I Rush prendono il Madison Square Garden per quattro sere: alla batteria c'è Anika Nilles

Rush negli anni Settanta

Undici anni senza un palco. Poi il Madison Square Garden, quattro serate di fila, e un dettaglio che nessun fan dei Rush riusciva a immaginare: dietro i tamburi non c'è Neil Peart.

Il 28 luglio Geddy Lee e Alex Lifeson hanno aperto a New York la residenza newyorchese del tour Fifty Something, il primo giro di concerti dal 2015 e il primo dopo la morte di Peart. Alla batteria c'è la tedesca Anika Nilles, e il compito è il più ingrato della storia del rock: sedersi al posto di un uomo che i batteristi studiano come si studia un teorema.

Ventiquattro canzoni, un catalogo che non fa sconti: Xanadu, Limelight, Freewill, 2112, Red Barchetta, YYZ, Tom Sawyer, e Working Man in chiusura — il brano che nel 1974 una radio di Cleveland scambiò per un pezzo dei Led Zeppelin.

La produzione è quella dei Rush di sempre: video enormi, gag comiche (ci sono Paul Rudd e Jason Segel, e un contributo del team di South Park) e, in mezzo, i momenti dedicati a Peart. Come nota Consequence, però, niente di tutto questo conterebbe se la band non suonasse bene: e la band suona bene, con Nilles che tiene in piedi i brani più complicati senza sbavature.

Il tour va avanti fino a dicembre. Chi c'era dice la stessa cosa, con le stesse parole: non è un tributo, è una band.

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