Il tappeto volante e l’ultima curva: la breve vita di Rushton Moreve

Il tappeto volante e l’ultima curva: la breve vita di Rushton Moreve


Santa Barbara, California, 1 luglio 1981. Su una strada accarezzata dal sole della costa del Pacifico si spegne, a soli trentadue anni, un uomo che il grande pubblico non ha quasi mai visto in faccia, eppure ha ascoltato migliaia di volte senza saperlo. Si chiamava John Rushton Morey, ma la storia del rock lo conosce come Rushton Moreve, primo bassista degli Steppenwolf. La sua e’ una di quelle vicende che il rock sembra scrivere apposta: talento istintivo, un lampo di genio diventato eterno e una fine prematura avvolta da una delle paranoie piu’ assurde mai raccontate. E per una crudele ironia del destino, l’uomo che diede il basso alla band di Born to Be Wild - l’inno per eccellenza della moto e della liberta’ su due ruote - mori’ proprio in sella a una motocicletta.

Un annuncio in una vetrina di Hollywood

Nel 1967 Hollywood e’ un crocevia di sogni e chitarre. In una vetrina del Wallich’s Music City, leggendario negozio di dischi e strumenti all’angolo tra Vine e Sunset, compare un cartello: “Cercasi bassista”. A rispondere e’ un ragazzo di diciotto anni, John Rushton Morey. Dall’altra parte c’e’ John Kay, cantante dalla voce roca e dagli occhiali scuri, reduce dallo scioglimento dei Sparrows e deciso a fondare un nuovo gruppo insieme al tastierista Goldy McJohn e al batterista Jerry Edmonton. Il produttore Gabriel Mekler della ABC-Dunhill li incoraggia. Manca solo qualcuno alle quattro corde. Moreve fa l’audizione e viene preso sul posto. La band prende il nome dal romanzo di Hermann Hesse, Il lupo della steppa: Steppenwolf.

Quattro giorni che cambiarono il rock

Il debutto omonimo viene inciso in appena quattro giorni, eppure e’ una scarica elettrica. Dentro c’e’ Born to Be Wild, che schizza al numero due della classifica americana e diventa l’inno definitivo della strada e delle due ruote. E’ anche, secondo la stessa band, la prima canzone della storia a pronunciare l’espressione “heavy metal”, nel celebre verso “heavy metal thunder”. Un anno dopo finira’ nei titoli di testa di Easy Rider, consegnando gli Steppenwolf al mito della controcultura. Sotto quel muro di suono, accanto alla cupa The Pusher, c’e’ il basso di Moreve: melodico, spinto verso le note alte, capace di dare respiro a un rock altrimenti solo ruvido.

Il riff che valeva una vita

Quando il gruppo entra in studio per il secondo album, Moreve tira fuori un riff di basso semplice e “rimbalzante”, tre note che non si dimenticano. La band ci lavora sopra, John Kay scrive un testo ispirato dall’euforia pura di ascoltare musica su un nuovo impianto hi-fi stereo, e nasce Magic Carpet Ride. E’ l’unica canzone degli Steppenwolf in cui Moreve comparira’ come coautore, accanto a Kay. Il brano arriva al numero tre della Billboard Hot 100 e rimane in classifica per sedici settimane, piu’ a lungo di qualsiasi altro pezzo del gruppo. La sua aura attraversera’ i decenni: in Star Trek: First Contact e’ la canzone che Zefram Cochrane fa partire per scaramanzia durante il primo volo a curvatura. Eppure Moreve, per anni, non ebbe nemmeno il suo disco d’oro: glielo consegnarono molto piu’ tardi, quando un vecchio produttore lo riconobbe per caso in strada.

La profezia del terremoto

Poi, sul piu’ bello, qualcosa si spezza. Moreve si convince - si racconta sotto l’influenza della compagna e di un gruppo dalle credenze apocalittiche - che un terremoto catastrofico stia per inghiottire la California, facendola sprofondare nell’oceano Pacifico. La paura diventa ossessione: si rifiuta di rientrare a Los Angeles, salta prove e concerti, persino una data televisiva. Alla fine del 1968 John Kay non ha scelta e lo licenzia. La California, naturalmente, rimase al suo posto. Al suo fianco arriva Nick St. Nicholas, mentre gli Steppenwolf proseguono la loro corsa verso il successo planetario, oltre venticinque milioni di dischi venduti.

Il ritorno e il silenzio

Per Moreve, fuori dalla band, il tempo si fa piu’ lento. Nel 1978 prova a rimettersi in gioco affiancando il vecchio compagno Goldy McJohn in una nuova incarnazione del gruppo, ma e’ una parentesi breve. La sua carriera oltre gli Steppenwolf resta limitata, quasi nell’ombra, lontana dalle luci che il suo riff aveva contribuito ad accendere. La storia del rock e’ piena di queste figure laterali e decisive insieme: uomini che hanno acceso la miccia di un classico immortale e poi sono scivolati ai margini del racconto.

L’ultima curva

Il 1 luglio 1981, a Santa Barbara, Rushton Moreve muore per le ferite riportate in un incidente in moto. Aveva trentadue anni. E’ difficile non avvertire il peso simbolico di quella fine: l’uomo che aveva dato il basso a Born to Be Wild, la canzone che invita a far rombare il motore e buttarsi in autostrada, se ne va proprio su una motocicletta. Ma piu’ del modo conta cio’ che resta: ogni volta che parte quel tappeto volante di tre note, Rushton Moreve e’ ancora li’, a ricordarci che a volte basta un’idea semplice e geniale per restare per sempre.

🎧 Il brano del giorno

Steppenwolf - Born to Be Wild

La scegliamo per la sua forza simbolica. Scritta da Mars Bonfire, fratello del batterista Jerry Edmonton, e incisa con Moreve al basso sul debutto del 1968, Born to Be Wild e’ molto piu’ di una canzone: e’ l’inno della liberta’, della strada aperta e del motore che romba. “Get your motor runnin’, head out on the highway”, canta John Kay, e in quel grido c’e’ tutto lo spirito di un’epoca. E’ stata la colonna sonora di Easy Rider e la prima a far risuonare le parole “heavy metal”. Ascoltarla oggi, pensando a chi quel basso lo suono’ e a come se ne ando’, la rende ancora piu’ struggente.

@angelicasmith2928 · 5 anni fa
«How can anyone not like rock and roll?!»

Traduzione: «Come si puo’ non amare il rock and roll?!»


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