Storie Rock – 5 Maggio: Bill Ward, il batterista jazz che ha inventato l'heavy metal

Bill Ward, il batterista che ha inventato l'heavy metal
Ci sono musicisti che hanno definito un genere con un riff. Altri con una voce. Bill Ward lo ha fatto con un colpo di rullante e un cymbal jazzato, con quella maniera così personale di stare intorno al riff invece che semplicemente sotto. Quando il 5 maggio 1948 nasce ad Aston, quartiere operaio di Birmingham, l'heavy metal non esiste ancora. Servirà lui — insieme a Tony Iommi, Geezer Butler e Ozzy Osbourne — per inventarlo. Per capire da dove arriva il suono dei Black Sabbath bisogna prima capire da dove arriva Bill Ward, e la sua storia è un viaggio lungo settantotto anni che attraversa il dopoguerra inglese, la rivoluzione del rock anni Settanta, gli abissi degli eccessi e una eredità che vive ancora oggi nei tamburi di ogni batterista metal del pianeta.

🥁 Aston, Birmingham, e le big band del dopoguerra

Bill Ward nasce in una famiglia operaia delle Midlands inglesi. Nel quartiere di Aston, negli anni Cinquanta, le fabbriche metalmeccaniche fumano giorno e notte e i ragazzi crescono tra ferro e fumo. Ma in casa Ward c'è un dettaglio che farà la differenza: i dischi. I genitori amano le big band degli anni Quaranta, e i soldati americani di passaggio in Inghilterra durante la guerra avevano lasciato vinili di Glenn Miller, Gene Krupa, Louie Bellson. È in quel salotto modesto che Bill scopre il jazz. A tre anni picchia su scatole di cartone, a sette riceve la sua prima batteria, a undici comincia a fare sul serio. Studia il celebre solo di Sing, Sing, Sing di Krupa fino a saperlo a memoria, lo riproduce sui propri tamburi, ne assorbe il fraseggio. Affianca presto a Krupa altri due nomi: Buddy Rich, il tecnico assoluto, e Louie Bellson, il primo a usare due grancasse. Quando descriverà il suo stile dirà che vuole suonare aggressivo come Krupa ma con la precisione di Rich. Una formula che, applicata al rock, produrrà qualcosa di inaudito.

🌑 Da Earth a Black Sabbath: la nascita di un genere

Negli anni Sessanta Bill suona in band locali con nomi dimenticabili — The Rest, Method 5, Mythology — finché incrocia un chitarrista mancino che ha perso le punte di due dita in fabbrica e ha imparato a suonare con protesi di cuoio. Si chiama Tony Iommi e diventerà il suo socio creativo per cinquant'anni. Bill rimane folgorato: lo definirà subito "il miglior chitarrista hard rock del mondo". Insieme a un bassista appassionato di romanzi horror, Geezer Butler, e a un cantante operaio dalla voce da brivido, Ozzy Osbourne, formano una band blues chiamata Earth. Nel 1969 cambiano nome: Geezer propone Black Sabbath, titolo di un film horror di Mario Bava con Boris Karloff. L'idea è fare una musica spaventosa quanto i film dell'orrore che la gente paga per andare a vedere. Iommi accorda la chitarra mezzo tono più basso per alleviare il dolore alle dita ferite, e quel suono cupo diventa il marchio di fabbrica. L'album omonimo esce il 13 febbraio 1970, un venerdì 13. Apre con una pioggia, una campana, un tritono malefico. È la nascita ufficiale dell'heavy metal come genere musicale autonomo.

⚡ Paranoid e il blueprint per l'heavy metal

Quattro mesi dopo l'esordio, i Sabbath sono di nuovo in studio. Lo registrano in pochi giorni e lo intitolano inizialmente War Pigs. La casa discografica teme reazioni in piena guerra del Vietnam e chiede un cambio. Nasce così Paranoid, brano scritto in venti minuti come riempitivo per arrivare al minutaggio dell'album. Diventerà uno dei pezzi heavy metal più famosi della storia. War Pigs apre con sirene di guerra e un drumming di Ward che danza tra il blues e il jazz; Bill stesso commenterà: "Se ascolti War Pigs, in fondo è solo blues. Suonato in modo un po' particolare, certo." Su Iron Man costruisce un pattern di tom semplice e devastante, capace di evocare i passi di un gigante metallico. Su Wicked World apre con il caratteristico spang-a-lang dei piatti jazz, fondendo per la prima volta lo swing delle big band con la pesantezza estrema del nuovo rock. È qui che Bill Ward stabilisce il modello su cui si formeranno tutti i batteristi metal a venire — Lars Ulrich, Dave Lombardo, Vinny Appice, Brad Wilk: tutti devono qualcosa a quel ragazzo di Aston.

