Happy Birthday Matt Cameron

Matt Cameron: dal grunge di Seattle all’addio ai Pearl Jam

Il 28 novembre 1962 nasce a San Diego Matt Cameron, futuro batterista di Soundgarden e Pearl Jam: uno di quei musicisti che non cercano il centro del palco ma finiscono comunque per cambiarne la storia. Cuore ritmico del grunge, architetto silenzioso di riff e dinamiche, Cameron è uno dei fili invisibili che tengono insieme l’epopea di Seattle. 


Origini & prime scintille

Matt cresce in una famiglia della middle class californiana: padre impiegato, madre attenta a lasciargli spazio per quella batteria che comincia a riempire garage e pomeriggi. A San Diego – la stessa contea in cui, qualche anno dopo, si formerà musicalmente anche Eddie Vedder – il ragazzo divora dischi e affina il tocco fra scuola, piccoli lavoretti e prime band locali. 

All’inizio non è un “rock guy” nel senso classico: lo colpiscono il jazz elettrico, la libertà di batteristi come Tony Williams e l’inventiva di Keith Moon, la possibilità di spostare l’accento, di giocare con i pieni e i vuoti. In un’intervista anni ’90 citerà proprio Williams, Moon e Steve Gadd tra le sue influenze principali: non sorprende che il suo stile resti sempre più “musicale” che puramente muscolare.


Da San Diego a Seattle: la chiamata del Nord-Ovest

Quando si sposta verso il Nord-Ovest, Matt trova una scena in ebollizione. Fra fine ’70 e primi ’80 passa per gruppi come Bam Bam e soprattutto Skin Yard, una delle formazioni cardine del pre-grunge: lì impara a stare dentro chitarre distorte, tempi spezzati e volumi che cominciano a farsi seri. 

Nel 1986 arriva la svolta: entra nei Soundgarden, ancora lontani dal successo globale ma già potentissimi dal vivo. Cameron porta ordine nel caos, incastra tempi dispari e piatti feroci, diventa rapidamente il motore di una band che, insieme a Nirvana, Alice in Chains e Pearl Jam, definirà per sempre il suono di Seattle. Più avanti farà parte anche del progetto Temple of the Dog, ponte emotivo fra Mother Love Bone e la nascente galassia Pearl Jam. 


Dai Soundgarden ai Pearl Jam: il batterista “definitivo”

Dopo lo scioglimento dei Soundgarden a fine anni ’90, Cameron si ritrova libero proprio mentre i Pearl Jam stanno vivendo l’ennesimo cambio dietro i tamburi. Prima di lui si sono alternati Dave Krusen, Matt Chamberlain, Dave Abbruzzese e Jack Irons: una storia di grandi batteristi, ma anche di equilibrio ritmico mai davvero stabilizzato. 

Nel 1998 Matt entra in corsa, impara una scaletta infinita in pochissimo tempo e diventa, di fatto, il batterista “definitivo” dei Pearl Jam. Da Binaural (2000) fino a Dark Matter (2024), firma con la sua presenza tutti i dischi in studio della band, portando un drumming preciso, pesante ma mai rigido, capace di dare coerenza a un repertorio che spazia dal punk al folk-rock. 

Il 7 luglio 2025 annuncia ufficialmente l’uscita dal gruppo, dopo 27 anni dietro il kit. La notizia arriva tramite comunicati e post social: poche spiegazioni, molti ringraziamenti reciproci. Fan e colleghi parlano dell’“era Matt Cameron” come del periodo in cui i Pearl Jam hanno trovato la loro identità live più solida e una seconda giovinezza in studio. 


Stile & eredità

Il drumming di Matt Cameron è un manuale di come stare al centro di una band senza rubare la scena. Colpi secchi ma mai affrettati, ghost notes piazzate sui rullanti per tenere tutto in movimento, uso creativo dei piatti per creare tappeti sonori quasi ambient quando serve.

Nei Soundgarden costruisce architetture ritmiche che rendono naturali tempi dispari e cambi improvvisi (Spoonman, The Day I Tried to Live), mentre con i Pearl Jam diventa il punto fermo dentro pezzi come Do the Evolution, Given to Fly, Mind Your Manners. La sua eredità è duplice: ha mostrato che il batterista può essere un compositore ritmico, non solo “il tipo in fondo al palco”, e ha tenuto in piedi due delle storie più intense del rock anni ’90 e 2000. 


Brano consigliato – “Black Hole Sun” (Soundgarden)

Per raccontare Matt Cameron in musica scegliamo “Black Hole Sun” dei Soundgarden. Dietro l’apparente dolcezza psych della melodia, la batteria costruisce un’onda continua: groove stabile nelle strofe, esplosioni controllate nei ritornelli, fill che aprono squarci tra chitarre liquide e voce di Chris Cornell.

È uno di quei pezzi che puoi riascoltare mille volte e ogni volta scoprire un dettaglio diverso del suo drumming: un colpo di charleston fuori posto, una rullata che anticipa di un soffio l’ingresso del riff, un crash lasciato vibrare un microsecondo in più. Un biglietto da visita perfetto per capire perché, senza Matt Cameron, il suono di Seattle non sarebbe stato lo stesso.


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