Ian Stewart, co-fondatore dei Rolling Stones escluso perchè poco "cool"
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Ian Stewart, il sesto Rolling Stone dietro al pianoforte

Buongiorno rockers,
oggi raccontiamo la storia di Ian Stewart (18 luglio 1938 – 12 dicembre 1985), pianista scozzese, co-fondatore dei Rolling Stones e “sesto Stone” rimasto per scelta un passo indietro dai riflettori, ma sempre al centro del loro groove. 🎹
🎂 Origini e primi passi
Ian Stewart nacque a Pittenweem, in Scozia, e crebbe tra vento del Nord, paesaggi ruvidi e pianoforti verticali consumati dal boogie-woogie. Fin da ragazzo fu affascinato da blues, jazz e rhythm & blues: studiò i classici, ma quello che amò davvero fu far correre la mano destra su giri boogie velocissimi.
All’inizio degli anni ’60 lavorò come impiegato in un’industria chimica a Londra. Nel tempo libero suonò nei club, finché rispose a un annuncio su Jazz News: Brian Jones cercava musicisti per una nuova band rhythm & blues. Da quell’incontro nacque il primo nucleo di quello che sarebbe diventato The Rolling Stones.
Quando Mick Jagger e Keith Richards si unirono al gruppo, il pianoforte di Stu era già la colonna portante del sound: un R&B ruvido, da pub fumosi e marciapiedi bagnati. Per mesi il suo ufficio e il suo telefono diventarono di fatto la “sede operativa” degli Stones: gestì chiamate, date, logistica e contatti con i locali.
🔥 Dentro e fuori dalla line-up degli Stones
Nel 1963 il manager Andrew Loog Oldham decise che la band “ufficiale” dovesse essere di cinque membri, con un’immagine più giovane e fotogenica. Stewart venne escluso dalle foto promozionali e dal palco fisso: troppo “classico”, troppo poco pop-star per i canoni dell’epoca.
Questo avrebbe potuto spezzare chiunque, ma Stu reagì in modo diverso: accettò di restare come road manager e pianista aggiunto. Comprò un furgone per il gruppo, caricò strumenti, organizzò le tournée e continuò a suonare in studio e spesso dal vivo, scegliendo i pezzi che sentiva più nelle sue corde.
Il suo piano boogie-woogie entrò in profondità nel catalogo degli Stones: si può sentire in brani come “Honky Tonk Women”, “Brown Sugar” o “It’s Only Rock ’n’ Roll”. Stewart non cercò mai il virtuosismo fine a se stesso: puntò sempre su groove, swing e quella sensazione inconfondibile che il brano “camminasse” da solo.
🤘 Boogie-woogie per gli Stones… e per i Led Zeppelin
L’amore di Stewart per il rock’n’roll classico lo portò a collaborare anche con altri giganti. Nel 1971 fu al pianoforte su “Rock and Roll” dei Led Zeppelin, registrata con il Rolling Stones Mobile Studio: il suo tocco trascinò il pezzo in una festa anni ’50 al massimo volume, filtrata attraverso la furia di Page e Bonham.
Qualche anno dopo tornò accanto a Page e Plant in “Boogie With Stu”, inclusa su Physical Graffiti, brano che porta il suo soprannome direttamente nel titolo. La mano sinistra martellava il tempo, la destra danzava su frasi blues: era il suo linguaggio naturale, portato dentro una delle band più grandi della storia del rock.
Parallelamente continuò a lavorare con i Rolling Stones, in studio e on the road. Charlie Watts e Keith Richards lo considerarono a lungo un punto di riferimento silenzioso: il “motore affidabile” sia dal punto di vista musicale che umano.

🌟 Rispetto tra i giganti del rock
Per molti membri della band, Ian Stewart fu la bussola morale e musicale dei Rolling Stones. Mick Jagger ricordò più volte come il suo piano facesse davvero “swingare” il gruppo, dando solidità a riff e ritornelli.
Keith Richards arrivò a definire gli Stones come “la band di Stu”, sostenendo che senza di lui la storia sarebbe stata molto diversa. Quando la band entrò nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1989, chiese che il suo nome fosse incluso accanto a quello degli altri cinque, sanando simbolicamente l’ingiustizia degli anni ’60.
Dopo la sua morte, il pianista Ben Waters gli dedicò il disco tributo Boogie 4 Stu, con la partecipazione degli Stones e di altri ospiti. Fu un ulteriore riconoscimento pubblico di un debito che, per anni, era stato soprattutto interno alla grande famiglia del rock britannico.
🎭 Curiosità e aneddoti
Stewart non amava vivere nel caos tipico delle rockstar: giocava a golf, preferiva gli hotel con campo vicino e restava lontano dagli eccessi che travolgevano altri membri del gruppo. Spesso, mentre gli altri cercavano feste e nightlife, lui si svegliava presto per andare sui green, ironizzando sulla “silly side” della vita da rockstar.
Aveva anche una famosa idiosincrasia musicale: detestava suonare in tonalità minori. Quando arrivava un accordo minore in scaletta, alzava le mani dal piano in segno di protesta, fedele al suo amore per il boogie più luminoso e solare.
Il suo pianoforte comparve anche in session prestigiose fuori dagli Stones e dai Zeppelin, sempre con lo stesso approccio: poche parole, nessuna posa, tanto ritmo. Era il classico musicista che preferiva parlare attraverso i tasti.
📰 L’ultimo giorno e l’eredità
Il 12 dicembre 1985, mentre accusava problemi respiratori, Ian Stewart si recò in una clinica di Londra per un controllo. Seduto in sala d’attesa, venne colpito da un infarto fulminante: morì a 47 anni, senza clamore, così come aveva vissuto, un passo di lato rispetto al mito ma al centro della musica.
I Rolling Stones gli resero omaggio con un concerto speciale e inserirono un frammento del suo pianoforte alla fine di Dirty Work. Fu il loro modo di dire al mondo che, dietro il logo con la lingua, c’era anche lui a tenere insieme tutto.
Negli anni successivi il suo nome venne citato sempre più spesso come esempio di “eroe silenzioso” del rock. Ogni volta che si raccontò la storia degli Stones, riemerse anche la figura di Stu, nascosta ma fondamentale, con quel boogie ostinato che spingeva le canzoni in avanti.
🎵 Il brano da riascoltare oggi
Se vuoi sentire la forza del suo tocco fuori dal mondo Stones, metti in play “Rock and Roll” dei Led Zeppelin: dentro quel concentrato di energia anni ’70 c’era anche il boogie infuocato di Ian Stewart, che spingeva il pezzo come un treno lanciato a tutta velocità.
💬 Top comment YouTube
“That piano groove never gets mentioned. It’s the perfect accent.”
– @acoustichitsfan, 5 months ago
“Quel groove di pianoforte non viene mai menzionato. È l’accento perfetto.”
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Ogni giorno un racconto che merita di essere ascoltato.