31 maggio 1948: nasce John Bonham, il batterista che ha cambiato per sempre il rock
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Nasce John Bonham, il batterista che ha cambiato per sempre il rock
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Il 31 maggio 1948, a Redditch, nella contea inglese del Worcestershire, nasceva John Henry Bonham, secondo di tre figli di Jack Bonham, carpentiere e proprietario di una piccola impresa edile, e di Joan. Settantotto anni dopo, John Bonham — Bonzo per gli amici — resta universalmente considerato il più grande batterista della storia del rock. Rolling Stone lo ha messo al primo posto nella classifica dei più grandi batteristi rock di sempre (2016), davanti a Keith Moon, Neil Peart e Ginger Baker. La sua potenza, il suo groove e la sua influenza restano ineguagliabili: ogni batterista che si siede dietro un kit oggi lo deve studiare. Oggi lo celebriamo con una storia che parte da Redditch e arriva nel mito, e con un brano — Kashmir — che ha scolpito il suono del rock per sempre.
🥁 Il ragazzo che batteva il ritmo con le mani
Il 31 maggio 1948, a Redditch, Inghilterra, nasceva John Henry Bonham. Cresciuto in una famiglia operaia, mostrò da subito un istinto naturale per la ritmica: a cinque anni costruiva tamburi con barattoli di sali da bagno e contenitori di latta, fissando strisce di filo metallico al fondo per imitare il suono del rullante. A dieci anni la madre gli regalò il suo primo rullante vero. A quindici il padre gli regalò una Premier Percussion completa, il suo primo kit professionale. Non studiò mai musica accademica: fu l'istinto, alimentato da ascolti continui di Gene Krupa, Buddy Rich e Max Roach, a formarlo. Autodidatta, solido, travolgente. Il suo capo di istituto scrisse sulla pagella: "Diventerà o un netturbino o un milionario". Aveva ragione su entrambi i fronti: prima di sfondare con i Led Zeppelin, Bonham lavorò per anni come muratore e operaio edile per il padre, suonando di sera nei pub di Birmingham e dintorni con band locali (Terry Webb and the Spiders, The Senators, The Blue Star Trio, Crawling King Snakes).
🎧 Tra Gene Krupa e il blues elettrico
Da ragazzo amava Gene Krupa e Buddy Rich, ma anche il blues elettrico di Muddy Waters e Howlin' Wolf, e il rock'n'roll grezzo di Little Richard e Jerry Lee Lewis. Quella combinazione tra finezza jazz e potenza primitiva sarebbe diventata il suo marchio di fabbrica. Nei primi anni Sessanta passò per varie band della scena di Birmingham. La svolta arrivò con i Band of Joy, formati con un giovane Robert Plant. Nel 1968, quando Jimmy Page stava cercando un batterista per i suoi New Yardbirds — il progetto che sarebbe presto diventato Led Zeppelin — fu Plant a suggerirgli Bonham. Page andò ad ascoltarlo al Country Club di Hampstead dove suonava per Tim Rose. La prima reazione fu di perplessità: "era troppo pesante". Ma in pochi minuti Page e il manager Peter Grant capirono che quella pesantezza era esattamente ciò che serviva al nuovo sound. Lo convinsero ad entrare con qualche difficoltà: Bonham aveva moglie e figlio piccolo (Jason, nato nel 1966), e già un buon stipendio fisso suonando per Rose. I Led Zeppelin gli offrirono tutto.
📰 Il rispetto dei giganti
"Una forza della natura", lo definì Eric Clapton. Per Dave Grohl è stato un faro: "Quando ho sentito John Bonham per la prima volta, ho pensato che fosse impossibile suonare così. Ma volevo provarci comunque." I suoi colleghi lo chiamavano The Beast — la Bestia — ma sempre con rispetto reverenziale. Carmine Appice dei Vanilla Fudge, conosciuto durante il primo tour americano dei Led Zeppelin nel dicembre 1968, gli regalò il suo primo set Ludwig: da quel momento Bonham userà solo Ludwig per il resto della carriera, prima il Maple di colore naturale, poi il celeberrimo Ludwig Amber Vistalite trasparente che diventerà la sua icona visiva. Le sue bacchette erano le più lunghe e pesanti disponibili: lui le chiamava "trees", alberi. Non era solo tecnica o potenza: era emozione, groove, istinto. Ogni suo colpo raccontava qualcosa. La sensibilità jazz nel cuore di un corpo da rock'n'roll: Bonzo era unico.
