2 agosto 1971: Who's Next, il capolavoro che i Who ricavarono da un disastro
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Il 2 agosto 1971 esce negli Stati Uniti Who's Next. Nove canzoni, quarantatré minuti, una copertina con quattro tizi che hanno appena fatto pipì contro un blocco di cemento. È il disco più grande dei Who, e non doveva esistere.
Il progetto che fece crollare Pete Townshend
Dopo Tommy, Townshend voleva fare di più. Non un altro album: un'idea totale. Si chiamava Lifehouse, ed era un'opera rock ambientata in un futuro dove l'inquinamento ha costretto l'umanità in tute connesse a una rete, e la musica dal vivo è stata dimenticata. Nella storia, i dati personali di ogni spettatore sarebbero stati tradotti in suono, fino a trovare una nota sola capace di unire tutti.
Nel 1971 non era fantascienza da poco: era una descrizione dello streaming e dei profili personalizzati con quarant'anni di anticipo. Il problema è che non lo capiva nessuno. Townshend provò a metterlo in scena al Young Vic di Londra, con concerti aperti dove il pubblico avrebbe dovuto partecipare alla creazione. Il pubblico venne, ascoltò e se ne andò. La band non seguiva, il manager Kit Lambert nemmeno.
Townshend si spezzò. Ha raccontato di essersi trovato sull'orlo del crollo nervoso, convinto di essere l'unico a vedere una cosa che forse non c'era. Lifehouse venne abbandonato.
Glyn Johns e la scelta più semplice del mondo
A quel punto entra in scena Glyn Johns, tecnico del suono e produttore associato, uno che aveva già lavorato con Stones, Beatles e Led Zeppelin. La sua proposta fu brutalmente pratica: dimentica il concetto, hai delle canzoni magnifiche, incidiamo un disco normale.
Così fu. La maggior parte delle sessioni si tenne agli Olympic Studios di Barnes, a Londra; Won't Get Fooled Again era già stata registrata a Stargroves, la casa di campagna di Mick Jagger, con lo studio mobile dei Rolling Stones parcheggiato in giardino. Otto dei nove brani finali venivano da Lifehouse. Senza trama, senza spiegazioni, senza libretto: solo canzoni.
Ed è esattamente questo che le salvò.

La macchina che pulsa
La prima cosa che si sente, all'inizio del disco, non è una chitarra. È un arpeggio che gira su sé stesso, ipnotico, prodotto da un organo Lowrey Berkshire Deluxe usando la funzione di ripetizione marimba. Sopra ci arrivano il pianoforte, poi la batteria di Keith Moon, poi Roger Daltrey.
Quel brano si chiama Baba O'Riley, e il titolo tiene insieme le due ossessioni di Townshend in quel periodo: Meher Baba, il maestro spirituale indiano che seguiva, e Terry Riley, il compositore minimalista americano dei loop e delle ripetizioni. Nella trama di Lifehouse la cantava un contadino scozzese. Fuori da quella trama è diventata una delle aperture più riconoscibili della storia del rock.
La stessa idea torna, ancora più feroce, in chiusura: in Won't Get Fooled Again l'organo Lowrey passa dentro un sintetizzatore ARP e diventa un motore che pulsa per otto minuti e mezzo. È la prima volta che il rock usa l'elettronica così: non come effetto, non come tappezzeria, ma come sezione ritmica. Poi c'è il silenzio, il riff che rientra, e l'urlo di Daltrey — probabilmente il più famoso mai inciso su nastro.
E quello che canta subito dopo è la frase più disillusa mai scritta da un ventiseienne: meet the new boss, same as the old boss. Conosci il nuovo padrone, uguale al vecchio. Nel 1971, con la controcultura che si stava sciogliendo, suonava come una diagnosi. Oggi suona ancora attuale, il che non è esattamente una buona notizia per nessuno.
Il monolito e la pipì
La copertina se la inventò il fotografo Ethan Russell il 4 luglio 1971, mentre la band viaggiava fra Sheffield e Leicester. Un pilastro di cemento che spunta da una collina di scorie minerarie, quattro uomini che si allontanano dopo averci orinato contro: una presa in giro del monolito di 2001: Odissea nello spazio. Russell ha poi ammesso che solo Townshend riuscì davvero nell'impresa; per gli altri si dovette versare dell'acqua piovana raccolta in un barattolo di pellicola.
Il disco più solenne dei Who si presenta così. È perfettamente coerente: erano una band capace di scrivere un'opera rock filosofica e, cinque minuti dopo, di distruggere la strumentazione per noia.
Quello che resta
Who's Next arrivò al primo posto in Gran Bretagna — l'unico album dei Who a riuscirci — e da allora non se n'è più andato da nessuna classifica dei dischi migliori di sempre. Keith Moon sarebbe morto nel 1978, John Entwistle nel 2002. Restano quattro musicisti che suonavano tutti come solisti e che, per una volta, tirarono nella stessa direzione.
E resta una lezione che vale la pena tenersi: il capolavoro non nacque dall'idea geniale. Nacque da quando quell'idea crollò e qualcuno disse «suoniamo le canzoni e basta».
@bluesborn · 6 anni fa
«The opening of this song has never stopped being a thrill.»
Traduzione: «L'attacco di questa canzone non ha mai smesso di essere un brivido.»
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