8 settembre 1978 – Blondie, Parallel Lines: il disco che li fece chiamare traditori

8 settembre 1978 – Blondie, Parallel Lines: il disco che li fece chiamare traditori

I Blondie nel 1978, l'anno di Parallel Lines

🎬 Il produttore che nessuno voleva

Nell'estate del 1978 i Blondie erano una band del Bowery con due dischi alle spalle, un discreto seguito in Inghilterra e in Australia e praticamente nessuno in America. La Chrysalis, che li aveva appena messi sotto contratto, decise che serviva un produttore capace di fare successi. Scelse Mike Chapman: australiano, metà della coppia Chinn-Chapman, cioè la fabbrica che negli anni precedenti aveva sfornato i quarantacinque giri degli Sweet, di Suzi Quatro e dei Mud. Per un gruppo cresciuto al CBGB era più o meno come far arrivare un ragioniere in sala prove.

Chapman li fece lavorare come non avevano mai lavorato: parti rifatte una per una, cento volte, finché non erano a tempo. Nelle interviste dell'epoca la band non nascondeva l'irritazione. Ma quello che uscì da quelle sedute è un disco che non ha un secondo di grasso: dodici canzoni, quaranta minuti, e nessuna che si possa saltare.

💿 Le canzoni

Dentro ci sono Hanging on the Telephone, che i Blondie non hanno scritto — è dei Nerves di Jack Lee, un gruppo di Los Angeles che nessuno si ricorda e che loro fecero diventare famoso in due minuti e diciassette; Picture This; Sunday Girl, scritta da Chris Stein per il gatto di Debbie Harry; e One Way or Another, che sembra una canzone d'amore ossessiva e in realtà racconta, mascherandolo da scherzo, il periodo in cui la Harry era stata perseguitata sul serio da un ex fidanzato nel New Jersey.

E poi c'era quella cosa che la band chiamava fra sé the disco song.

La copertina di Parallel Lines dei Blondie, 1978

🪩 Come una vecchia demo diventò un tradimento

La canzone esisteva dal 1975, si chiamava Once I Had a Love ed era una cosa lenta, storta, un po' funky e un po' reggae, che si portavano dietro da anni senza sapere che farne. Chapman la sentì e capì subito che cosa poteva diventare. Ci mise sopra una drum machine, una Roland CR-78, e passò giorni a farla stare a tempo con la batteria vera di Clem Burke, tagliando e riattaccando il nastro un pezzo alla volta: nel 1978 non c'era altro modo. Il basso di Nigel Harrison salì in superficie, le tastiere di Jimmy Destri si misero a pulsare, e la voce di Debbie Harry ci passò sopra come se cantasse un'altra cosa, annoiata e perfetta.

Si chiamò Heart of Glass. Quando uscì, i puristi del punk gridarono al tradimento: la band del CBGB aveva fatto un pezzo da discoteca, e la discoteca era il nemico. La Harry rispose che a New York il punk e il dance stavano nello stesso isolato e ballavano nello stesso locale, e che l'idea di doversi scegliere una parte non gliel'aveva mai chiesta nessuno.

Il disco vendette venti milioni di copie. Heart of Glass arrivò al primo posto in Inghilterra e poi in America: il loro primo numero uno, in un paese che fino a quel momento non li aveva mai calcolati. Quella canzone da discoteca è la ragione per cui oggi conosciamo anche tutte le altre.

🎧 Il brano

C'è un dettaglio che si sente ancora, se si sta attenti: sotto la cassa in quattro e sopra il sintetizzatore, la batteria vera di Clem Burke non sparisce mai del tutto. È un pezzo elettronico suonato da una band, ed è esattamente questo a tenerlo in piedi da quarantotto anni.

@ESLTopics · 3 anni fa
«I bought my first Blondie album when I was in high school. Now I'm sixty and their music still makes me glad to be alive.»

Traduzione: «Ho comprato il mio primo disco dei Blondie che ero al liceo. Adesso ho sessant'anni, e la loro musica mi fa ancora essere contento di essere vivo.»

────────────────────────────────────────
Storie Rock – Artisti, Dischi, Ricordi 🎸
Ogni giorno un racconto che merita di essere ascoltato.

Torna al blog

Lascia un commento

Si prega di notare che, prima di essere pubblicati, i commenti devono essere approvati.