Jeff Buckley a Brooklyn: come accettò il padre Tim e diventò leggenda

Jeff Buckley e la sera di Brooklyn: come il figlio di Tim Buckley smise di scappare e diventò sé stesso


🌅 Anaheim, 1966 – Un figlio senza padre

Jeffrey Scott Buckley nasce il 17 novembre 1966 ad Anaheim, in California. Sua madre Mary Guibert ha diciannove anni, suo padre Tim Buckley ne ha venti. Quando Mary scopre di essere incinta, Tim è già un cantautore folk-rock di belle promesse, sotto contratto con la Elektra Records. Ma Tim non vuole un figlio. Lascia Mary e il bambino nascituro per inseguire la carriera. Il piccolo Jeff cresce in California con la madre, che si risposa con il meccanico Ron Moorhead, e con il cognome Moorhead. Vede suo padre una sola volta nella vita, nel 1975. Jeff ha otto anni. Tim, allora ventottenne, lo invita ad alcuni dei suoi concerti a Los Angeles. Il bambino dorme nel backstage. Padre e figlio passano insieme una settimana. Due mesi dopo, il 29 giugno 1975, Tim Buckley muore di overdose di eroina e morfina dopo una festa. Quella settimana californiana resterà l'unico ricordo di suo padre che Jeff porterà con sé per sempre.

🎸 Il rifiuto dell'eredità

Negli anni successivi, Jeff sviluppa con la figura del padre un rapporto complicatissimo. Tim Buckley aveva pubblicato nove album in nove anni, era stato salutato dalla critica come uno dei più talentuosi cantautori della sua generazione, aveva fatto parte della scena folk-rock di Los Angeles, della Greenwich Village newyorkese, della sperimentazione jazz-fusion degli anni Settanta. Ma per Jeff era soltanto l'uomo che lo aveva abbandonato. Per tutta l'adolescenza e i primi vent'anni rifiuta sistematicamente qualsiasi accostamento al padre. Studia chitarra, suona in band heavy metal di Los Angeles (i Group Therapy, gli AKB), si trasferisce a Hollywood, lavora come hotel clerk, si esibisce in piano-bar e ristoranti. La sua voce è già straordinaria — quattro ottave di estensione, intonazione perfetta, una capacità rara di passare dal falsetto al rock duro — ma Jeff vuole costruirsi un'identità lontana dall'ombra paterna. A chi gli chiede di Tim risponde: "Era uno sconosciuto per me. Non parliamone".

🗽 New York, Sin-é, e una voce che si rivela

Nel 1990 Jeff si trasferisce a New York, dove inizia a suonare regolarmente al Sin-é, un caffè irlandese di St. Mark's Place nell'East Village con quaranta posti a sedere. È un locale minuscolo, frequentato da bohemien e artisti, dove l'amplificazione è quasi simbolica e i musicisti suonano essenzialmente acustici. Jeff vi si esibisce per ore: cover di Van Morrison, Edith Piaf, Bob Dylan, Led Zeppelin, Nusrat Fateh Ali Khan e Nina Simone. La sua presenza scenica è ipnotica: si lascia trasportare dalla canzone con una concentrazione assoluta, gli occhi spesso chiusi, le mani che scivolano sulla chitarra. Si crea velocemente un seguito di fedelissimi — tra cui Rebecca Moore, attrice e compagna che diventerà sua musa, e diversi addetti ai lavori del rock newyorkese. Ma c'è un confine che Jeff non oltrepassa: non canta mai un brano di Tim Buckley.

⛪ Il tributo che cambia tutto

Hal Willner è un produttore esecutivo dell'Saturday Night Live e organizzatore di concerti-tributo monumentali. Nel 1991 sta organizzando Greetings From Tim Buckley, un concerto-omaggio nel sedicesimo anniversario della morte di Tim, da tenere alla St. Ann's Church a Brooklyn Heights il 26 aprile. Vorrebbe la presenza di Jeff. Manda messaggi alla madre Mary Guibert, ai familiari, agli amici di Jeff. Per mesi Jeff dice di no. Poi, dopo lunghe conversazioni con la madre, accetta. Mary gli dice una frase che diventerà cruciale: "Forse cantando le sue canzoni potrai finalmente dirgli addio". È la chiave che apre la porta. Jeff accetta a una condizione: non parteciperà alle prove con gli altri musicisti perché vuole costruire le sue versioni in solitudine. Sceglie tre brani da cantare: I Never Asked to Be Your Mountain (canzone che Tim aveva scritto per Mary durante la gravidanza, una sorta di addio anticipato al figlio), Sefronia – The King's Chain (dall'album Sefronia del 1973) e Once I Was (dall'album Goodbye and Hello del 1967).

