11 agosto 1966: le scuse di John Lennon, e l'ultimo tour dei Beatles

11 agosto 1966: le scuse di John Lennon a Chicago

I Beatles arrivano in America

La frase esce di bocca a John Lennon il 4 marzo 1966, in salotto, davanti a una giornalista che conosce da anni. Maureen Cleave dell'Evening Standard sta facendo una serie di ritratti dei quattro Beatles a casa loro, e Lennon parla come si parla con qualcuno di cui ci si fida: dice che il cristianesimo sta scomparendo, che i Beatles sono «più popolari di Gesù», che non sa quale delle due cose sparirà per prima.

In Inghilterra non succede assolutamente niente. L'articolo esce, lo leggono in molti, nessuno si scompone: era un'osservazione sul proprio tempo, non una sfida.

Poi passano cinque mesi.

Trentotto parole su una rivista per ragazzi

Alla fine di luglio la rivista americana Datebook, un giornale per adolescenti, ripesca l'intervista e ne mette la frase in copertina. Senza il contesto, senza il resto del discorso, senza la giornalista amica in salotto: solo le parole, grandi, sopra la faccia di Lennon.

Nel Sud degli Stati Uniti la reazione è immediata. Decine di stazioni radio smettono di trasmettere i Beatles. Nei parcheggi delle chiese si accendono i falò dei dischi, e i giornali fotografano i ragazzini che ci buttano dentro i quarantacinque giri comprati un mese prima. Il Ku Klux Klan inchioda un disco a una croce. Arrivano minacce di morte, e non sono generiche: qualcuno annuncia il giorno e il posto.

Il tour americano è già venduto. Brian Epstein, che i Beatles li ha portati fin lì, vola a New York e si offre di annullarlo tutto, rimborsando di tasca propria. Gli viene risposto che i contratti non si annullano.

I Beatles con Ed Sullivan

L'11 agosto, all'Astor Towers

La band atterra a Chicago e la prima cosa in programma non è il soundcheck: è una conferenza stampa. All'Astor Towers Hotel, l'11 agosto 1966, Lennon si siede davanti ai microfoni americani con gli altri tre di fianco, e prova a rimettere le parole al loro posto.

Non ritratta il contenuto — spiega che stava constatando un fatto, non rivendicando una superiorità, e che se avesse detto «la televisione è più popolare di Gesù» nessuno si sarebbe alzato. Ma si scusa per come è uscita, e per il male che ha fatto a chi l'ha letta così: «Mi dispiace di aver aperto bocca». Chi era nella stanza ha raccontato che poco prima, dietro le quinte, era in lacrime.

Il tour parte lo stesso. Ed è un disastro di un tipo nuovo: si suona dentro stadi in cui nessuno sente niente, con un impianto pensato per gli annunci del baseball, mentre fuori c'è gente che aspetta per protestare. Il 29 agosto, al Candlestick Park di San Francisco, i Beatles salgono su un palco per l'ultima volta come band in tour. Non lo annunciano a nessuno, ma lo sanno già.

Quello che viene dopo

Da quel momento i Beatles diventano una band da studio, e nei dodici mesi successivi escono Strawberry Fields Forever, Penny Lane e Sgt. Pepper. È la parte più sorprendente della storia: la frase che doveva finirli li ha liberati.

Lennon, per il resto della vita, non ha più smesso di dire quello che pensava. Aveva imparato solo una cosa: che una volta uscite, le parole non appartengono più a chi le ha dette.

Il brano

Da Revolver, uscito tre giorni prima di quella conferenza stampa: il pezzo in cui Lennon rivendica il diritto di stare fermo mentre il mondo corre. Il video ufficiale, animato a mano fotogramma per fotogramma, ha vinto un Grammy nel 2024.

@angies.7689 · 3 anni fa
«John may be sleeping but he is still very much awake in the hearts and souls of millions. The dream will never die.»

Traduzione: «John magari sta dormendo, ma nel cuore e nell'anima di milioni di persone è ancora sveglissimo. Il sogno non morirà mai.»

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