🥃 La caduta, l'esilio, il mancato ritorno

Gli anni Settanta sono un trionfo discografico — Master of Reality, Vol. 4, Sabbath Bloody Sabbath, Sabotage, Technical Ecstasy, Never Say Die! — ma anche anni di eccessi devastanti. Bill cede all'alcol più degli altri compagni. Durante le registrazioni di Vol. 4 in una villa di Bel-Air, i Sabbath lo trovano svenuto e ubriaco e lo dipingono interamente di vernice oro per scherzo: deve salvarlo un'ambulanza, perché la pittura gli ha bloccato i pori e rischia di soffocare. Nel 1980, durante le sessioni di Heaven and Hell — primo album senza Ozzy, sostituito da Ronnie James Dio — Bill non ce la fa più. Le ferite di un altro incidente in studio (Iommi gli aveva dato fuoco con un solvente per pulire le testine, ustionandolo seriamente alle gambe) si sommano alla fatica dei tour infiniti. Lascia la band per provare a salvarsi. Tornerà a intermittenza nei decenni successivi: nel 1997 partecipa al Reunion al Birmingham NEC, nel 2011 viene annunciato per il ritorno definitivo ma per problemi contrattuali viene escluso dall'album 13 del 2013. Ozzy stesso dichiarerà a Kerrang!: "Eravamo in quattro a cominciare questa storia. Avremmo dovuto essere in quattro a finirla."

🎸 L'eredità di un padrino del metal

Oggi Bill Ward ha 78 anni. Vive in California, dipinge, fotografa, conduce un programma radio sulla 99.1 KLBP-FM di Long Beach, guida un progetto doom-metal chiamato Day of Errors. Mantiene una dieta vegana e una vita lontana dagli eccessi del passato. La sua arte fotografica, raccolta nella collezione Absence of Corners: A Collection of Rhythm on Canvas, è una sintesi dei suoi due amori: la batteria e la pittura, il ritmo e l'immagine. Nel 2019 i Black Sabbath ricevono il Lifetime Achievement Grammy: Bill è sul palco accanto a Iommi e Butler, tre quarti della band che ha inventato l'heavy metal riuniti per il riconoscimento più prestigioso della musica americana. Per un ragazzo di Aston cresciuto ascoltando Krupa nel salotto operaio dei genitori, è il momento più alto. Il cerchio si è chiuso: dal jazz delle big band al metal mondiale, attraverso le sue mani. E quando oggi Dave Grohl, Lars Ulrich o un qualsiasi giovane batterista metal alza un piatto e lo lascia respirare prima di scaricare un fill, sta in qualche modo citando Bill Ward. Il suo fantasma vive ancora nei tamburi di tutti.

🎧 Il brano del giorno

Black Sabbath – Iron Man

Tony Iommi sta improvvisando su un nuovo riff in studio. Ozzy lo sente e dice: "Suona come un grande uomo di ferro che cammina." Geezer Butler, da bassista-poeta dei Sabbath, costruisce un testo di fantascienza apocalittica: un uomo torna indietro nel tempo trasformato in metallo dopo aver visto la fine del mondo, ma quando cerca di avvertire l'umanità viene ignorato e respinto. Per vendetta, distrugge tutto. È fantascienza pulp, ma il brano è una cattedrale. Il riff di Iommi, ripetuto in ottava da Geezer al basso, è uno dei più famosi della storia del rock. E Bill Ward lo riveste di un drumming geniale: il pattern dei tom che apre il brano è semplicissimo, quasi rudimentale, ma trasmette esattamente la sensazione di passi pesanti di un gigante metallico. Pubblicata nell'album Paranoid del 1970, Iron Man è la prova definitiva che il drumming di Bill Ward non è mai stato un semplice accompagnamento. Era pittura ritmica, era racconto, era cinema dei tamburi.


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