🏆 Una leggenda scolpita nella storia del rock
Rolling Stone lo ha messo al primo posto tra i migliori batteristi rock di tutti i tempi nel 2016, davanti a Keith Moon, Neil Peart e Ginger Baker. Bonham ha inciso ogni album dei Led Zeppelin fino alla sua morte: il debutto omonimo (1969), Led Zeppelin II (1969), III (1970), il celeberrimo IV (1971) con Stairway to Heaven e When the Levee Breaks, Houses of the Holy (1973), Physical Graffiti (1975), Presence (1976), il live The Song Remains the Same (1976), In Through the Out Door (1979). Morì il 25 settembre 1980 nella casa di Jimmy Page a Clewer, Berkshire, soffocato dal proprio vomito dopo aver bevuto circa 40 misure di vodka in un giorno, durante le prove di un imminente tour americano. Aveva solo 32 anni. Pochi mesi dopo, i Led Zeppelin sciolsero la band con un comunicato che diceva semplicemente: "non possiamo continuare come eravamo". Nessuno poteva sostituirlo. Le reunion ufficiali sono state pochissime: Live Aid 1985 con Phil Collins e Tony Thompson, Atlantic Records 40th anniversary 1988, e soprattutto il leggendario concerto del 2007 all'O2 Arena di Londra per l'Ahmet Ertegun Tribute Concert, con Jason Bonham — il figlio nato nel 1966 — alla batteria, l'unico al mondo in grado di tenere il posto del padre. Da allora, niente più.

💎 Quello che ha cambiato il rock per sempre
La sua influenza si sente ovunque: dai Metallica agli Arctic Monkeys, dai Foo Fighters di Dave Grohl ai Black Keys. Ma il suo lascito tecnico è ancora più specifico. Tre brani in particolare mostrano perché Bonham era irraggiungibile. Su When the Levee Breaks (1971), per ottenere quel suono di batteria gigantesco e cavernoso, l'ingegnere Andy Johns piazzò Bonham al pianterreno della villa di Headley Grange in Hampshire, con due microfoni Beyer M160 sospesi sopra al terzo piano della tromba delle scale: il riverbero naturale di quel pozzo di pietra creò uno dei suoni di batteria più samplati della storia — lo trovi nei Beastie Boys, in centinaia di brani hip-hop. Su Kashmir (1975), inserito in Physical Graffiti, Bonham orchestrò personalmente l'andamento ritmico in 4/4 sopra il riff in 3/4 di John Paul Jones, creando quell'effetto ipnotico e mediorientale che è diventato il marchio di fabbrica di una delle canzoni più riconoscibili del rock. Su Moby Dick (1970) eseguì in concerto assoli di batteria di oltre 30 minuti, talmente intensi che le mani sanguinavano. Le nuove generazioni continuano a scoprirlo, ad analizzare ogni suo colpo di rullante, ogni ghost note. Il suo spirito vive in ogni batterista che osa colpire forte, ma con cuore. Come direbbe Dave Grohl: "Bonzo non è solo il batterista più grande di sempre. È il motivo per cui ho cominciato a suonare la batteria."
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🎧 Il brano del giorno: Kashmir
Pubblicato il 24 febbraio 1975 come traccia dell'album Physical Graffiti, il doppio LP più ambizioso e celebrato dei Led Zeppelin, Kashmir è il capolavoro compositivo della band secondo lo stesso Robert Plant, che lo ha sempre indicato come "la mia canzone preferita di tutto quello che abbiamo fatto". Otto minuti e mezzo di tensione crescente costruita su un riff in 3/4 di John Paul Jones suonato in tonalità DADGAD, sopra cui Bonham orchestrò personalmente un drumming in 4/4 creando uno sfasamento ipnotico tra le due metriche che dà al brano il suo effetto trance, mediorientale, monumentale. Plant scrisse i versi dopo un viaggio nel deserto del Sahara meridionale, in Marocco, ispirato dalla luce del deserto e dalla cultura berbera — "It's the strangest place I've ever been". Gli archi e gli ottoni furono arrangiati da John Paul Jones e suonati dall'Orchestra Sinfonica di Londra. Quando i Led Zeppelin lo registrarono agli Headley Grange, Bonham impose alla band di provare il pattern per ore finché non fu perfetto. Jimmy Page ricorda: "È la canzone in cui Bonzo si è davvero capito. Senza la sua intuizione ritmica, Kashmir non sarebbe mai esistita." Il brano è stato campionato innumerevoli volte, tra cui da Puff Daddy per Come With Me del 1998 (con Jimmy Page alla chitarra), tema del film Godzilla.
Top comment YouTube (@rwbgolden, 9 mesi fa):
"Kashmir is not a place — it's the journey of the soul."
Traduzione: "Kashmir non è un luogo — è il viaggio dell'anima."
Un commento di sole nove parole che condensa la vera essenza del brano: Kashmir non è solo un capolavoro orchestrato, non è solo un'esibizione tecnica di Bonham e John Paul Jones, non è solo una canzone ispirata a un viaggio nel Sahara. È un viaggio interiore, otto minuti e mezzo di tensione mistica che porta l'ascoltatore in un altrove dove geografia ed emozione si fondono. L'eredità di Bonzo in cinque parole.
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