STORIE ROCK — 18 MAGGIO — Chris Cornell e il parallelo terribile con Ian Curtis


18 maggio – Ian Curtis e Chris Cornell: due voci del rock, una data, trentasette anni di distanza


Ci sono coincidenze che la storia del rock non riesce a spiegare. Il 18 maggio. Lo stesso giorno del calendario, a trentasette anni di distanza, due voci-simbolo del rock — entrambi padri-fondatori del loro genere, entrambi cantautori, entrambi musicisti devastati da depressione e dipendenze — scelgono di andarsene. Si chiamano Ian Curtis (Joy Division, †18 maggio 1980, 23 anni, Macclesfield) e Chris Cornell (Soundgarden, †18 maggio 2017, 52 anni, Detroit). Stessa data. Stessa modalità. È la storia di due giornate identiche e diverse, in epoche diverse, in città diverse — ma con la stessa, terribile prevedibilità. Ricordiamoli insieme.

🎸 Macclesfield, 17 maggio 1980 — l'ultima sera di Ian Curtis

Il sabato sera del 17 maggio 1980, Ian Curtis tornò nella sua casa di Macclesfield. Aveva 23 anni. I Joy Division dovevano partire due giorni dopo per il loro primo tour americano — il sogno coltivato per quattro anni dal debutto a Manchester nel 1976, dopo aver visto i Sex Pistols alla Lesser Free Trade Hall. Il primo album Unknown Pleasures (giugno 1979) era stato un successo critico enorme — la copertina di Peter Saville con il segnale pulsar CP 1919 era già un'icona. Il secondo album, Closer, era già stato registrato a marzo a Britannia Row Studios di Islington. Ma Ian stava male. Era epilettico da diversi anni e le crisi peggioravano durante i concerti — lo strobe lighting era stato vietato a tutti i loro show. Era depresso. Aveva tentato il suicidio una volta, qualche settimana prima, con un'overdose di fenobarbital. Sua moglie Deborah aveva chiesto la separazione. Ian aveva una relazione con Annik Honoré, una giornalista belga. Quella sera del 17 maggio tornò a casa per chiedere a Deborah di ritirare la causa. Lei rifiutò. Ian rimase solo. Mise sul giradischi The Idiot di Iggy Pop — disco prodotto da Bowie a Berlino. Si versò un whisky. Scrisse una lettera a Deborah. Alle prime ore del mattino del 18 maggio, andò in cucina. Si impiccò alla rastrelliera. Deborah lo trovò tornando a casa verso mezzogiorno. Aveva 23 anni.

🌑 Detroit, 17 maggio 2017 — l'ultimo concerto di Chris Cornell

Trentasette anni dopo, esatti. Mercoledì 17 maggio 2017, Fox Theatre di Detroit. Chris Cornell ha 52 anni. I Soundgarden sono in tour dopo la reunion del 2010, stanno preparando il loro settimo album studio. Il concerto inizia alle 20:30. Cornell sembra "off" — uno spettatore alla testata Detroit Metro Times scriverà: "Spesso barcollava avanti e indietro sul palco, sembrava debole nei movimenti. Setlist regolare: Outshined, SpoonmanThe Day I Tried to Live, Fell on Black Days, Black Hole Sun. Per il finale arriva Slaves & Bulldozers. La band è tornata sul palco per il bis e ha concluso definitivamente lo show con Rusty Cage è l'ultimo brano che Chris Cornell esegue dal vivo. Il concerto finisce alle 23:15. Torna al MGM Grand Hotel, stanza 1136, scortato dal bodyguard Martin Kirsten. Cornell gli chiede aiuto col laptop. Si saluta. Va a letto. Vicky, la moglie, lo chiama. Lui sembra strano. Lei richiama Kirsten preoccupata. Kirsten bussa. Niente. Sfonda la porta. Lo trova nel bagno. Una resistance band intorno al collo, agganciata al telaio superiore della porta. Alle 00:56 del 18 maggio 2017 il medico dell'MGM dichiara il decesso. 52 anni. La moglie dirà: "Non voleva morire. Se fosse stato lucido, so che non l'avrebbe fatto." Gli esami tossicologici riveleranno tracce di Ativan, decongestionante, naloxone, butalbital, caffeina — nessuna in quantità letale.

🌞 Black Hole Sun: il brano scritto in 15 minuti

Black Hole Sun è il brano che Chris Cornell ha eseguito come ultimo nella sua vita. Ed è un brano scritto in quindici minuti. Nel 1993 i Soundgarden stavano lavorando al loro quarto album, Superunknown, ai Bad Animals Studio di Seattle con il produttore Michael Beinhorn. Beinhorn racconterà che le prime demo che Cornell gli aveva consegnato erano deboli: "Non c'era una sola cosa che fosse giusta per un disco." Beinhorn lo chiamò: "Tu e la tua band siete i Soundgarden. Suoni una canzone, suonerà come i Soundgarden, perché siete voi a suonarla." Tre settimane dopo, Cornell gli mandò una cassetta con due nuove canzoni: Fell on Black Days e Black Hole Sun. "L'ho ascoltata quindici volte di fila" dirà Beinhorn. "Non riuscivo a smettere. Gli ho telefonato: 'Sei un genio, andiamo a fare il disco subito!'" Cornell racconterà di aver scritto il brano in un quarto d'ora, sotto la doccia, dopo aver sentito un commentatore TV pronunciare male la frase "black hole sun" — un errore di pronuncia. I testi sono stream-of-consciousness: frasi che gli arrivano in mente senza un significato preciso. "In my eyes / Indisposed / In disguises no one knows". Cornell stesso dirà: "Non so cosa significhi. Le parole sono semplicemente uscite."

