👑 The Queen Is Dead: il capolavoro assoluto degli Smiths
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Il 16 giugno 1986 la Rough Trade pubblica The Queen Is Dead, terzo album degli Smiths. Per moltissimi è semplicemente il loro capolavoro, e uno dei dischi più importanti mai usciti dalle isole britanniche. Eppure dietro quei trentasette minuti perfetti c'erano tensioni con l'etichetta, battaglie legali e una band giovanissima che, all'apice della propria ispirazione, stava già correndo verso la rottura. Morrissey e Johnny Marr non lo sapevano ancora, ma stavano scolpendo il monumento che li avrebbe resi immortali.
Dopo Meat Is Murder, la fuga da Londra
Reduci dal successo di Meat Is Murder, gli Smiths si ritirano nel Greater Manchester per scrivere il nuovo disco. Marr e Morrissey lavorano a stretto contatto a casa del chitarrista, a Bowdon, lontano dalle pressioni di Londra e dei rapporti ormai logori con la Rough Trade. È in quel clima che nascono melodie e parole destinate a diventare leggenda, mentre Andy Rourke al basso e Mike Joyce alla batteria affinano gli arrangiamenti durante i soundcheck del tour.
Le sessioni e i guai con l'etichetta
Le registrazioni si svolgono tra luglio e dicembre 1985, divise tra i RAK Studios di Londra, i Jacobs Studios di Farnham e i Drone Studios di Manchester. Alla produzione ci sono gli stessi Morrissey e Marr, con Stephen Street come ingegnere del suono. Nonostante l'atmosfera creativa in studio, una dura disputa legale con la Rough Trade blocca l'uscita per circa sei mesi: il disco è pronto, ma resta in ostaggio dei contratti fino all'estate del 1986.
La title track e il veleno anti-monarchico
Ad aprire l'album è la title track, oltre sei minuti costruiti sul riff wah-wah ipnotico di Marr e su una sezione ritmica incalzante. Introdotta dal campionamento di Take Me Back to Dear Old Blighty, è un'invettiva beffarda e malinconica contro la monarchia e l'Inghilterra ufficiale, che fa storcere il naso a una parte della stampa. Più che una provocazione gratuita, è il manifesto di una band che guarda il proprio Paese con amore e disincanto insieme.

Dieci canzoni, nessuna di troppo
Dietro la title track si nasconde una sequenza di gemme. C'è l'ironia struggente di Frankly, Mr. Shankly, frecciata nemmeno troppo velata al capo della Rough Trade Geoff Travis; il vertice emotivo di I Know It's Over, con una delle prove vocali più alte di Morrissey; la dolceamara Cemetry Gates; e soprattutto There Is a Light That Never Goes Out, ballata sublime su un amore che vorrebbe morire felice. Come singolo apripista la band sceglie però Bigmouth Strikes Again, perché Marr voleva un brano esplosivo, alla Jumpin' Jack Flash, per annunciare il ritorno degli Smiths.
Numero due, ma per sempre in cima
All'uscita, il 16 giugno 1986, The Queen Is Dead si ferma al numero due della classifica britannica, dove resterà per ben ventidue settimane, e in copertina sfoggia il volto dell'attore francese Alain Delon. Col tempo la sua reputazione cresce a dismisura: viene regolarmente votato tra i più grandi dischi di sempre. Ironia della sorte, segna anche l'inizio della fine: appena un anno dopo, nel 1987, Marr lascia e gli Smiths si sciolgono, lasciando in eredità un catalogo breve e perfetto, con questo album come pietra angolare.
🎧 Il brano del giorno
The Smiths – The Queen Is Dead
La title track è la dichiarazione d'intenti dell'intero disco. Sul riff wah-wah ipnotico di Johnny Marr e sul tappeto ritmico furioso di Rourke e Joyce, Morrissey lancia la sua invettiva anti-monarchica, tra ironia tagliente e malinconia. Si apre con il campionamento di Take Me Back to Dear Old Blighty e corre per oltre sei minuti senza un attimo di respiro: il cuore pulsante, ribelle e beffardo di un capolavoro. Qui nella versione del film ufficiale diretto da Derek Jarman.
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@LilaSammy · 9 anni fa
“There are very few bands that exist for half a decade and manage to write music history, and even though most people only think of memorable ones like Joy Division and Nirvana, The Smiths were definitely one of them too.”
Traduzione: “Sono pochissime le band che durano appena mezzo decennio e riescono a scrivere la storia della musica; e anche se i più pensano solo a nomi indimenticabili come Joy Division e Nirvana, gli Smiths sono stati senza dubbio una di loro.”
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