Jon Anderson, 25 ottobre 1944: il lattaio di Accrington che diventò la voce degli Yes

Jon Anderson, 25 ottobre 1944: il lattaio di Accrington che diventò la voce degli Yes

Jon Anderson degli Yes sul palco a Indianapolis nel 1977: capelli lunghi e ricci, tunica rossa e arancione, canta a occhi socchiusi tenendo il microfono con la mano destra, su fondo scuro

Jon Anderson a Indianapolis, il 30 agosto 1977: l'estate di Going for the One e di «Wonderous Stories».
Foto Rick Dikeman · dal sito Wikimedia Commons (licenza CC BY-SA 3.0).

Il 25 ottobre 1944, ad Accrington, cittadina di cotonifici del Lancashire, nasce John Roy Anderson. Il mondo lo conoscerà come Jon Anderson, la voce degli Yes: alta, limpida, così acuta che in tanti l'hanno scambiata per un falsetto. Oggi compie ottantadue anni e quest'anno è ancora in tour: le ultime date europee lo hanno portato fino al Bataclan di Parigi, a metà ottobre. Questa non è la storia di un disco, ma di un ragazzo del nord dell'Inghilterra che non pensava di fare il cantante e che un giorno scrisse «musicista» sul passaporto.

Norfolk Street

Il padre, Albert, è uno scozzese di Glasgow che ha servito nella sezione spettacoli dell'esercito e poi fa il rappresentante. La madre, Kathleen, di origini irlandesi e francesi, lavora in un cotonificio. Insieme vincono gare di ballo da sala a livello di contea. John cresce in Norfolk Street, terzo di quattro figli. A scuola non brilla: ricorderà di finire sempre nei guai «perché facevo lo scemo e cantavo troppo forte». A dieci anni suona l'asse per lavare i panni in un gruppo skiffle che si esibisce nei circoli parrocchiali.

A quindici anni il padre si ammala e lui lascia la scuola per aiutare la famiglia. Fa il bracciante in una fattoria, guida un camion che trasporta mattoni, consegna il latte porta a porta. Prova anche con il calcio, nell'Accrington Stanley, ma è alto un metro e sessantacinque e lo scartano perché troppo esile. Resta tifoso per sempre: per un anno fa il raccattapalle e la mascotte, e molti anni dopo il club lo nominerà suo ambasciatore.

I Warriors e Hans Christian

Il primo a cantare in famiglia è il fratello Tony, che gli fa scoprire i dischi del primo rock and roll ed entra in un gruppo della zona, i Warriors. Quando uno dei coristi se ne va, John prende il suo posto e scopre che cantare è più divertente, e paga meglio, del lavoro manuale. I Warriors suonano soprattutto canzoni degli altri, a cominciare dai Beatles, girano il Lancashire e per oltre un anno i locali della Germania. «Volevamo essere i Beatles», ha raccontato. «Negli anni Sessanta non volevamo nient'altro.» Incidono due brani per la Decca, «You Came Along» e «Don't Make Me Blue», poi alla fine del 1967 il gruppo si scioglie in Germania.

Nel marzo 1968 Anderson torna a Londra senza soldi né casa. Lo ospita Jack Barrie, proprietario del La Chasse, un piccolo club di Soho, e lui si guadagna da vivere lavorando al bancone. La Parlophone gli fa incidere due singoli con uno pseudonimo da favola, Hans Christian, scelto per la statura minuta e il modo di cantare da cantastorie. Chris Welch, su Melody Maker, lo chiama «un giovane narratore di fiabe con una voce carica di emozione». Nessuno dei due dischi vende.