🎚️ La produzione: Leslie Speaker e undici note su dodici

Il sound di Black Hole Sun è inconfondibile. Cornell registra le parti di chitarra ritmica usando un Leslie Speaker (un cabinet rotante derivato dall'Hammond organ, usato dai Beatles su Tomorrow Never Knows), che dà quel vibrato ondulante e ipnotico alle prime note del brano. Kim Thayil esegue gli assoli di chitarra solista. La canzone usa undici delle dodici note della scala cromatica in modo sorprendentemente melodico, senza nessuna dissonanza — un piccolo miracolo armonico. Il tempo cambia: dal lento sognante della strofa al pesante distorto del ritornello, ma senza l'approccio "soft/loud" di Nirvana o Pixies — qui è tutto più psichedelico, più Beatles, più melodico. Kim Thayil definirà Black Hole Sun come "la nostra Dream On dei Aerosmith". Pubblicato come terzo singolo da Superunknown il 13 maggio 1994 (l'album era uscito l'8 marzo 1994 al numero 1 della Billboard 200). Sette settimane al numero 1 della Billboard Mainstream Rock Airplay. Numero 24 della Hot 100 Airplay, numero 12 UK. Grammy 1995 Best Hard Rock Performance. Il videoclip di Howard Greenhalgh — surreale, distopico, con un sole nero che divora un quartiere suburbano — vincerà il MTV Music Video Award 1994 Best Metal/Hard Rock Video.

🌑 Il parallelo: due voci, due epoche, una data

Ian Curtis e Chris Cornell. Erano diversi in tutto. Curtis era un ragazzo magro, alto un metro e settanta, occhi enormi, baritono caldo limitato a un'ottava e mezza. Cornell era un colosso muscoloso, capelli lunghi castani, quasi quattro ottave di estensione vocale. Curtis veniva da Macclesfield, periferia industriale del Cheshire. Cornell da Seattle, capitale del grunge. Curtis suonava un post-punk minimale, gelido, manchesteriano — Curtis, Hook, Sumner, Morris come quartetto sciamanico. Cornell suonava un grunge sinfonico, psichedelico, beatlesiano — Soundgarden con Thayil, Shepherd, Cameron come orchestra granitica. Curtis morì a 23 anni. Cornell a 52, più che il doppio degli anni di Curtis. Eppure stessa data. Stessa modalità. Stessa solitudine. Stessa pressione del tour. Stessa fragilità. Stessi temi nei testi — l'isolamento, la disgregazione, il black hole che divora le cose. Curtis aveva scritto "I've lost control again" in She's Lost Control — la storia di una ragazza epilettica che lui aveva visto morire in una crisi al centro per il lavoro dove faceva volontario. Cornell aveva scritto "In disguises no one knows" — l'idea che ci nascondiamo dietro maschere. Erano due lati della stessa medaglia: il dolore maschile messo in musica, quello che non si dice mai a parole. Il rock li ha messi insieme attraverso il calendario, con una precisione spaventosa.

🎧 Il brano del giorno

Joy Division – Atmosphere

Per ricordare insieme Ian Curtis e Chris Cornell, scegliamo lo stesso brano della Newsletter di oggi: Atmosphere dei Joy Division. È il loro requiem più dolce, scritto e registrato pochi mesi prima della morte di Curtis. Registrato a Cargo Studios di Rochdale, ottobre 1979, prodotto da Martin Hannett. L'apertura è un suono di campane processate con un AMS DMX 15-80 digital delay — Hannett era un produttore visionario, tra i primi a usare il digital reverb. Le tastiere sono un organo a canne giocattolo comprato da Woolworth's e un Solina String Ensemble. Pubblicato il 18 marzo 1980 su Sordide Sentimental, etichetta francese, in 1.578 copie limitate come Licht und Blindheit ("Luce e Cecità") — solo due mesi prima della morte di Curtis. Peter Hook lo considera "il più grande brano mai scritto dai Joy Division". Ripubblicato postumo da Factory nell'ottobre 1980 con She's Lost Control sul lato B. NME lo metterà al numero 1 della classifica "20 Greatest Goth Tracks". Il videoclip del 1988 di Anton Corbijn mostra figure in nero che portano fotografie della band come in un funerale solenne. Lo stesso brano è stato suonato al funerale di Tony Wilson (fondatore di Factory Records) nel 2007. Quando Curtis canta "Walk in silence, don't walk away in silence" — cammina in silenzio, non andartene in silenzio — sta lasciando un testamento universale. Vale per lui. Vale per Cornell. Vale per chiunque oggi senta il peso del 18 maggio.

Top comment YouTube:

"This song is the soundtrack of grief itself. Ian on May 18, 1980. Chris on May 18, 2017. Both gone. Both still singing through us."

Traduzione: "Questa canzone è la colonna sonora del dolore stesso. Ian il 18 maggio 1980. Chris il 18 maggio 2017. Entrambi se ne sono andati. Entrambi cantano ancora attraverso di noi."


Storie Rock – Artisti, Dischi, Ricordi 🎸
Ogni giorno un racconto che merita di essere ascoltato.

Back to blog

Leave a comment

Please note, comments need to be approved before they are published.