fattorino d'albergo che una volta era un ragazzo mod e adesso porta le valigie ai turisti. La canta Moon, con quella voce sgangherata e cockney che sembra una macchietta. Poi, verso la fine, la macchietta si incrina.
Il ragazzo che riempiva gli alberghi di schiuma da barba cantava, cinque anni dopo, la storia di uno che negli alberghi ci lavora e basta. Nessuno ha mai chiesto a Keith Moon se ci avesse pensato. Probabilmente avrebbe risposto con una battuta.
@thewol7534 · 6 anni fa
«I love how Keith Moon has his headset taped onto his head with gaffer tape. He was the one and only.»
Traduzione: «Mi piace da matti che Keith Moon si tenesse le cuffie sulla testa col nastro adesivo. Uno così non c'è più stato.»
📚 Fonti
Tony Fletcher, Dear Boy: The Life of Keith Moon (Omnibus Press, 1998) · Rolling Stone, intervista a Keith Moon del 1972 · dichiarazioni di John Entwistle e Barry Whitwam riportate da MusicRadar e Ultimate Classic Rock · Wikipedia EN, voci «Keith Moon» e «Quadrophenia» · thewho.com.
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