Una sera al La Chasse

Nel maggio 1968 Barrie gli presenta un bassista che suona nei Mabel Greer's Toyshop, un gruppo psichedelico che si esibisce al Marquee, a pochi passi dal club. Si chiama Chris Squire. I due scoprono di amare le stesse cose: Simon & Garfunkel, gli Association, le armonie vocali. Nei giorni seguenti scrivono insieme «Sweetness», che finirà sul primo album. Per le prove Anderson trova cinquecento sterline e affitta il seminterrato del Lucky Horseshoe, un caffè di Shaftesbury Avenue. Arrivano il batterista Bill Bruford, il tastierista Tony Kaye, il chitarrista Peter Banks, che propone anche il nome: Yes. Il primo concerto, il 3 agosto 1968, è in un campo estivo per ragazzi a East Mersea, nell'Essex.

Anderson non sa suonare quasi niente, ma è il motore della band: cerca le date, porta le idee, sceglie i musicisti. Gli altri lo chiamano «Napoleone». Quando gli Yes devono registrare Tales from Topographic Oceans, lui vorrebbe farlo in mezzo a un bosco. La band vota per lo studio, e allora lui riempie il pavimento di fieno e di sagome di animali di cartone.

Il suono delle parole

I testi degli Yes sono quasi tutti suoi, e ha sempre detto di non scriverli da letterato. Le parole gli servono prima di tutto per dare colore e consistenza alla musica: assonanze, vocali aperte, frasi che suonano prima ancora di significare. Le idee arrivano dai libri che ama, da Guerra e pace di Tolstoj al Siddharta di Hermann Hesse. E sul suo registro vocale è preciso: «Sono un contralto tenore. Riesco a cantare certe note alte, ma il falsetto non l'ho mai saputo fare: le prendo e basta.»

Nel 1972, durante la tournée di Fragile, in una stanza d'albergo legge Il Signore degli Anelli e ascolta la Settima Sinfonia di Sibelius. Lo colpisce che il tema principale arrivi solo molto avanti nella composizione, e da lì nasce la struttura di «Close to the Edge», scritta con Steve Howe: diciotto minuti, la prima facciata intera di un album. Le sedute ai londinesi Advision Studios sono sfiancanti. Una mattina, dopo una notte di lavoro finita all'alba, Anderson torna a casa a piedi e scoppia a piangere: ora, pensa, può dirsi ufficialmente un musicista. E lo scrive sul passaporto, alla voce professione, rimasta fino ad allora vuota.

Jon Anderson nel 2017 a Saint-Julien-en-Genevois: capelli grigi, giacca nera e bianca, suona una chitarra acustica davanti al microfono, su uno sfondo giallo e viola

Jon Anderson con ARW al festival Guitare en Scène di Saint-Julien-en-Genevois, nel luglio 2017, tre mesi dopo l'ingresso degli Yes nella Rock and Roll Hall of Fame.
Foto Stéphane Gallay · dal sito Wikimedia Commons (licenza CC BY 2.0).

Una bella giornata a Montreux

Nel 1975 gli Yes si fermano perché ognuno incida un disco da solo. Anderson pubblica nel 1976 Olias of Sunhillow, la storia di un popolo alieno che fugge dal suo pianeta su una nave fatta di organismi viventi: lo registra nel suo garage in sei mesi, imparando a suonare tutti gli strumenti. Poi, nell'ottobre 1976, la band si trasferisce in Svizzera, ai Mountain Studios di Montreux. Torna Rick Wakeman, tornano le canzoni più brevi e dirette. «È una specie di festa», dice Anderson del nuovo disco. «Avevamo bisogno di rilassarci, di ridere un po' di più.» Going for the One esce il 12 luglio 1977 e va al Nr.1 in Gran Bretagna.

Il clima però non dura. Nell'autunno 1979, a Parigi, le sedute per il disco successivo si inceppano: il materiale di Anderson e Wakeman non convince gli altri. Nel marzo 1980 i due lasciano. Anderson aveva già trovato un'altra strada con il greco Vangelis: come Jon & Vangelis incidono Short Stories in poche settimane, quasi improvvisando, e il disco arriva al Nr.4 in Gran Bretagna. L'anno dopo The Friends of Mr Cairo regala «I'll Find My Way Home» e «State of Independence», che Donna Summer porterà al successo nel 1982. Nel 1983 Anderson rientra negli Yes per 90125, il loro album più venduto.

