Benvenuti nella giungla: la notte in cui i Guns N’ Roses incendiarono St. Louis
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Benvenuti nella giungla: la notte in cui i Guns N’ Roses incendiarono St. Louis
Nell’estate del 1991 i Guns N’ Roses erano, senza troppe esagerazioni, la band più pericolosa e desiderata del pianeta. Reduci dal terremoto di Appetite for Destruction, si erano lanciati nell’Use Your Illusion Tour, una delle tournée più lunghe e travagliate nella storia del rock. Axl Rose, Slash, Duff McKagan, Izzy Stradlin, Matt Sorum e Dizzy Reed portavano ogni sera in scena un miscuglio esplosivo di talento sconfinato e caos totale. Il 2 luglio arrivarono al Riverport Amphitheatre di Maryland Heights, un anfiteatro nuovo di zecca a mezz’ora da St. Louis, in Missouri. Nessuno, quella sera, poteva immaginare che il concerto sarebbe finito nei libri di storia per tutte le ragioni sbagliate. Sarebbe passato alla leggenda con un nome preciso: il Riverport Riot.
La band più pericolosa del mondo
Il soprannome non era una trovata pubblicitaria. I Guns N’ Roses si erano costruiti una reputazione da autentici piantagrane a colpi di droghe, eccessi, ritardi e polemiche. Tre anni prima, al Monsters of Rock di Donington Park, due fan erano morti schiacciati durante il loro set: una tragedia che aleggiava ancora su ogni loro esibizione. La band incarnava la coda selvaggia degli anni Ottanta, quel glam metal sfrontato e sudicio che stava per essere spazzato via dall’ondata grunge di Seattle. I Guns erano l’ultimo, gigantesco fuoco di quell’era, e come tutti i grandi fuochi rischiavano di bruciare chiunque si avvicinasse troppo.
Il quindicesimo brano
Quella sera il concerto scorreva bene, almeno per gli standard piuttosto distorti della band. Poi arrivò il quindicesimo brano della scaletta: Rocket Queen, la traccia che chiude Appetite for Destruction. A metà canzone, Axl Rose notò tra le prime file un uomo che scattava fotografie senza permesso. Nell’era pre-smartphone, gli scatti rubati ai concerti alimentavano un piccolo commercio clandestino, e Axl non lo tollerava. Chiese alla sicurezza di intervenire, gridando “Take that! Get that guy and take that!”. Ma nessuno si mosse. Allora, con un urlo, “I’ll take it, goddamn it!”, si lanciò a capofitto tra il pubblico per confiscare di persona la macchina fotografica. La beffa: l’uomo con la telecamera era Bill “Stump” Stephenson, leader di una gang di motociclisti locale, i Saddle Tramps.
Thanks to the lame-ass security
Dopo una colluttazione a terra, i tecnici ripescarono a fatica Axl e lo riportarono sul palco. Ma ormai la miccia era accesa. Il cantante afferrò il microfono e pronunciò la frase destinata a diventare leggenda: “Thanks to the lame-ass security, I’m going home!”, grazie alla sicurezza incompetente, me ne vado a casa. Poi scagliò il microfono a terra e lasciò il palco, seguito dalla band. Slash provò a dire al pubblico che era davvero tutto finito, ma le sue parole si persero nel boato. Per una quindicina di minuti la folla restò incredula a fissare il palco vuoto. Poi, quando fu chiaro che i Guns non sarebbero tornati, il Riverport si trasformò in un campo di battaglia.
Tre ore di caos
Quella che seguì fu una rivolta vera, lunga ore. I fan iniziarono a strappare le sedie di plastica dalle basi per scagliarle contro le guardie, abbatterono transenne, appiccarono roghi, tirarono giù gli schermi video e si arrampicarono sulle torri di amplificazione. Un giornalista presente, Daniel Durchholz, raccontò di aver visto persone dondolarsi appese ai cavi dell’impianto luci, mentre un tecnico del suono accanto a lui mormorava che, se quella struttura fosse crollata, ci sarebbe stata una strage. Per pura fortuna non ci furono morti. Ma i feriti furono oltre sessantacinque, venticinque dei quali poliziotti, e i danni all’anfiteatro vennero stimati tra i duecento e i trecentomila dollari. Servirono più di duecentosettanta agenti per riportare la calma.
La fuga e la legge
Nel caos, il tour manager della band aveva un solo pensiero: portare via i musicisti prima che la folla inferocita li raggiungesse. Axl, Slash, Duff e gli altri fuggirono dal retro in tutta fretta. Il conto con la giustizia, però, arrivò puntuale: il 7 agosto 1991 il procuratore di St. Louis incriminò Axl Rose con quattro capi d’accusa per aggressione e uno per danneggiamento. Il mandato d’arresto restò sospeso finché il cantante non rientrò dalla tournée europea, l’anno seguente, quando patteggiò due anni di libertà vigilata. Fu giudicato colpevole e multato per cinquantamila dollari, mentre la band affrontava una raffica di cause civili. Axl non dimenticò e non perdonò: sulle note di copertina di Use Your Illusion fece stampare un gelido “Fuck you, St. Louis!”, e per anni comparve con una t-shirt provocatoria che sbeffeggiava la città.

L’eredità del Riverport Riot
Il Riverport Riot divenne uno degli episodi più famigerati nella storia dei concerti rock, il simbolo perfetto di una band capace di toccare il cielo e di autodistruggersi nello stesso istante. I Guns N’ Roses restarono banditi da St. Louis per ventisei anni: vi tornarono soltanto nel 2017, con il tour della reunion, lasciando stavolta parlare soltanto la musica. Con il senno di poi, quella notte segna anche un confine d’epoca: l’ultimo, rovente ruggito del rock d’eccesso degli anni Ottanta, un attimo prima che il grunge cambiasse per sempre le regole del gioco. Perché il rock, quello autentico, è sempre a un passo dal tuffarsi nella folla.
🎧 Il brano del giorno
Guns N’ Roses - Welcome to the Jungle
Non esiste brano che racconti la pericolosità dei Guns N’ Roses meglio di Welcome to the Jungle. Fu il video di questa canzone a far esplodere Appetite for Destruction, trasformando cinque ragazzi affamati di Los Angeles in superstar planetarie. La giungla del titolo era la città, con le sue tentazioni e i suoi pericoli, ma col tempo è diventata la metafora perfetta del mondo stesso della band: un luogo dove tutto può succedere e dove nessuno è al sicuro. Ascoltarla ripensando a quella notte del 1991 fa venire i brividi: quel ghigno beffardo con cui Axl dà il benvenuto nella sua giungla suona come un avvertimento che il pubblico del Riverport avrebbe fatto bene a prendere sul serio.
@tammynaquin9050 · 5 anni fa
«I’m 61, but when I hear this song, my number age reverses to 16 again. Love it!»
Traduzione: «Ho 61 anni, ma quando sento questa canzone la mia età si ribalta e torno a 16. La adoro!»
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