18 settembre 1970: Jimi Hendrix muore a Londra, a ventisette anni

18 settembre 1970: Jimi Hendrix muore a Londra, a ventisette anni

Jimi Hendrix suona la Stratocaster davanti a un amplificatore Marshall nel 1967

Jimi Hendrix sul palco nel 1967, con la Stratocaster e la giacca militare degli anni dell'Experience.
Foto dal sito Wikimedia Commons, autore sconosciuto (pubblico dominio).

A Londra, il 18 settembre 1970, è un venerdì. Alle 11:18 del mattino, da un appartamento del Samarkand Hotel, al numero 22 di Lansdowne Crescent, a Notting Hill, parte una chiamata per un'ambulanza. Sul letto c'è un uomo che non risponde. Ha ventisette anni, gliene mancano settanta giorni per compierne ventotto, ed è il chitarrista che in quattro anni ha cambiato il modo di suonare lo strumento più importante del rock.

Si chiama Jimi Hendrix. Alle 12:45, al St Mary Abbots Hospital di Kensington, i medici lo dichiarano morto.

L'ultima settimana

I giorni prima non raccontano una fine annunciata. Raccontano un uomo stanco, pieno di progetti e di persone intorno. L'11 settembre, nella sua suite al Cumberland Hotel di Marble Arch, concede a Keith Altham del New Musical Express quella che sarà la sua ultima intervista. Il 15 si presenta al Ronnie Scott's, a Soho, dove suonano Eric Burdon e i War: Burdon lo vede barcollare e gli dice di tornare la sera dopo.

Il 16 settembre Hendrix torna. Nel secondo set sale sul palco e suona con i War due pezzi del loro repertorio, Tobacco Road e Mother Earth, allungandoli a piacere. È l'ultima volta che suona in pubblico. Un fan, Bill Baker, registra tutto con un registratore portatile: quel nastro, restaurato, è finito mezzo secolo dopo nel documentario Ronnie's. Dopo il concerto, a Roy Carr dell'NME, Hendrix parla di dischi da fare con Miles Davis, Gil Evans e John McLaughlin.

Giovedì 17

Da qualche giorno Hendrix sta con Monika Dannemann, pattinatrice e pittrice tedesca conosciuta a Düsseldorf nel gennaio del 1969. Il 17 settembre, verso le due del pomeriggio, lei lo fotografa al Samarkand con in mano la sua Stratocaster nera: sono le ultime foto di Jimi Hendrix vivo. Poi il pomeriggio è normale, quasi banale: il Kensington Market, un autografo a un ragazzino, una giacca di pelle comprata, un paio di scarpe ordinate.

La sera c'è una lite con Dannemann. Nella notte Hendrix scrive un testo, The Story of Life, che nell'ultima strofa parla di una vita che dura quanto un battito di ciglia. Eric Burdon, nei giorni dopo, lo presentò come una lettera d'addio; anni più tardi ammise di averlo letto male. Verso l'una e tre quarti del 18 i due passano a una festa a casa di Pete Kameron. Verso le tre tornano al Samarkand.

Nove compresse

Nell'appartamento c'è il Vesparax, un sonnifero prescritto a Dannemann. La dose indicata è mezza compressa. Hendrix ne prende nove: diciotto volte tanto. In corpo ha anche un po' d'alcol, non molto. Quello che succede nelle ore dopo è la parte della storia che nessuno ha mai saputo raccontare con certezza.

Dannemann ha dato negli anni versioni diverse: nella prima si sarebbe svegliata verso le undici, poi alle dieci e venti, poi alle dieci, poi alle nove. Ha raccontato di aver chiamato lei l'ambulanza e di esserci salita sopra; l'equipaggio, Reg Jones e John Suau, ha sempre detto di aver trovato la porta aperta e nessuno in casa, solo lui sul letto. Eric Burdon sostiene che Dannemann telefonò prima a lui, e che fu lui a dirle di chiamare i soccorsi.

La facciata del Samarkand Hotel al 22 di Lansdowne Crescent, a Notting Hill, Londra

Il Samarkand Hotel, al 22 di Lansdowne Crescent, a Notting Hill: qui Jimi Hendrix passò la sua ultima notte.
Foto dal sito Wikimedia Commons, utente TEL-Brough, 2008 (pubblico dominio).

