«Blue» di Joni Mitchell: il diario a cuore aperto del 1971
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«Blue», il giorno in cui Joni Mitchell si tolse ogni difesa

Il 22 giugno 1971 la Reprise pubblica Blue, quarto disco di Joni Mitchell. Dieci canzoni, poco più di trentasei minuti, una voce, una chitarra, un pianoforte e un dulcimer appalachiano. Eppure dentro quei solchi c'è una delle confessioni più nude mai incise su un disco di musica popolare. Mitchell ha ventisette anni, arriva da mesi di viaggi inquieti per l'Europa, da una storia finita con Graham Nash e da una relazione tanto intensa quanto breve con James Taylor. Si è ritirata dalle luci di Los Angeles perché, dirà, era «stanca di tutta quella pesantezza». Da quel ritiro nasce un album che non assomiglia a niente di ciò che lo precede: né le ballate ariose di Ladies of the Canyon, né il folk levigato dei primi dischi. Blue è diretto fino a far male, un diario tenuto a cuore aperto.
Una donna in fuga
Prima di Blue c'è la fuga. Mitchell molla tutto e parte: l'Europa, la Grecia, le grotte di Matala, a Creta, dove vive per un periodo in una comunità di artisti e nomadi. È lì che incontra Cary Raditz, il cuoco dai capelli rossi che diventerà il protagonista di Carey, una delle poche schiarite solari del disco. Ma il viaggio non è una vacanza: è una ritirata dal successo, dalla pressione di essere diventata la voce di una generazione. «Ero arrivata a un certo bivio», racconterà anni dopo. Tornata in California, Mitchell porta con sé quel senso di spaesamento, di ricerca di un amore stabile che continua a sfuggirle. È la materia prima di Blue: la strada solitaria che apre il disco già nel primo verso di All I Want — «Sono su una strada solitaria e sto viaggiando, cerco qualcosa che mi liberi».
A&M Studios, sola al timone
Blue viene registrato nel 1971 agli A&M Studios di Hollywood, gli stessi dove in quei mesi Carole King sta incidendo Tapestry. Mitchell scrive e produce tutto da sola: una rarità assoluta per una donna nel music business del 1971, in un'epoca in cui le artiste faticavano persino a ottenere una carta di credito a proprio nome. Al suo fianco c'è solo l'ingegnere del suono Henry Lewy, che diventerà il suo collaboratore di fiducia per gli anni a venire. Gli arrangiamenti sono ridotti all'osso: chitarra acustica, pianoforte e il dulcimer appalachiano, strumento di montagna fragile e antico che dà al disco gran parte della sua grazia trasparente. Gli ospiti sono pochi e discreti: James Taylor alla chitarra su California, All I Want e A Case of You; Stephen Stills al basso e alla chitarra su Carey; Russ Kunkel alla batteria, Sneaky Pete alla pedal steel. Nessun assolo, nessuna esibizione: solo cornici delicate intorno alla voce.
Little Green, il segreto più doloroso
Tra le dieci canzoni ce n'è una che Mitchell custodiva da anni. Little Green era stata scritta nel 1967, ma il suo segreto risaliva al 1965: a ventun anni, sola e senza mezzi, Joni aveva dato in adozione la figlia appena nata. «Firmi tutte le carte con il nome di famiglia / sei triste e dispiaciuta, ma non ti vergogni», canta, con una tenerezza che è anche autoaccusa. Per decenni quel verso è rimasto un enigma per gli ascoltatori, un dolore cifrato dentro una melodia dolcissima. La storia avrà un epilogo solo nel 1997, quando madre e figlia — Kilauren Gibb, cresciuta col nome adottivo — si ritroveranno dopo trentadue anni. Little Green è il cuore segreto di Blue: la prova che dietro la confessione c'era sempre stata una verità trattenuta, finalmente messa in musica.

Graham, James e le ferite di Blue
Blue è anche una mappa sentimentale. La rottura con Graham Nash attraversa My Old Man, il ritratto di una domesticità sognata e perduta, e River, in cui Joni vorrebbe scivolare via dal proprio dolore come su un fiume ghiacciato. La relazione con James Taylor — segnata anche dalle sue lotte con la dipendenza — alimenta la title track Blue, considerata un inno scritto per lui, e si insinua in A Case of You, brano che alcuni attribuiscono invece a Leonard Cohen o allo stesso Nash. Mitchell non nomina mai apertamente nessuno: trasforma le persone in atmosfere, i luoghi in stati d'animo. Eppure ogni canzone è così precisa, così carica di dettagli veri, che il disco diventa un atto di esposizione totale. «Mi sentivo senza difese», dirà. Blue nasce proprio da quella crepa, da quella che lei chiamò «una crepa nell'uovo cosmico».
Un disco che non somigliava a nulla
Quando esce, Blue spiazza. La critica capisce subito di trovarsi davanti a qualcosa di nuovo: sulle pagine di Rolling Stone, il 5 agosto 1971, Stephen Holden lo definisce «il disco più libero, più luminoso e più ritmicamente gioioso che Joni abbia mai pubblicato». Ma sotto quella luce c'è una franchezza quasi imbarazzante, un grado di confessione che la canzone d'autore non aveva ancora osato. Blue fissa il modello del confessional songwriting: l'idea che un album possa essere un autoritratto senza filtri, un diario aperto sull'amore, sulla perdita, sul desiderio. Da quel momento in poi, chiunque avrebbe voluto cantare la propria vita in prima persona — da Taylor a tanti dopo di lei — avrebbe dovuto fare i conti con ciò che Joni aveva fatto in trentasei minuti.
L'eredità
Il tempo ha solo allargato la statura di Blue. All'epoca arriva al numero 3 nel Regno Unito, al 9 in Canada e al 15 nella Billboard 200 americana — segno, scherzò qualcuno, che nel 1971 i britannici avevano ancora orecchio migliore. Ma è negli anni che il disco diventa leggenda: nel gennaio 2000 il New York Times lo inserisce tra i 25 album che rappresentano «i punti di svolta e i vertici della musica popolare del Novecento». E nel 2020, nella nuova classifica dei 500 più grandi dischi di sempre stilata da Rolling Stone, Blue sale fino al terzo posto assoluto, il piazzamento più alto mai raggiunto da un'artista donna. Non male, per dieci canzoni nate da una crepa.
🎧 Il brano del giorno: River
Il brano del giorno è River. Si apre con poche note di pianoforte che, lente e malinconiche, disegnano Jingle Bells rovesciata in minore: il Natale come stagione della solitudine, non della festa. «Vorrei avere un fiume su cui pattinare via», canta Joni, mentre intorno a lei la California celebra le feste sotto il sole e lei vorrebbe solo scomparire dal proprio dolore. È una delle canzoni più amate del disco proprio perché capovolge il cliché natalizio: dietro le luci, la malinconia. Nata dalla rottura con Graham Nash, River è diventata negli anni un classico paradossale, ripresa da decine di artisti e suonata ogni dicembre da chi, sotto l'albero, non riesce a sentirsi felice. Pochi versi, un pianoforte solo, e tutto il peso di un addio.
Top comment dal video YouTube:
@craigbusick9676 · 7 mesi fa
«Joni... my God this woman is the greatest songwriter that ever existed.»
(Joni... mio Dio, questa donna è la più grande autrice di canzoni mai esistita.)
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