25 settembre 1980: muore John Bonham. E i Led Zeppelin scelgono il silenzio

25 settembre 1980: muore John Bonham. E i Led Zeppelin scelgono il silenzio

John Bonham con i baffi e i capelli lunghi, seduto alla sua batteria Ludwig durante un concerto dei Led Zeppelin negli anni Settanta

John Bonham alla batteria negli anni Settanta, dietro i piatti e le casse trasparenti del suo kit.
Foto di Dina Regine — dal sito Wikimedia Commons (licenza CC BY-SA 2.0).

Mancavano tre settimane. Il 17 ottobre 1980, a Montréal, doveva cominciare il primo tour nordamericano dei Led Zeppelin dal 1977: un giro di concerti fra la costa est e il Midwest che nei programmi della band aveva già un nome, The 1980s: Part One. La prima parte di un decennio nuovo. Non ci sarebbe mai stata una seconda.

Il 25 settembre 1980, quarantasei anni fa, John Bonham viene trovato senza vita in una casa di Windsor. Aveva 32 anni. Questa è la storia di quel giorno e delle dieci settimane che seguirono, fino a una frase di poche righe con cui la più grande band hard rock del mondo decise di non esistere più.

24 settembre: la colazione

La mattina del 24 settembre passa a prenderlo Rex King, uno degli assistenti del gruppo. La destinazione sono i Bray Studios, vicino a Windsor, dove la band ha fissato le prove per il tour americano. Lungo la strada Bonham chiede di fermarsi a fare colazione. Ordina quattro vodka quadruple con succo d'arancia, sedici misure in tutto, e un panino al prosciutto. Ne dà un morso e lo liquida con una parola sola: «colazione».

Alle prove continua a bere, e parecchio. In tarda serata il gruppo smette di suonare e si sposta a casa di Jimmy Page, la Old Mill House, a Clewer, alle porte di Windsor. Dopo mezzanotte Bonham si addormenta. Qualcuno lo porta a letto e lo sistema su un fianco, come si fa con chi ha bevuto troppo.

25 settembre: la porta della camera

Il giorno dopo, a cercarlo, sono John Paul Jones e Benji LeFevre, da poco tour manager della band. Bonham non risponde. Non c'è più niente da fare.

La notizia fa il giro del mondo, e con lei le domande. All'inizio di ottobre, a Windsor, arriva la risposta dell'inchiesta del coroner dell'East Berkshire, Robert Wilson. Nell'arco di quella giornata Bonham aveva bevuto circa quaranta misure di vodka, più o meno un litro. Nel sonno aveva vomitato ed era rimasto soffocato. L'autopsia non trova altre droghe. Il verdetto è morte accidentale.

Dietro quei numeri c'era un uomo che, per combattere l'ansia, aveva da poco cominciato a prendere un farmaco. Se quel farmaco abbia avuto un ruolo, insieme all'alcol, nessuno lo ha mai stabilito.

10 ottobre: Rushock

Bonham non era un uomo da Londra. Viveva in una fattoria nel Worcestershire, la sua terra: era nato a Redditch. Il 10 ottobre 1980 la famiglia, gli amici e i compagni di band si ritrovano nella piccola chiesa di Rushock, vicino a casa sua, per una cerimonia raccolta. Arriva anche una corona di fiori di Paul McCartney, con cui Bonham aveva inciso la Rockestra Theme dei Wings.

Il corpo viene cremato e le ceneri sepolte nel cimitero della chiesa di St Michael, a Rushock. Sulla lapide non c'è scritto «batterista dei Led Zeppelin». C'è scritto: un marito e un padre amorevole.

La lapide di John Bonham nel cimitero di Rushock, con decine di bacchette da batteria lasciate dai fan appoggiate ai lati

La tomba di John Bonham a Rushock, nel 2007: ai lati della lapide, le bacchette lasciate dai fan.
Foto di Ebbskihare — dal sito Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Le voci su un sostituto

Il tour americano viene cancellato. Nelle settimane successive, però, la domanda che tutti si fanno è una sola: chi prenderà il suo posto? Circolano nomi, e sono nomi importanti: Cozy Powell, Carmine Appice, l'amico che nel 1968 gli aveva fatto conoscere le batterie Ludwig, Barriemore Barlow dei Jethro Tull, Simon Kirke dei Bad Company, Ric Lee dei Ten Years After, Bev Bevan della Electric Light Orchestra.

