Chris Wolstenholme: il basso dei Muse che fa tremare gli stadi
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Chris Wolstenholme: il motore a bassa frequenza dei Muse

Il 2 dicembre 1978 nasce a Rotherham, nello Yorkshire, Chris Wolstenholme, futuro basso e seconda voce dei Muse. In casa Wolstenholme i dischi non mancano mai: la madre compra regolarmente nuova musica, e quel flusso continuo di vinili accende presto la curiosità del figlio.
A fine anni ’80 la famiglia si sposta a Teignmouth, Devon. È lì, in una cittadina di provincia affacciata sulla costa inglese, che la storia di Chris incrocia quella di Matthew Bellamy e Dominic Howard, e il destino del rock dei 2000 cambia direzione.
Origini e primi passi: dalla batteria al basso per “necessità”
In adolescenza Chris non nasce come bassista: suona prima la chitarra, poi passa alla batteria in una band locale post-punk chiamata Fixed Penalty. Nel frattempo, nello stesso edificio provano i Carnage Mayhem, il gruppo di Bellamy e Howard.
Colpiti dall’energia con cui Wolstenholme pesta sui tamburi, Matt e Dom gli propongono una sfida: mollare la batteria e imparare il basso per suonare con loro. Chris accetta, si compra uno strumento, si chiude in sala prove e impara quasi da autodidatta, costruendo fin da subito un tocco potente e molto fisico.
Il trio cambia nome in Rocket Baby Dolls, vince un contest locale distruggendo gli strumenti sul palco e, poco dopo, sceglie la sigla definitiva: Muse. È l’inizio di una delle band più riconoscibili del rock contemporaneo.
Verso la gloria rock: quando il basso diventa il riff
Con l’uscita di Showbiz (1999), il contributo di Wolstenholme è ancora in parte “dietro le quinte”, ma già solido. È però con Origin of Symmetry (2001) e Absolution (2003) che il suo ruolo esplode:
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giri come quelli di “New Born” e “Hysteria” trasformano il basso nel vero riff portante, riconoscibile quanto la chitarra e la voce;
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la combinazione di distorsioni pesanti, compressione e precisione millimetrica rende ogni linea una colonna vertebrale irrinunciabile.
Nel corso dei dischi successivi – da Black Holes and Revelations a The Resistance e The 2nd Law – il basso di Chris tiene insieme l’ibrido unico dei Muse: alt-rock, prog, hard rock, elettronica, funk, orchestrazioni, sempre con la stessa brutalità controllata sulle corde.
Lotta interiore: dipendenza, rehab e canzoni confessionali
Dietro i grandi palchi c’è però una storia più dura. Per anni Wolstenholme combatte con una grave dipendenza dall’alcol. Lui stesso racconta di aver capito di essere arrivato al limite quando si è trovato davanti a un bivio: continuare così o distruggere tutto, dai Muse alla famiglia.
La decisione è la più difficile e la più importante: Chris entra in rehab, affronta il percorso di disintossicazione e ne esce con una consapevolezza nuova. Questa lotta personale entra direttamente nella musica in due brani di The 2nd Law (2012), scritti e cantati da lui:
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“Save Me”, ballata dolente che parla dalla prospettiva di chi chiede aiuto;
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“Liquid State”, più aggressiva, che è quasi un diario sonoro dei momenti peggiori.
Per molti fan, queste canzoni diventano un punto di contatto emotivo: un bassista che non è solo “il tipo silenzioso sullo sfondo”, ma una persona che mette i propri demoni al centro della musica.

Rispetto tra i giganti: il basso che guida le masse
Produttori e colleghi sottolineano spesso quanto sia tecnicamente devastante il tocco di Wolstenholme. Il producer Rich Costey ha raccontato quanto sia impressionante la forza con cui suona con le dita: è lì che nasce quel suono “enorme” che conosciamo dai dischi e dai live.
Nel panorama rock degli anni 2000, Chris viene visto come uno di quei musicisti che ha ridefinito il ruolo del basso: non solo sostegno ritmico, ma vera e propria voce melodica principale in molti brani.
Linee come quelle di “Hysteria”, “Supermassive Black Hole” o “Starlight” finiscono spesso in classifiche dedicate ai bassline più iconici. Dal vivo, sono i momenti in cui il pubblico reagisce d’istinto: cori, pogo, braccia alzate, mentre la cassa di Howard e il basso di Wolstenholme trasformano lo stadio in un unico battito.
Fandom, riconoscimenti e una quieta resilienza
Una delle cose che i fan amano di Chris è il suo contrasto: sul palco sembra quasi il più “normale” del trio, meno teatrale rispetto a Bellamy, ma ogni nota che suona è un pugno nello stomaco. È la forza calma che tiene tutto insieme.
La sua storia di dipendenza e rinascita lo rende un punto di riferimento umano, prima ancora che musicale. Molti fan in difficoltà trovano nelle sue interviste e nelle sue canzoni una forma di incoraggiamento silenzioso: se ce l’ha fatta lui, si può provare a farcela anche fuori da un’arena sold out.
Oltre alla carriera con i Muse, negli ultimi anni ha iniziato a esplorare percorsi più personali, tra collaborazioni e un progetto solista che gli permette di spostare il focus dal “basso al servizio della band” a una scrittura più intima.
Curiosità e aneddoti da tour
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Agli inizi, non era affatto un bassista: ha accettato di cambiare strumento solo per entrare nella band di Matt e Dom, imparando in fretta e sviluppando uno stile tutto suo.
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Nel 2004, durante il Curiosa Festival organizzato dai The Cure, si rompe il polso giocando a calcio con un’altra band: per alcune date viene sostituito al basso da Morgan Nicholls, mentre lui si sposta alle tastiere.
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Tifoso del Rotherham United, mantiene un legame forte con le sue origini. È il classico musicista che potrebbe tranquillamente parlarti di calcio di provincia dieci minuti dopo aver suonato davanti a 60.000 persone.
Il brano da riascoltare oggi
Se c’è una canzone che racconta alla perfezione il mondo di Chris Wolstenholme, è “Hysteria” – Muse.
Un giro di basso che non “accompagna” il pezzo, è il pezzo: aggressivo, melodico, frenetico. Potresti togliere tutto il resto – voce, chitarra, batteria – e riconosceresti comunque il brano in mezzo a mille. È il manifesto di cosa può diventare il basso quando smette di stare nell’ombra.
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