Un verdetto aperto

L'autopsia, il 21 settembre, trova vomito fino nei bronchi più piccoli. Il 28 settembre il coroner di Westminster, Gavin Thurston, chiude l'inchiesta con un verdetto aperto: Hendrix è morto soffocato dal vomito inalato, dentro un'intossicazione da barbiturici, e non c'è nessuna prova che volesse togliersi la vita. Perché abbia preso tutte quelle compresse, disse il coroner, è una domanda che non può avere una risposta sicura.

Non è morto di overdose, come si è ripetuto per decenni, e il caso non è mai stato del tutto chiuso nella testa di chi gli voleva bene. Nel dicembre 1993, dopo il dossier presentato da Kathy Etchingham, la sua compagna degli anni di Londra, Scotland Yard riapre le carte su richiesta dell'Attorney General. Qualche tempo dopo la decisione: andare avanti, a più di vent'anni di distanza, non servirebbe l'interesse pubblico.

Seattle, e quello che resta

Il 1° ottobre 1970 Hendrix torna a casa. Il funerale è alla Dunlap Baptist Church di Seattle, la sepoltura al Greenwood Memorial Park di Renton, nello stato di Washington. In chiesa ci sono Mitch Mitchell, Noel Redding, Johnny Winter e Miles Davis. Il corteo della famiglia e degli amici conta ventiquattro limousine. Dal 2002 i suoi resti riposano sotto una cupola di granito nello stesso cimitero, e ogni anno ci passano migliaia di persone.

A metà novembre del 1970 Voodoo Chile, cioè Voodoo Child (Slight Return), arriva al primo posto della classifica britannica: l'unico numero uno in singolo della sua vita, arrivato quando la vita era già finita. Il 5 marzo 1971 esce The Cry of Love, il disco a cui stava lavorando agli Electric Lady Studios: terzo in America, secondo in Gran Bretagna.

E intanto il conto dei ventisettenni si allunga. Brian Jones se n'era andato il 3 luglio 1969. Janis Joplin muore il 4 ottobre 1970, sedici giorni dopo Hendrix. Jim Morrison il 3 luglio 1971, due anni esatti dopo Jones. Il nome «Club 27» sarebbe arrivato solo molto più tardi, dopo Kurt Cobain.

Due minuti e ventiquattro secondi

Per ricordarlo oggi abbiamo scelto una canzone corta. Little Wing esce il 1° dicembre 1967 su Axis: Bold as Love, registrata agli Olympic Studios di Londra a fine ottobre. Dura due minuti e ventiquattro secondi. Hendrix raccontava che l'idea gli era venuta al Monterey Pop Festival, guardandosi intorno e mettendo tutto quello che vedeva nella forma di una ragazza.

Da allora l'hanno suonata in tanti, e nessuno l'ha fatta più lunga per caso: Eric Clapton con Duane Allman nei Derek and the Dominos, Sting con l'arrangiamento di Gil Evans, Stevie Ray Vaughan in una versione strumentale che gli è valsa un Grammy, uscita anche lei quando lui non c'era più. Tutti hanno provato a restare un po' di più dentro quei due minuti. Lui, invece, li chiudeva lì. Come se sapesse che le cose migliori finiscono presto.

Fonti: jimihendrix.com (biografia ufficiale); Wikipedia EN (voci Death of Jimi Hendrix, Jimi Hendrix, Monika Dannemann, The Cry of Love, Voodoo Child (Slight Return), Little Wing, 27 Club); Official Charts Company (classifica singoli UK, 15-21 novembre 1970); Ultimate Classic Rock e Guitar World (l'ultima esibizione al Ronnie Scott's); Louder (l'ultima intervista a Keith Altham); Rolling Stone (l'inchiesta del 1970 e lo spostamento dei resti nel 2002); UPI (la riapertura del caso nel dicembre 1993).
Foto: Wikimedia Commons, autore sconosciuto (pubblico dominio); Wikimedia Commons, utente TEL-Brough (pubblico dominio).


Sotto l'audio ufficiale di Little Wing, sul canale JimiHendrixVEVO, il commento più votato dice così:

@davidpancerev9658 · 2 anni fa
«The only thing "wrong" with this song is it's too short and it has to end. Truly one of his best!»

Traduzione: «L'unica cosa "sbagliata" di questa canzone è che è troppo corta e deve finire. Davvero una delle sue migliori!»

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