13 settembre 1993: In Utero, il disco con cui i Nirvana rifiutarono di rifare Nevermind

13 settembre 1993: In Utero, il disco con cui i Nirvana rifiutarono di rifare Nevermind

I Nirvana nel 1993: Dave Grohl, Kurt Cobain e Krist Novoselic

Il problema dei Nirvana, dopo Nevermind, era che avevano vinto. Trenta milioni di copie, una canzone che passava ogni ventidue minuti su MTV, e un disco che Kurt Cobain aveva cominciato a detestare per come suonava: troppo pulito, troppo lucido, «più vicino a un disco dei Mötley Crüe che a un disco punk», disse. Aveva ventisei anni, una figlia di pochi mesi, mezzo mondo che lo chiamava portavoce di una generazione e nessuna voglia di rifare la stessa cosa una seconda volta.

Così chiamò l'uomo più adatto a farlo smettere. Steve Albini — Big Black, Rapeman, e una reputazione di tecnico che registrava le band come suonavano in una stanza, senza trucchi — accettò a una condizione: nessun controllo dell'etichetta, e via in fretta.

Sei giorni in Minnesota

Le sedute si tennero ai Pachyderm Studios di Cannon Falls, in Minnesota, dal 13 al 21 febbraio 1993. Il posto era isolato apposta: niente città, niente giornalisti, niente dirigenti che passassero a sentire. Albini piazzò una trentina di microfoni intorno alla batteria per prendersi il riverbero vero della stanza invece di aggiungerlo dopo. La band incise in sei giorni; Cobain cantò tutte le voci in sei ore.

Il conto: ventiquattromila dollari di studio e centomila dollari fissi ad Albini, che rifiutò le percentuali — valevano forse mezzo milione — perché considerava le royalty a un tecnico «un insulto all'artista». Non le prese, e non le prese mai da nessuno.

La copertina di In Utero dei Nirvana: il manichino anatomico con le ali d'angelo

«Mainstream radio would not accept it»

Quando i nastri arrivarono a Los Angeles, alla DGC si spaventarono. A Cobain riferirono che il disco era unlistenable, inascoltabile, e che le radio non l'avrebbero mai passato. Nell'aprile del 1993 Albini disse al Chicago Tribune che dubitava che la Geffen l'avrebbe pubblicato; quando anche Newsweek uscì con la stessa storia, David Geffen in persona telefonò alla rivista per protestare, giurando che l'etichetta avrebbe pubblicato qualunque cosa i Nirvana consegnassero.

Finì con un compromesso: Scott Litt, il produttore dei R.E.M., rimissò a Seattle i due pezzi destinati alla radio — Heart-Shaped Box e All Apologies — contro il parere di Albini. Tutto il resto rimase com'era.

Il disco che i negozi non volevano

Il 13 settembre 1993 In Utero esce in Gran Bretagna: è la prima uscita al mondo, otto giorni prima di quella americana del 21. La copertina è un manichino anatomico trasparente con due ali d'angelo; sul retro c'è un collage montato da Cobain — feti di plastica, gusci di tartaruga, pezzi di corpo in mezzo a orchidee e gigli — che lui riassunse così: «Il sesso e la donna e in utero e le vagine e la nascita e la morte».

Fu quel retro, non la musica, a far storcere il naso alla grande distribuzione: Walmart e Kmart si rifiutarono di tenerlo a scaffale. Ufficialmente parlarono di «scarsa richiesta» e di «assortimento»; in realtà temevano le proteste dei clienti. Nel marzo del 1994 uscì per loro una versione ripulita, con la grafica rifatta e Rape Me ribattezzata Waif Me.

Non servì a niente. Il disco entrò direttamente al primo posto della classifica americana con 180.000 copie in una settimana, arrivò al milione entro la fine dell'anno e a sei volte platino negli anni successivi: quindici milioni di copie nel mondo. E resta il documento di una band che, potendo ripetersi, ha scelto di non farlo.

Sette mesi dopo, Kurt Cobain era morto. In Utero è rimasto l'ultimo disco in studio dei Nirvana.


Sotto al video di Heart-Shaped Box, sul canale ufficiale dei Nirvana, uno dei commenti più votati dice così:

«Kurt's imagination was a dark, beautiful world»
@chrisridenhour · 7 anni fa

Traduzione: «L'immaginazione di Kurt era un mondo buio e bellissimo.»


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