Mark Lanegan: voce baritonale del grunge di Seattle

Oggi nasceva Mark Lanegan: voce baritonale del grunge

Il 25 novembre 1964 nasceva Mark Lanegan (1964–2022), una delle voci più riconoscibili della scena di Seattle. Baritono graffiato, passo lento, testi pieni di ombre: con gli Screaming Trees, con i Queens of the Stone Age e nei dischi solisti ha incarnato il lato più oscuro, fragile e umano del grunge e dell’alt-rock.

Le sue canzoni sembravano più confessioni sussurrate in una stanza buia che semplici brani rock: pochi accordi, tempi lenti, un mondo interiore enorme.


Origini tra Ellensburg, vinili di famiglia e ferite precoci

Mark William Lanegan crebbe a Ellensburg, Washington, cittadina agricola a est di Seattle. In casa i genitori, Dale e Floy, entrambi insegnanti, ascoltavano Johnny Cash, George Jones, Willie Nelson, ma anche crooner come Frank Sinatra e Andy Williams.

Quelle voci profonde, le melodie malinconiche e le storie di cuori spezzati lo colpirono subito. Da ragazzo, però, la sua vita fu tutto tranne che lineare: tensioni familiari, senso di estraneità, i primi problemi con alcol e droghe.

Proprio in quel caos la musica diventò rifugio e ossessione. Prima da ascoltatore, poi come frontman degli Screaming Trees, Lanegan trasformò rabbia, sensi di colpa e solitudine in una voce profonda, lenta, quasi ipnotica. Ogni brano suonava come un pezzo di autobiografia raccontato a bassa voce a chi aveva il coraggio di ascoltare.


Stile & eredità: whisky, polvere e alt-rock notturno

Lanegan fu l’opposto dello “screamer” grunge classico. Niente urla, niente salti sul palco: la sua era una voce di whisky e polvere, più vicina a un cantautore notturno che a un frontman da arena.

Con gli Screaming Trees portò nella scena di Seattle un mix unico: psichedelia anni ’60, desert rock e potenza grunge. Con i Queens of the Stone Age aggiunse ombre blues e spiritualità contorta alla furia chitarristica di Josh Homme.

Nei dischi solisti mescolò folk, blues, elettronica, gospel marcio e ballate da bar chiuso. Ogni album sembrava una stanza diversa della stessa casa infestata: cambiavano produttori e collaboratori, ma bastava una nota per riconoscere Lanegan.

Tra le sue influenze amava il lato più scuro del rock e del post-punk: Joy Division, Roxy Music, cantautori intensi e dischi che sembravano film in bianco e nero. Oggi la sua eredità vive in una lunga scia di artisti alt-rock, doom folk e songwriter “dark” che lo considerano un fratello maggiore.


Kurt Cobain, Layne Staley e la fratellanza grunge

Parlare di Mark Lanegan significa inevitabilmente evocare Kurt Cobain e Layne Staley.

Con Cobain non ci fu solo stima: registrarono insieme brani di Lead Belly, si incrociarono in progetti paralleli, condivisero notti, tour, ironia nera e fragilità. Anni dopo, nel memoir Sing Backwards and Weep, Lanegan raccontò il rimpianto per una telefonata di Kurt a cui non rispose mai. Un dolore che restò come un fantasma nelle sue parole.

Con Layne Staley il legame fu ancora più intimo. Lanegan lo considerava uno dei suoi amici più stretti: due voci uniche, due percorsi segnati da dipendenze, solitudini e fantasmi simili. Si riconoscevano come fratelli nella stessa tempesta. La morte di Layne nel 2002, e quella di Cobain anni prima, furono ferite che Mark si portò addosso per sempre, trasformandole in canzoni lente, piene di silenzi e ombre.

Quando Lanegan se ne andò nel 2022, molti fan ebbero la sensazione di perdere l’ultimo grande narratore di quella stagione grunge “interiore”, più legata all’anima che ai muri di distorsione.


“Nearly Lost You”: la porta d’ingresso al mondo Lanegan

Se vuoi entrare nel suo universo partendo dalla stagione d’oro di Seattle, una tappa obbligata è “Nearly Lost You” degli Screaming Trees.

Chitarre sporche, batteria in spinta, basso che macina e quella voce baritonale che sembra arrivare dal fondo di un sogno agitato: è una canzone che unisce energia grunge e malinconia pura. Perfetta per ricordare Mark Lanegan nel giorno della sua nascita e per capire perché le sue canzoni continuano a suonare così vive, anche dopo la sua scomparsa.


Commento dei fan: una voce invecchiata come un buon vino

“Rest in Peace Mark. A voice that aged like a fine wine, silky smooth as honey, with a hazy bourbony tinge of comfort. Gone too soon.” — @xtreme1321

Traduzione:
“Riposa in pace Mark. Una voce invecchiata come un buon vino, morbida come il miele, con una sfumatura bourbon confusa ma di conforto. Andato via troppo presto.”

Difficile trovare una sintesi migliore: una voce che sembrava diventare ogni anno più profonda, più calda, più umana.


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