18 agosto 1986: i Bon Jovi fecero scegliere le canzoni ai ragazzi del New Jersey, e la copertina la scrissero con un dito

Bon Jovi, Slippery When Wet, copertina dell'album del 1986

Nell'estate del 1986 i Bon Jovi erano una band con due dischi alle spalle e un problema. Il primo, del 1984, aveva funzionato quanto basta per non essere licenziati; il secondo, 7800° Fahrenheit, era andato peggio del primo. Alla Mercury glielo avevano detto senza giri di parole: il terzo è l'ultimo giro. Se non succede niente, finisce qui.

Jon Bon Jovi aveva ventiquattro anni, veniva da Sayreville, New Jersey, e fece due cose che nel suo ambiente non si facevano.

La prima cosa: chiamare uno che scrive canzoni per lavoro

La prima fu telefonare a Desmond Child. Child non era un rocker: era un autore di professione, uno che sapeva costruire un ritornello come un ingegnere costruisce un ponte. Jon e Richie Sambora si sedettero con lui in una cantina di Manhattan — letteralmente una cantina, con il water accanto al pianoforte — e cominciarono a scrivere in tre.

Nell'ambiente hard rock del 1986 questo era quasi un tradimento: le canzoni le scrive la band, non un professionista pagato. Da quelle sedute vennero fuori You Give Love a Bad Name e Livin' on a Prayer. Sono le due canzoni per cui i Bon Jovi esistono ancora.

La seconda cosa: far decidere il disco ai ragazzi del quartiere

La seconda fu più strana, e nessuno la faceva. Scrissero una trentina di canzoni, ne registrarono i provini, poi portarono le cassette in giro per il New Jersey e le fecero ascoltare a gruppi di ragazzi — amici, cugini, gente dei locali dove avevano suonato per anni. Chiedevano: quale ti piace? Quale rimetteresti su?

Le canzoni che non passavano l'esame restavano fuori dal disco. Sul disco finito ce ne sono dieci. È una specie di test di mercato fatto in casa, senza sociologi e senza focus group, e ha funzionato meglio di qualunque strategia: quel disco è costruito su quello che la gente voleva sentire, perché gliel'avevano chiesto.

I Bon Jovi dal vivo

La canzone che Jon non voleva

C'è un dettaglio che fa sorridere e che dice tutto su quanto sia difficile riconoscere una cosa grande mentre la si ha in mano: Jon Bon Jovi non voleva Livin' on a Prayer sul disco. Gli sembrava mediocre. Fu Sambora a insistere, e fu Sambora a portarci dentro l'ingrediente che l'ha resa immortale: il talk box, quel congegno che manda il suono della chitarra dentro un tubo di plastica che il chitarrista si mette in bocca, e la chitarra finisce per parlare.

La rifecero da capo, più alta di tono e più veloce, con quel basso di Alec John Such che entra da solo all'inizio. È diventata la canzone che, quarant'anni dopo, sanno cantare anche quelli che giurano di non ascoltare rock.

La copertina: un sacco della spazzatura e un dito

Anche l'immagine ha una storia, ed è una storia di ripieghi. La copertina prevista era la fotografia di una donna con una maglietta bagnata, con le mani appoggiate a un muro. La casa discografica la boccia: troppo esplicita per i negozi americani, che in quegli anni erano sotto pressione da parte dei comitati per la decenza.

Servivano ore, non settimane. La soluzione fu la più economica possibile: presero un sacco della spazzatura nero, lo bagnarono, e ci scrissero sopra il titolo con un dito. Fu Jon a scriverlo. Il risultato — nero, spruzzato d'acqua, con la scritta storta che sembra fatta su un vetro appannato — è una delle copertine più riconoscibili degli anni Ottanta. E non era il piano A.

Quello che venne dopo

Il disco esce il 18 agosto 1986. Arriva al primo posto in America e ci resta otto settimane; vende oltre venti milioni di copie nel mondo — più di tutto il resto della loro discografia messa insieme. Nel 1987 i Bon Jovi suonano in mezzo mondo e diventano, per un anno intero, la band più grande del pianeta.

La cosa che resta, però, non è il numero. È che un disco costruito con l'aiuto di venti ragazzi di provincia, con una copertina fatta con un sacco dell'immondizia, e con dentro una canzone che il cantante voleva buttare, sia ancora qui dopo quarant'anni. Il rock funziona così: quasi mai come previsto.


Sotto il video, fra le migliaia di commenti, questo è quello che dice la cosa più vera:

@GoldenRock139 · 3 anni fa
«Almost 40 years have passed, A message to the future generations: Don't let this beautiful masterpiece die!»

Traduzione: «Sono passati quasi quarant'anni. Un messaggio alle generazioni future: non lasciate morire questo capolavoro!»


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