John Lee Hooker – Il re del boogie che insegnò al rock a camminare

Il piede che batte il tempo: John Lee Hooker e il blues che insegnò al rock a camminare


Il 21 giugno 2001, nel sonno, nella sua casa di Los Altos in California, si spegne a 83 anni John Lee Hooker. Se ne va uno degli ultimi giganti del blues primitivo, l'uomo che il mondo aveva imparato a chiamare il "re del boogie". Era caduto malato proprio alla vigilia di un tour europeo, e se n'è andato in silenzio, lasciando otto figli e una discografia sterminata: oltre cento album e più di cinquecento canzoni incise in mezzo secolo. Ma soprattutto lasciava un suono. Quel ritmo ostinato, costruito spesso su un solo accordo e sul battito insistente del piede, era diventato negli anni una delle forze segrete del rock: un groove ipnotico che band giovani e affamate avrebbero copiato, citato e venerato per generazioni. Per capire quanto il rock gli debba, bisogna tornare indietro, fino a una piantagione del Mississippi.

Le radici nel Mississippi

John Lee Hooker nasce vicino a Clarksdale, nel cuore del Delta del Mississippi, il 22 agosto 1917, ultimo di una numerosa famiglia di mezzadri. La sua prima musica è il gospel, cantato nella chiesa battista locale, ma è il patrigno Will Moore a cambiargli la vita mettendogli in mano una chitarra. Moore, bluesman mai inciso ma amico di leggende come Charley Patton e Blind Lemon Jefferson, gli trasmette uno stile particolare: non il classico blues del Delta, ma un blues "ostinato", quasi ipnotico, fondato su un unico accordo che si ripete come un mantra. È il seme di tutto quello che Hooker diventerà. Da adolescente lascia casa, attratto dalla città e dalla promessa di una vita diversa da quella dei campi.

Detroit, Paradise Valley e l'Apex Bar

Dopo gli anni di Memphis e Cincinnati, Hooker approda a Detroit negli anni Quaranta. È la città dell'automobile e delle catene di montaggio: di giorno lavora come operaio e custode nelle fabbriche, di notte suona per pochi spiccioli nelle feste private e nei locali del quartiere nero, la celebre Paradise Valley. Diventa una presenza fissa di posti come Henry's Swing Club e soprattutto l'Apex Bar, su Oakland Avenue. È proprio in questo giro che viene notato da Elmer Barbee, un commerciante di dischi che intuisce immediatamente il suo talento. Barbee registra alcuni demo nel retro del suo negozio e lo presenta all'uomo che gli aprirà le porte della storia: il produttore e distributore Bernard Besman.

Boogie Chillen' e la nascita di un suono

Nel settembre del 1948, agli United Sound Systems di Detroit, Hooker incide i suoi primi lati da solista. Tra questi c'è Boogie Chillen', registrato nel modo più scarno possibile: la sua voce profonda, la chitarra elettrica e il suono del piede che martella il tempo, amplificato. Besman cede il brano alla Modern Records di Los Angeles, e accade l'impensabile: quel blues grezzo e domestico scala le classifiche fino a diventare numero uno della graduatoria R&B all'inizio del 1949, vendendo oltre un milione di copie. È il primo blues elettrico "casalingo" a sfondare a livello nazionale. Il successo permette a Hooker di lasciare la fabbrica e dedicarsi alla musica a tempo pieno. Negli anni successivi, legato a contratti capestro, inciderà per decine di etichette sotto pseudonimi come Delta John, Birmingham Sam e Texas Slim, pur di continuare a registrare.

Uno stile inimitabile

Ciò che rende Hooker unico è la sua libertà ritmica assoluta. Il suo tempo non segue le regole: cambia battuta quando l'emozione lo richiede, allunga e accorcia le misure seguendo soltanto il proprio istinto. Questo lo rende meraviglioso e, al tempo stesso, quasi impossibile da accompagnare: per gran parte della carriera resta un artista solitario, perché pochi musicisti riescono a stargli dietro. La sua voce è un brontolio cavernoso, il suo canto alterna parole sussurrate e versi gridati, in quel "talking blues" che diventerà il suo marchio di fabbrica. Più che suonare il blues, Hooker lo incarna: è un uomo solo, una chitarra e un piede che pesta il pavimento come un cuore che batte.

Il ponte verso il rock

Quando, negli anni Sessanta, l'Inghilterra scopre il blues, Hooker diventa un eroe per una generazione di ragazzi con la chitarra. Gli Animals trasformano la sua Boom Boom in un successo internazionale; Rolling Stones, Yardbirds e, più tardi, gli ZZ Top costruiscono interi pezzi sul suo boogie. Lo stesso giro ipnotico di La Grange degli ZZ Top è figlio diretto del suo passo. Hooker cavalca l'onda con intelligenza: suona nei festival folk americani, tiene i leggendari concerti dell'American Folk Blues Festival in Europa nel 1962, registra con i Canned Heat l'album Hooker 'n Heat e collabora con Van Morrison. Il vecchio bluesman del Mississippi è diventato il nonno spirituale del rock bianco, riconosciuto e amato da chi, grazie a lui, aveva imparato a far camminare una canzone.

La rinascita e l'addio

Dopo anni di guadagni magri e disillusione, la consacrazione definitiva arriva quando Hooker ha più di settant'anni. Nel 1989 pubblica The Healer, con ospiti come Carlos Santana, Bonnie Raitt e Los Lobos: il duetto con la Raitt su I'm in the Mood gli vale un Grammy e l'album diventa uno dei più venduti nella storia del blues. È l'inizio di una stagione d'oro tardiva: arrivano Mr. Lucky, Chill Out e Don't Look Back, altri Grammy, l'ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1991 e il Grammy alla carriera nel 2000. Hooker apre persino un locale a San Francisco, il "Boom Boom Room", e il pubblico lo riscopre anche grazie al cinema, dopo la sua apparizione in The Blues Brothers. Poi, il 21 giugno 2001, il sipario. Carlos Santana, sconvolto, parlò dell'impatto profondo che John Lee aveva lasciato nei cuori di tutti. Aveva ragione Hooker, quando diceva che, anche dopo la morte, non se ne sarebbe andato davvero: il suo boogie continua a battere, in ogni riff che cammina.

🎧 Il brano del giorno

John Lee Hooker – Boogie Chillen'

Tutto comincia qui. Inciso da solo nel settembre 1948 e pubblicato dalla Modern Records, Boogie Chillen' è il manifesto del suono di Hooker: nessuna band, solo la sua voce, la chitarra elettrica e il piede che pesta il tempo. Il testo è in parte autobiografico e alterna parti parlate e cantate, raccontando le notti di Detroit, le luci di Hastings Street e la voglia di andare a ballare nei locali della città. Numero uno nelle classifiche R&B del 1949 e oltre un milione di copie vendute, fu il primo blues elettrico "casalingo" a diventare un fenomeno nazionale. Da quel singolo accordo ipnotico e da quel battito ostinato nascerà tutto: il boogie del Mississippi diventa, di fatto, una delle radici profonde del rock'n'roll.

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@karik3678 · 5 anni fa
"This song plays in my soul at all times, I swear."
Traduzione: «Questa canzone suona nella mia anima in ogni momento, lo giuro»


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