Changes: l’ultima verità di Ozzy
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Changes: l’ultima verità di Ozzy
Il 5 luglio 2025, a Villa Park di Birmingham, Ozzy Osbourne salì su un palco per l’ultima volta. Non poteva più camminare: il Parkinson lo aveva costretto su un enorme trono nero, da cui cantò seduto, immobile nel corpo ma intatto nella voce. Davanti a lui oltre quarantamila persone, e milioni collegate da tutto il mondo, arrivate per dire grazie al ragazzo di Aston che aveva inventato una musica intera. Diciassette giorni dopo, il Principe delle Tenebre se ne sarebbe andato per sempre. Per raccontare quell’addio non servono le urla di Paranoid o il passo marziale di Iron Man. Serve una ballata al pianoforte, nascosta nel 1972 in mezzo alla furia di Vol. 4: si intitola Changes, ed è forse la canzone più fragile e umana che i Black Sabbath abbiano mai inciso. Oggi la ascoltiamo con occhi diversi.
Da Aston al mondo: il ragazzo che inventò il metal
John Michael Osbourne era nato il 3 dicembre 1948 ad Aston, quartiere operaio di Birmingham, quarto di sei figli in una famiglia che non aveva nulla. Dislessico, balbuziente, incapace di stare fermo, lasciò la scuola a quindici anni e passò da un lavoro all’altro: manovale, operaio, persino un mattatoio. Ci fu pure una breve, disgraziata parentesi in carcere per un furto finito male. Poi, nel 1968, l’incontro che cambiò tutto: con il chitarrista Tony Iommi, il bassista Geezer Butler e il batterista Bill Ward diede vita a una band che, cercando il suono più cupo e pesante mai sentito, avrebbe fondato l’heavy metal. La chiamarono Black Sabbath, e da quel quartiere povero nacque un genere destinato a conquistare il mondo.
L’ultimo ritorno a casa
Il titolo del concerto diceva già tutto: Back to the Beginning, tornare all’inizio. Perché Villa Park, lo stadio dell’Aston Villa, sorge a pochi passi da dove i Black Sabbath erano nati. Per la prima volta dal 2005, la formazione originale — Ozzy, Iommi, Butler e Ward — tornava insieme sullo stesso palco. A dirigere la serata fu Tom Morello, che chiamò a raccolta mezzo pantheon del metal: Metallica, Slayer, Pantera, Tool, Alice in Chains, Guns N’ Roses e decine di ospiti, che su un palco girevole si alternarono rendendo omaggio ai maestri; persino Ronnie Wood degli Stones salì a suonare. Ozzy cantò prima un breve set solista, poi si riprese i suoi Sabbath per quattro pietre miliari: War Pigs, N.I.B., Iron Man e Paranoid. Tutto l’incasso, centonovanta milioni di dollari, andò in beneficenza per la ricerca sul Parkinson e per due ospedali pediatrici: fu il concerto benefico più ricco della storia.
Una ballata nascosta nel 1972
Chi conosce i Black Sabbath solo per i loro riff granitici resta sempre spiazzato da Changes. Uscita nel 1972 dentro Vol. 4, l’album più tormentato ed eccessivo della band, è una ballata costruita su un pianoforte semplice e struggente: niente chitarre distorte, niente demoni, niente oscurità. La scrissero quattro ragazzi che il mondo vedeva come i signori del male, eppure lì dentro c’è soltanto la malinconia per una storia d’amore finita. La voce di Ozzy confessa I’m going through changes, sto attraversando cambiamenti, e per una volta non c’è nessuna maschera: solo un uomo. È la prova che, sotto il volume e le tenebre, i Sabbath sapevano toccare corde delicatissime.
Un duetto tra padre e figlia
Nel 2003 quella canzone tornò a vivere in un modo che nessuno si aspettava. Ozzy la reincise trasformandola in un duetto con la figlia Kelly, riscrivendone in parte il testo per farne un dialogo tra un padre e una figlia che imparano a lasciarsi andare. Changes arrivò al numero uno nella classifica britannica: il Principe delle Tenebre in vetta con la ballata più tenera del suo repertorio, cantata accanto alla ragazza che il mondo aveva imparato a conoscere in televisione con The Osbournes. Da inno privato di una band, la canzone diventava un affare di famiglia, e proprio quella dimensione domestica ne moltiplicava la commozione.

Diciassette giorni
Nessuno, quella sera di luglio, voleva pensare che fosse davvero la fine. E invece lo era. Diciassette giorni dopo Back to the Beginning, il 22 luglio 2025, Ozzy Osbourne si spense a settantasei anni, nella sua casa in Inghilterra, circondato dai suoi. Aveva fatto in tempo a tornare a casa, a salutare il suo pubblico, a chiudere il cerchio esattamente dove tutto era cominciato. I Black Sabbath affidarono il loro dolore a due parole soltanto, apparse sui loro profili: «Ozzy Forever». Ozzy per sempre. Come se quell’ultimo concerto fosse stato, in fondo, un lungo e consapevole arrivederci.
Perché oggi Changes suona come un testamento
Riascoltata dopo quel 5 luglio, Changes non è più il lamento di un ragazzo di Birmingham per un amore perduto. È diventata un testamento. Quel I’m going through changes suona come se Ozzy, da sempre, ci avesse avvertiti: tutto cambia, tutto finisce, ma certe voci non se ne vanno davvero. C’è qualcosa di miracoloso nel fatto che l’uomo che aveva spaventato intere generazioni di genitori abbia lasciato, come ultima verità, una fragile ballata al pianoforte. Forse è questo il vero volto del rock: sotto il fragore, un cuore che batte fortissimo.
🎧 Il brano del giorno
Black Sabbath – Changes (1972)
Dimentica per un attimo i riff e il volume: qui restano solo un pianoforte, poche note e una voce nuda. Changes è la ballata che i signori del metal nascosero dentro Vol. 4, e che il tempo ha trasformato nella canzone-addio di Ozzy Osbourne. Chiudi gli occhi, e lascia che sia il pianoforte a raccontare il resto.
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💬 Il commento dei fan
Sotto il video di Changes, un ascoltatore ha scritto:
«As a Ozzy Osbourne and Black Sabbath fan, this is got to be not only the most emotional song, but it’s absolutely making me appreciate the afterlife of every generation.»
«Da fan di Ozzy Osbourne e dei Black Sabbath, questa non è soltanto la canzone più emozionante in assoluto: mi fa davvero apprezzare l’eredità che ogni generazione si lascia dietro.»
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