🕯️ La sera del 26 aprile 1991

Quella sera la St. Ann's Church è gremita. Sul palco si alternano Richard Hell, Syd Straw, Gary Lucas, X (i Doe e Cervenka) e altri musicisti che avevano amato Tim. Quando Jeff sale sul palco, l'atmosfera cambia. È vestito di nero, con la chitarra e una postura quasi religiosa. Inizia con I Never Asked to Be Your Mountain: una canzone che parla letteralmente di un padre che chiede perdono per essere stato lontano dal figlio. La voce di Jeff trema all'inizio, poi si apre. Quando arriva alla parte conclusiva di Once I Was e canta "sometimes I wonder for a while, do you ever remember me?", il pubblico è in lacrime. Jeff piange. Mary Guibert, in platea, piange. Per i venti minuti del suo set, ventiquattro anni di rifiuto si scolano in qualcosa di nuovo: non perdono, ma riconoscimento. Jeff Buckley accetta finalmente di essere figlio di Tim Buckley. E proprio facendolo, smette di essere figlio di qualcuno e diventa Jeff Buckley.

🎤 Da Brooklyn a Grace

In sala, quella sera, ci sono Steve Berkowitz e Don Ienner della Columbia Records. Sono folgorati. Negli stessi giorni anche Imago Records sta cercando di mettere Jeff sotto contratto. Berkowitz vince la corsa. Nel 1992 Jeff registra l'EP Live at Sin-é, uscito nel 1993. Nel 1993 compone e registra il suo primo album in studio agli Bearsville Studios di Woodstock con il produttore Andy Wallace e la band stabile composta da Mick Grondahl al basso, Matt Johnson alla batteria e poi Michael Tighe alla chitarra. Il 23 agosto 1994 esce Grace. Contiene Mojo Pin, la title track, Last Goodbye, Lilac Wine, So Real, Hallelujah, Lover, You Should've Come Over, Corpus Christi Carol, Eternal Life e Dream Brother. Inizialmente vende poco in America, ma esplode in Europa, Australia e Asia. David Bowie lo definirà uno dei più grandi album di sempre. Jimmy Page e Robert Plant lo invitano nei loro tour. Bob Dylan dichiara: "Jeff Buckley è uno dei più grandi cantautori della sua generazione". Paul e Linda McCartney vanno a trovarlo nel backstage.

🌊 Il fiume Wolf, Memphis, maggio 1997

Dopo tre anni di tour incessanti, Jeff Buckley si trasferisce a Memphis, Tennessee, nella primavera 1997. Vuole isolarsi e lavorare al secondo album, My Sweetheart the Drunk. Ha registrato bozze a Easley-McCain Recording. La sera del 29 maggio 1997, dopo una giornata di prove, Jeff si reca con un amico al fiume Wolf, un affluente del Mississippi a Mud Island. Indossa stivali, una maglietta e jeans. Entra nell'acqua vestito, mentre la radio del furgone in lontananza suona Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. Jeff canta il brano mentre nuota. Una nave da carico passa nei pressi e crea una scia improvvisa. Jeff scompare sotto l'acqua. Il suo corpo viene ritrovato sei giorni dopo nel Mississippi, dopo essere stato trascinato dalla corrente. L'autopsia esclude alcol o droghe. La causa ufficiale è "annegamento accidentale". Aveva trent'anni. Esattamente due in più di Tim. Il riferimento a Whole Lotta Love — brano dei Led Zeppelin la cui prima esecuzione live era avvenuta proprio il 26 aprile 1969, ventotto anni prima — completa una trama di coincidenze che hanno alimentato il mito di Jeff per decenni.

