Sedici ore per cambiare il mondo: la storia di Live Aid
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Sedici ore per cambiare il mondo: la storia di Live Aid
Il 13 luglio 1985, alle 12:01 del mattino, gli Status Quo salgono sul palco di Wembley e attaccano Rockin' All Over the World. Comincia così Live Aid: sedici ore di musica su due continenti, decine delle più grandi rock star del pianeta, un miliardo e mezzo di persone davanti alla televisione in centosessanta Paesi. Non era mai successo prima. Non è più successo dopo.
Un servizio in televisione
Tutto era cominciato nell'ottobre del 1984. Bob Geldof, cantante dei Boomtown Rats e in quel momento a corto di successi, guarda un servizio della BBC sulla carestia in Etiopia. Le immagini lo devastano. Nel giro di poche settimane raduna mezza scena pop britannica e incide Do They Know It's Christmas?, firmata insieme a Midge Ure degli Ultravox. Il singolo vende milioni di copie. Ma a Geldof non basta.
L'idea impossibile
Serve qualcosa di più grande: un concerto simultaneo su due continenti, trasmesso in mondovisione via satellite. Nel 1985 è un'idea tecnicamente ai limiti del folle. Geldof convince gli artisti uno per uno, spesso con le cattive: telefonate, insulti, ricatti morali. Non paga nessuno. Molti dicono di sì solo per non essere gli unici a dire di no.

Wembley e Philadelphia
A Londra ci sono i Queen, David Bowie, gli U2, Elton John, Paul McCartney, gli Who, i Dire Straits, Sting. A Philadelphia Bob Dylan, Madonna, i Run-DMC, Tom Petty, Neil Young, e le reunion dei Led Zeppelin e dei Crosby, Stills, Nash & Young. Phil Collins riesce a suonare su entrambi i palchi: dopo Wembley prende un elicottero, poi il Concorde, e atterra in tempo per Philadelphia. Nessuno ci aveva mai provato.
I ventun minuti dei Queen
Poi, alle 18:41 ora di Londra, salgono i Queen. Freddie Mercury ha capito una cosa che agli altri è sfuggita: quello non è un concerto, è un programma televisivo. Così taglia le canzoni, tiene solo i ritornelli, e trasforma settantaduemila persone in un unico coro. Durante Radio Ga Ga, lo stadio intero batte le mani sopra la testa a tempo. È il momento in cui Live Aid smette di essere una raccolta fondi e diventa mitologia. Da allora, quei ventun minuti sono universalmente considerati la più grande esibizione dal vivo della storia del rock.
Il paradosso e i dubbi
Non tutto fu semplice. I Tears for Fears si ritirarono e Geldof li fece sentire in colpa. Alcuni artisti suonarono male, altri in playback. E negli anni si è discusso a lungo su quanti dei soldi raccolti — circa centocinquanta milioni di sterline — siano davvero arrivati a destinazione, e su quanto sia giusto che l'Occidente si commuova per un pomeriggio. Sono domande legittime. Restano, insieme alla musica.
Quello che rimane
Live Aid dimostrò che il rock poteva essere una cosa sola con il mondo, non un rifugio dal mondo. Rilanciò carriere intere, ne consacrò altre, e insegnò a un'intera generazione che la musica può muovere qualcosa oltre le classifiche. Curiosamente, quel 13 luglio 1985 cadeva esattamente dodici anni dopo l'uscita del primo album dei Queen. Lo stesso giorno in cui erano cominciati, si presero il mondo.
🎧 Il brano del giorno
Queen - Radio Ga Ga
Non è la canzone più bella dei Queen, e forse non è nemmeno tra le prime dieci. Ma quel giorno, a Wembley, diventò qualcosa di diverso: settantaduemila paia di mani che battono insieme sopra la testa, e Freddie Mercury che le guarda come se avesse appena capito di poter fare qualsiasi cosa. Ascoltarla oggi è sentire il rumore di uno stadio che smette di essere pubblico e diventa una cosa sola.
@HappyBanjo-oc3pc · 2 anni fa
«Freddie Mercury getting thousands upon thousands upon thousands of fans to move their hands in unison is one of the greatest moments in rock concert history.»
Traduzione: «Freddie Mercury che fa muovere le mani all'unisono a migliaia e migliaia e migliaia di fan è uno dei momenti più grandi nella storia dei concerti rock.»
Storie Rock – Artisti, Dischi, Ricordi 🎸
Ogni giorno un racconto che merita di essere ascoltato.