Page, Robert Plant e Jones, insieme al manager Peter Grant, arrivano a un'altra conclusione. I Led Zeppelin erano quattro persone, non tre musicisti più un batterista.

4 dicembre 1980: «Non potevamo andare avanti così»

Il 4 dicembre 1980, alle cinque del pomeriggio, ora inglese, arriva il comunicato. È brevissimo, ed è firmato soltanto «Led Zeppelin»:

«We wish it to be known, that the loss of our dear friend and the deep respect we have for his family, together with the deep sense of undivided harmony felt by ourselves and our manager, have led us to decide that we could not continue as we were.»

Tradotto: «Desideriamo far sapere che la perdita del nostro caro amico e il profondo rispetto che abbiamo per la sua famiglia, insieme al profondo senso di armonia indivisa che sentiamo noi e il nostro manager, ci hanno portato a decidere che non potevamo andare avanti così com'eravamo.»

Dieci settimane dopo quella mattina ai Bray Studios, i Led Zeppelin non ci sono più. Non per un litigio, non per i soldi, non per un disco andato male: per un amico.

1982: Coda e il mondo sonoro di Bonzo

Resta un conto aperto con la casa discografica. Il 26 novembre 1982, quasi due anni dopo lo scioglimento, esce Coda, l'ultimo album dei Led Zeppelin: otto brani rimasti nei cassetti, dal 1970 al 1978, pubblicati per chiudere il contratto con l'Atlantic. Una coda, appunto: il passaggio che chiude un pezzo di musica quando il pezzo è già finito.

Dentro c'è una traccia che vale da sola il disco. Si chiama Bonzo's Montreux ed è Bonham da solo: un assolo registrato nel settembre 1976 ai Mountain Studios di Montreux, in Svizzera, a cui Page aggiunge effetti elettronici, fra cui un harmonizer. Dal vivo non è mai stato suonato come brano a sé, anche se Bonham ne infilava dei pezzi in Moby Dick durante il tour del 1977. Su Rolling Stone, Kurt Loder la definisce un'orchestra di batterie.

10 dicembre 2007: il figlio alla batteria

Quando il padre muore, Jason Bonham ha quattordici anni. Ne aveva sette quando era comparso nel film The Song Remains the Same, seduto dietro una batteria in miniatura. Da grande, suona con i tre superstiti già nel 1988, alla festa per i quarant'anni dell'Atlantic.

Ma la sera che conta è il 10 dicembre 2007, alla O2 Arena di Londra, per il concerto in memoria di Ahmet Ertegun, il fondatore dell'Atlantic. Per i biglietti arrivano circa venti milioni di richieste: un record per un singolo concerto, entrato nel Guinness dei primati. I Led Zeppelin suonano sedici brani, il loro primo concerto completo da quasi trent'anni. Dietro i tamburi c'è Jason, il figlio di John, al posto che nessun altro aveva mai preso. Non una sostituzione: un ritorno a casa.

Per sentire che cosa è andato perduto quel 25 settembre, basta un brano. In When the Levee Breaks, che chiude il quarto album, la batteria di Bonham fu registrata nell'atrio di Headley Grange, una vecchia casa dell'Hampshire, con due microfoni appesi sopra la tromba delle scale. Quel suono, enorme e rimbombante, è diventato uno dei più campionati della musica, dall'hip hop a Beyoncé.

Eccola, dal canale ufficiale dei Led Zeppelin:

Fonti: Wikipedia EN (voci John Bonham, Led Zeppelin, Coda, When the Levee Breaks, Jason Bonham, Ahmet Ertegun Tribute Concert); ledzeppelin.com (sito ufficiale, comunicato del 4 dicembre 1980); The Guardian, 8 ottobre 1980 (l'inchiesta); UPI, 7 ottobre 1980; Ultimate Classic Rock (il tour del 1980 e la cerimonia di Rushock); Rolling Stone (recensione di Coda, Kurt Loder).
Foto: Wikimedia Commons, Dina Regine (CC BY-SA 2.0); Wikimedia Commons, Ebbskihare (pubblico dominio).


Sotto When the Levee Breaks, sul canale ufficiale dei Led Zeppelin, uno dei commenti più votati parla proprio di quel colpo di batteria:

@Jarfig · 2 anni fa
«It is physically impossible for me to sit still when I hear that drumbeat. No matter how many times i've heard it»

Traduzione: «Per me è fisicamente impossibile stare fermo quando sento quel ritmo di batteria. Non importa quante volte l'abbia già sentito.»

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