21 aprile 2016: Prince, la rivoluzione finita a Paisley Park

21 aprile 2016 – Prince, la rivoluzione che finì in un ascensore

Paisley Park si erge come un'astronave bianca nella piatta campagna di Chanhassen, Minnesota, a venti miglia da Minneapolis. Fu l'utero creativo, il rifugio, la fortezza e infine la tomba di Prince Rogers Nelson. Lo aveva progettato lui stesso nel 1987, a quota 10 milioni di dollari: 6.000 metri quadrati di studi di registrazione, sale da ballo, una piccola chiesa privata, una giungla di tastiere e un ascensore che il 21 aprile 2016, alle 9:43 del mattino, un collaboratore aprì per trovare il suo capo privo di sensi. I paramedici arrivarono in pochi minuti. Nessuna manovra riuscì a rianimarlo. Alle 10:07 fu dichiarato morto. Aveva 57 anni.

La pretesa impossibile del 1983

Per capire chi stava morendo quel giorno bisogna tornare al 1983, quando Prince aveva appena 25 anni ed era sotto contratto con Warner Bros. Records dal 1978. Aveva pubblicato cinque album, l'ultimo — 1999 — era un successo planetario con oltre tre milioni di copie, ma Prince non era ancora una star come Michael Jackson o Madonna. I dirigenti di Warner gli proposero il rinnovo del contratto discografico. La risposta li spiazzò tutti: avrei firmato solo se mi avessero garantito un film a Hollywood, con il mio nome sopra il titolo sulla locandina.

Nessun artista di quel livello aveva mai osato tanto. Il manager Bob Cavallo girò Hollywood per mesi. Ogni studio lo cacciò. Alla fine fu il leggendario dirigente Warner Mo Ostin a sbloccare la situazione, impegnando parte del suo stipendio personale a garanzia. Sette milioni di dollari, un regista esordiente — Albert Magnoli, allora montatore — e un'attrice scelta in mezzo a 750 provini: Apollonia Kotero di Santa Monica. Il film si sarebbe chiamato Purple Rain.

Il miracolo dell'estate 1984

Il 25 giugno 1984 esce l'album. Il 27 luglio il film. Nel giro di due mesi succede qualcosa che nella storia della musica era capitato solo a Elvis Presley e ai Beatles: Prince guida contemporaneamente la classifica dei singoli (Let's Go Crazy), degli album (Purple Rain) e del box office (Purple Rain, il film). Ventiquattro settimane consecutive di album al #1 in Billboard 200. Settanta milioni di dollari d'incasso contro un budget di sette. Oscar 1985 per la miglior colonna sonora originale. Tredici dischi di platino solo negli Stati Uniti. Oltre venti milioni di copie vendute nel mondo.

Da quel momento il nome Prince è scolpito nella pietra. Come Michael Jackson dall'altra parte della frontiera stilistica, diventa uno degli artisti che ha definito il suono dell'intera decade. Fonde funk, rock, pop, R&B e jazz in una miscela sua, il cosiddetto "Minneapolis sound", ispirando la carriera di Lenny Kravitz, Beck, André 3000, The Weeknd, Janelle Monáe, Bruno Mars.

Il simbolo, la guerra con Warner, l'uomo libero

Negli anni '90 Prince dichiara guerra a Warner Bros. per la proprietà del suo master. Si scrive "SLAVE" sulla guancia durante le apparizioni pubbliche. Nel 1993 cambia nome in un simbolo impronunciabile — la fusione dei simboli maschile e femminile — e per anni la stampa lo chiamerà "The Artist Formerly Known As Prince". Nel 1996 pubblica il triplo Emancipation per celebrare la fine del contratto con Warner. Vent'anni dopo sarà considerato uno dei pionieri dell'industria musicale moderna, uno dei primi artisti a vendere album direttamente via internet.

Il dolore cronico che nessuno vide

Quello che il pubblico non sapeva era che dietro le acrobazie, le spaccate, i salti dai pianoforti in tacchi alti, Prince portava un dolore fisico devastante. Dopo un intervento all'anca nel 2010, i medici cominciarono a prescrivergli oppioidi. Nel 2016, secondo i documenti dell'inchiesta, il dottor Michael Schulenberg lo stava trattando per astinenza da oppioidi, anemia e affaticamento cronico. La bottiglia Bayer trovata sul comodino conteneva circa 100 pillole marcate "Watson 853", apparentemente idrocodone, ma molte risultarono positive al fentanyl — un oppioide 50-100 volte più potente della morfina.

L'ultima settimana

Il 14 aprile Prince tiene l'ultimo concerto della sua carriera al Fox Theatre di Atlanta, tour Piano & A Microphone, solo lui e uno Yamaha al centro del palco. Il 15 aprile il suo jet privato è costretto a un atterraggio d'emergenza a Moline, Illinois: Prince è svenuto in volo. I medici del Trinity Medical Center lo rianimano con naloxone, ma lui rifiuta le cure e torna a casa. Il 19 aprile appare al Dakota Jazz Club di Minneapolis per una performance di Lizz Wright. Il 20 aprile i suoi rappresentanti chiamano Howard Kornfeld, specialista californiano in medicina delle dipendenze. Il figlio Andrew arriva a Paisley Park la mattina del 21, esattamente nel momento in cui il corpo di Prince viene trovato nell'ascensore. Troppo tardi di poche ore.

L'indagine non riuscì mai a identificare chi avesse fornito le pillole contraffatte. Il dottor Schulenberg fu multato di 30.000 dollari per aver prescritto ossicodone sotto il nome del bodyguard Kirk Johnson, ufficialmente per proteggere la privacy di Prince.

L'eredità: un lascito per tutta la musica

Sette Grammy in carriera, l'Oscar 1985, la Rock and Roll Hall of Fame nel 2004, oltre 100 milioni di dischi venduti, 39 album in studio pubblicati in vita e un "vault" — la leggendaria cassaforte di Paisley Park — che conteneva migliaia di ore di registrazioni inedite. Il suo funerale si tenne in forma privata il 23 aprile. Le sue ceneri sono conservate in un'urna a forma di Paisley Park, in miniatura, nell'atrio dell'edificio dove morì.

La sua morte ha fatto molto di più che togliere un musicista al mondo. Ha trasformato la crisi americana del fentanyl — che in quegli anni uccideva un terzo di tutte le vittime per overdose da oppioidi negli USA — da statistica a volto. Quel volto era lui: un genio nero, piccolo di statura, che aveva ballato sotto la pioggia viola per tutto il pianeta.

🎧 Il brano del giorno

🎵 Prince — Purple Rain (1984) Brano-titolo dell'album e del film, registrato dal vivo il 3 agosto 1983 al First Avenue Club di Minneapolis e poi sovrainciso in studio. Assolo di chitarra da brividi, crescendo orchestrale, voce che si spezza. Una delle più grandi power ballad della storia del rock, pura verità emotiva scolpita in sei minuti. #2 in Billboard Hot 100.

💬 Top comment YouTube (EN): "When he plays that guitar solo, time stops. He wasn't playing for us — he was playing for God."

💬 Traduzione IT: "Quando suona quell'assolo di chitarra, il tempo si ferma. Non stava suonando per noi — stava suonando per Dio."


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