🎬 It's Never Over – La rinascita postuma

Il 24 gennaio 2025 al Sundance Film Festival viene presentato in anteprima mondiale It's Never Over, Jeff Buckley, il documentario diretto da Amy Berg (già autrice dei pluripremiati Janis: Little Girl Blue e Deliver Us from Evil). Il film raccoglie tre decenni di archivi privati custoditi dalla madre Mary Guibert, che per quindici anni ha resistito alle proposte di Berg prima di concederle l'accesso. Voicemail dalla voce di Jeff, registrazioni DAT inedite, video di concerti mai visti, lettere private. Le interviste includono Mary Guibert, Rebecca Moore e Joan Wasser (le due compagne più importanti), Michael Tighe e Parker Kindred (la band di Grace), Ben Harper, Aimee Mann, Susan Silver, Don Ienner e altri protagonisti dell'industria musicale anni Novanta. Il documentario, distribuito da Magnolia Pictures e HBO Documentary Films, ottiene il 98% su Rotten Tomatoes e diventa un piccolo fenomeno al botteghino americano. È stato proiettato al Festival del Cinema di Roma 2025, e arriva in Italia nella primavera 2026 nelle sale e su HBO Max. Per chi ama Jeff Buckley, è la testimonianza più completa e intima mai realizzata.

🕊️ L'eredità della sera che cambiò tutto

Quasi trentacinque anni dopo quella sera del 26 aprile 1991 alla St. Ann's Church, Jeff Buckley resta uno dei grandi enigmi del rock contemporaneo. Un solo album pubblicato in vita, una manciata di registrazioni postume, ma un'influenza sproporzionata su tutto quello che è venuto dopo. Thom Yorke andò a un concerto di Jeff e tornò in studio per registrare di nuovo le sue vocal su Fake Plastic Trees, sentendosi inadeguato. Chris Martin dei Coldplay, Matt Bellamy dei Muse, Rufus Wainwright, Ed Sheeran, Hozier — tutti riconoscono in Jeff un padre artistico. E qui sta la più grande ironia: Jeff Buckley, che per ventiquattro anni aveva rifiutato l'eredità di un padre, è diventato a sua volta padre di una intera generazione di cantanti che gli devono tutto. La sera del 26 aprile 1991, accettando di cantare le canzoni di Tim, Jeff non riconciliò solo sé stesso con la sua biografia. Aprì un canale di trasmissione che oggi ci permette di sentire, in ogni voce maschile aerea e fragile del rock di oggi, l'eco lontana di quella St. Ann's Church a Brooklyn.


🎧 Il brano del giorno

Jeff Buckley – Last Goodbye

Da Grace del 1994. Last Goodbye è il secondo singolo dell'album e probabilmente il brano più radiofonico di Jeff. Una ballata dolceamara su una storia d'amore finita, scritta originariamente nel 1992 con il titolo Unforgiven. La voce di Jeff vola tra falsetto e baritono con una naturalezza che fa rabbrividire. L'arrangiamento mescola archi, slide guitar e un basso protagonista che sembra un cuore che batte. Il videoclip in bianco e nero, diretto da Walter Stern, mostra Jeff che canta in una stanza vuota, illuminato da una luce di taglio. Quando arriva al ritornello finale — "kiss me, please kiss me, but kiss me out of desire, babe, not consolation" — il brano diventa una preghiera laica. Last Goodbye riassume tutto quello che Jeff Buckley sapeva fare: trasformare il dolore in bellezza, l'addio in canto, una rottura sentimentale in una vetta di poesia. È il pezzo che ha fatto innamorare l'Europa di lui, ed è il pezzo che, ascoltato oggi, ricorda quanto avremmo avuto bisogno di lui per molto tempo ancora.

Top comment YouTube:

"I'm 22. I discovered Jeff Buckley last month after watching the documentary. Last Goodbye made me cry on the train home. I can't believe he's been gone since before I was born. Why does it feel like I lost a brother I never met? RIP Jeff."

Traduzione: "Ho 22 anni. Ho scoperto Jeff Buckley il mese scorso dopo aver visto il documentario. Last Goodbye mi ha fatto piangere sul treno tornando a casa. Non riesco a credere che sia morto prima ancora che io nascessi. Perché mi sento come se avessi perso un fratello che non ho mai conosciuto? RIP Jeff."


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