Foo Fighters: la rinascita di Dave Grohl dopo Kurt Cobain
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Dave Grohl e i Foo Fighters: come si rinasce dopo la fine di tutto
Il 4 luglio 1995 usciva un disco che nessuno, nemmeno il suo autore, avrebbe scommesso potesse cambiare la storia del rock. Era il debutto dei Foo Fighters. Ma per capirlo davvero, bisogna partire da un anno prima, da un uomo distrutto che credeva di aver perso tutto.
Il batterista che aveva perso tutto
Nell’aprile del 1994 la morte di Kurt Cobain aveva mandato in frantumi i Nirvana. Dave Grohl, che di quella band era stato il batterista travolgente, sprofondò nel dolore. “Perdere Kurt fu devastante”, avrebbe raccontato. “Avevo paura della musica: se una canzone mi toccava, la spegnevo.”
La musica, che per lui era sempre stata un filo diretto col cuore, era diventata insopportabile. Tutti pensavano che Grohl sarebbe rimasto per sempre dietro un tamburo, ricordato come il batterista di una leggenda finita. E invece stava per cambiare completamente strada.
La fuga in Irlanda
Invece di restare a fare i conti con le macerie, Grohl partì. Fu dur

ante il viaggio di nozze in Irlanda che ricominciò a scrivere. Capì una cosa semplice e potente: tornare a fare ciò che aveva sempre fatto, chiudersi in uno studio e registrare da solo, poteva far ripartire il suo cuore.
Rifiutò le offerte che gli arrivavano come batterista, da Tom Petty ai Danzig. Non voleva restare il batterista di un gruppo che non c’era più. Voleva provare qualcosa che non aveva mai fatto: mettersi davanti a tutti e cantare. Un’idea che, ammise, lo terrorizzava.
Sei giorni, un uomo solo, un intero album
Nell’ottobre del 1994 prenotò sei giorni ai Robert Lang Studios di Seattle, con l’amico produttore Barrett Jones. Registrò quasi tutto da solo, suonando ogni singolo strumento: batteria, chitarra, basso e voce. Quattro canzoni al giorno, di corsa, quasi per gioco.
Chiamò il progetto Foo Fighters, dal termine con cui i piloti alleati indicavano gli oggetti volanti non identificati durante la guerra. Doveva essere una piccola tiratura tra amici. Divenne invece il primo mattone di una nuova, luminosa avventura. Un disco solare, in un’epoca in cui il grunge si era fatto cupo.
Il coraggio di stare davanti
Per portare quelle canzoni dal vivo, Grohl mise insieme una vera band: l’ex compagno nei Nirvana Pat Smear alla chitarra, e dai Sunny Day Real Estate il bassista Nate Mendel e il batterista William Goldsmith. Il grande esperimento solitario diventava finalmente un gruppo.
La strada, però, non fu semplice. Durante le sessioni del secondo album, The Colour and the Shape, tra tensioni e un divorzio doloroso, Goldsmith lasciò la band e Grohl rischiò di veder crollare tutto. Fu in quel momento di crisi che nacque la canzone che avrebbe salvato il disco.
Everlong: la rinascita ha una voce
Grohl trovò il riff quasi per caso, in accordatura aperta, mentre registrava un altro brano. Da quell’intuizione nacque Everlong, scritta in una notte solitaria in Virginia. “Quando la sentii, capii: teneva insieme tutto”, ricordò il produttore Gil Norton. Era il pezzo che mancava.
Diretta nel video dal geniale Michel Gondry, Everlong non fu un successo travolgente all’uscita, ma col tempo divenne il brano più amato dei Foo Fighters, il cuore emotivo di tutta la loro storia. La prova che, a volte, dal punto più buio nasce la cosa più luminosa.
🎧 Il brano del giorno: Everlong
Se il debutto è l’atto di coraggio di un uomo solo, Everlong è il momento in cui quella rinascita trova finalmente una voce condivisa. Un inno struggente e potente, che ancora oggi milioni di persone cantano all’unisono. Il suono di chi, dopo aver perso tutto, ha scelto di ricominciare.
💬 @scottrolen27mvp: «My 13 year old brother is playing this song right now upstairs as I study... and all I could do is just smileeeeeeeee.»
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