Il respiro, la band, la Hall of Fame

Nel maggio 2008 gli Yes preparano il tour dei quarant'anni. Anderson ha un grave attacco d'asma: insufficienza respiratoria acuta. I medici gli ordinano sei mesi di riposo e il tour salta. A settembre gli altri ripartono con un cantante canadese, Benoît David, voce di una cover band degli Yes. Anderson dirà di essere stato messo fuori contro la sua volontà. Guarito, riparte da solo: nel 2009 gira l'Europa con un tour acustico intitolato Have Guitar, Will Travel, e nello stesso anno diventa cittadino degli Stati Uniti.

Nel 2016 forma con Trevor Rabin e Rick Wakeman un nuovo gruppo, ARW. Il 7 aprile 2017, a New York, gli Yes entrano nella Rock and Roll Hall of Fame, presentati da Geddy Lee e Alex Lifeson dei Rush. Anderson è sul palco con Howe, Rabin, Wakeman e Alan White: Lee suona il basso al posto di Squire, morto due anni prima. Dopo la cerimonia, con il permesso della vedova di Squire, il trio si ribattezza Yes Featuring Jon Anderson, Trevor Rabin, Rick Wakeman.

Dal 2023 la sua band sono i Band Geeks, un gruppo americano che suonava le canzoni degli Yes con una fedeltà tale da convincerlo a chiamarli. Con loro ha inciso True, uscito il 23 agosto 2024, e quest'anno li ha portati per la prima volta in Gran Bretagna e in Europa, da Brighton al Palladium di Londra, fino a Parigi. «Ho gli Yes che volevo», ha detto. Nel 2021 gli hanno perfino dedicato un asteroide, il 48886 Jonanderson. Il ragazzo che consegnava il latte ad Accrington, del resto, ha sempre cantato guardando in alto.

🎧 Il brano del giorno

Yes – Wonderous Stories (da Going for the One, 1977)

È una delle poche canzoni degli Yes firmate dal solo Anderson, e la più fortunata: uscita come singolo nel settembre 1977, sale fino al Nr.7 della classifica britannica, il miglior risultato della band in patria. È nata in un giorno preciso, a Montreux. Anderson lo ha descritto come «una giornata splendida, una di quelle che vuoi ricordare per anni», e in testa gli arrivano due parole, wonderous stories, storie meravigliose. Ne esce una ballata sulle gioie della vita, quasi un sogno a occhi aperti. Steve Howe suona una chitarra portoghese a dodici corde, Wakeman il Polymoog, e Alan White ha l'idea di far cadere batteria e basso sui tempi deboli. Una cassetta con le prime versioni di questa canzone e di «Going for the One» convinse Wakeman a raggiungere la band in Svizzera e a rientrare nel gruppo. Per lanciarla gli Yes girano il loro primo videoclip, che li mostra mentre la suonano come dal vivo: è quello qui sotto, dal canale ufficiale della band.

Sotto il video ufficiale di «Wonderous Stories», il commento più votato è questo:

@michellecollins-betz9724 · 6 anni fa
«Who's here because they still love Jon Anderson? Oh just me then, 40 years of sheer bliss»

Traduzione: «Chi è qui perché ama ancora Jon Anderson? Ah, solo io allora. Quarant'anni di pura beatitudine».

Storie Rock – Artisti, Dischi, Ricordi 🎸
Ogni giorno un racconto che merita di essere ascoltato.

Back to blog

Leave a comment

Please note, comments need to be approved before they are published.

Lato B, la newsletter di Rock Music aWords

Lato B · la newsletter di Rock Music aWords

Il rock che nessuno ti racconta, ogni domenica.

Una storia vera e poco conosciuta, tre curiosità, un brano nascosto e una playlist che cresce ogni settimana. Gratis, la domenica mattina nella tua email. Ti cancelli con un clic.

▶ GIRA IL DISCO — ISCRIVITI

Oltre 700 appassionati sono già a bordo.