Lazy: l'Hammond di Jon Lord che sposò il rock alla sinfonia

Jon Lord in concerto


Il 16 luglio 2012, a Londra, se ne va Jon Lord. Ha settantuno anni e alle spalle un anno di cure per un tumore al pancreas; a portarlo via è un'embolia polmonare. I giornali scrivono "tastierista dei Deep Purple", ed è vero. Ma è come dire che Leonardo dipingeva.

Perché Jon Lord non si è limitato a suonare le tastiere in una band hard rock: ha inventato un modo di far parlare l'organo Hammond che prima non esisteva, e ha passato la vita a costruire un ponte fra due mondi che si detestavano — il rock e la musica classica. Aveva ragione lui. Ci sono voluti trent'anni perché tutti se ne accorgessero.


Il ragazzo di Leicester che studiava Bach

Nasce a Leicester nel 1941. A cinque anni è già seduto davanti a un pianoforte, e non per gioco: studia classica per anni, disciplina vera, Bach e Beethoven nelle dita prima ancora che nella testa. Il piano è la sua lingua madre.

Poi arriva Londra, arrivano i club, arrivano il blues e il jazz. E arriva la scoperta che cambia tutto: l'organo Hammond. Uno strumento pensato per le chiese e le sale da ballo, che nessuno aveva ancora immaginato dentro una band elettrica. Lord lo guarda e vede qualcos'altro.

Un Hammond dentro un Marshall: nasce un suono

L'intuizione che fonda i Deep Purple è tecnica e folle insieme: Lord prende il suo Hammond e lo collega a un amplificatore Marshall. Quelli erano fatti per le chitarre, per distorcere, per ruggire. L'organo non doveva starci dentro.

Il risultato è un suono che nessuno aveva mai sentito: sporco, saturo, aggressivo, capace di reggere il confronto con una chitarra elettrica invece di accompagnarla. Non è un dettaglio: è la ragione per cui i Deep Purple suonano come i Deep Purple e non come chiunque altro. Metà di quel muro sonoro è di Ritchie Blackmore. L'altra metà è di Jon Lord.

Il duello

I Deep Purple nel 1971

Da quell'idea nasce il marchio di fabbrica della band: il duello. Blackmore attacca con la chitarra, Lord risponde con l'organo, e i due si rincorrono, si sfidano, si rubano le frasi a vicenda. In Highway Star è quasi una gara di scherma.

Fuori dal palco quel rapporto era complicato, a tratti feroce. Ma è dall'attrito fra due musicisti che non volevano cedere un centimetro che è uscita la scintilla. I Deep Purple sono grandi anche per questo: perché dentro c'erano due primedonne che si rispettavano abbastanza da farsi male.

Concerto per gruppo e orchestra

Nel settembre del 1969, alla Royal Albert Hall, Lord realizza il suo sogno: i Deep Purple sul palco insieme alla Royal Philharmonic Orchestra, per eseguire il Concerto for Group and Orchestra che ha scritto lui.

La critica lo massacra. Troppo colto per i rockettari, troppo volgare per i puristi della classica. Blackmore stesso storce il naso: la band vuole tirare fuori i muscoli, non i violini. Eppure quel gesto, allora ridicolizzato, oggi è la cosa più moderna che quella band abbia fatto. Lord era arrivato con trent'anni di anticipo.

Il riff che non è suo

C'è una leggenda che va corretta, e sorprende quanto sia dura a morire: il riff di Smoke on the Water non è di Jon Lord. È di Ritchie Blackmore.

Quello che fa Lord, e che quasi nessuno nota, è raddoppiarlo all'Hammond. È per questo che quel riff, il più suonato dai principianti di tutto il pianeta, ha uno spessore che nessuna chitarra da sola potrebbe avere: sotto le sei corde c'è un organo che spinge. Lord non l'ha mai rivendicato. Non era il tipo.

Il ritorno a casa

Nel 2002 fa la cosa che nessuno si aspetta: lascia i Deep Purple. Non per stanchezza, ma per tornare da dove era partito. Passa gli ultimi dieci anni a scrivere musica classica — il Durham Concerto è del 2007 — chiudendo con calma il cerchio aperto a cinque anni davanti a quel pianoforte.

Poi arriva la diagnosi, un anno di cure, e il 16 luglio 2012 quel cerchio si chiude davvero. Se ne va da musicista classico che aveva fatto ruggire il rock, che è esattamente ciò che era sempre stato.


🎧 Il brano consigliato: "Lazy"

Se dovessimo mettere Jon Lord dentro una sola canzone, sarebbe questa. Lazy si apre e per quasi due minuti non succede nient'altro: c'è solo lui e l'Hammond. Un blues che si accende piano, si sporca, cresce, si contorce — e solo quando ha finito di dire quello che deve dire lascia entrare la band.

Non è un'introduzione: è una dichiarazione. Nessuno, prima di lui, aveva mai chiesto a un pubblico rock di stare fermo ad ascoltare un organo per due minuti. Lui l'ha fatto, e quel pubblico è rimasto zitto.


📝 Il commento top sotto al video:

"Ogni tastierista, di ogni band, di ogni genere, negli ultimi cinquant'anni ha un debito con Jon Lord. Il più grande tastierista rock di sempre, senza discussione."
— @jamesa901


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