Eric Bloom e i Blue Öyster Cult: cowbell, sci-fi e hard rock

Eric Bloom, voce del culto elettrico

Quando si parla di Blue Öyster Cult, il primo volto che viene in mente – occhiali scuri, giacca di pelle, chitarra a tracolla – è quasi sempre quello di Eric Bloom. Nato il 1 dicembre 1944 a Brooklyn e cresciuto nel Queens, Bloom diventa negli anni la voce, la chitarra ritmica e l’uomo-simbolo di una delle band più strane e influenti del rock americano: un ponte tra hard rock, psichedelia, fantascienza e umorismo nero. 

La sua storia è quella di un ragazzo newyorchese di famiglia middle class che scopre presto di sentirsi più a casa in un negozio di strumenti e sui palchi dei club che in un ufficio qualsiasi. Prima che il nome Blue Öyster Cult conquisti poster e giacche di pelle, c’è un lungo percorso fatto di band studentesche, chitarre economiche, serate infinite e un incontro casuale che cambierà tutto.


Origini a New York: dal Queens a Soft White Underbelly

Il primo colpo di fulmine è una chitarra Harmony da 52 dollari, comprata da adolescente: non è uno strumento di lusso, ma basta per aprire porte e amplificatori. Tra liceo e college, Bloom suona in piccoli gruppi locali, affinando voce e presenza scenica in contesti modesti ma rumorosi, dove il rock è ancora un linguaggio da inventare sera dopo sera. 

Dopo gli studi, Eric continua a muoversi nell’ambiente musicale di New York e Long Island. Il passaggio chiave avviene quando inizia a lavorare in un negozio di strumenti: lì incontra musicisti che stanno cercando di far decollare una band chiamata Soft White Underbelly, nucleo embrionale di quello che diventerà Blue Öyster Cult. Nel 1969 Bloom entra nel gruppo come cantante e polistrumentista; nel 1971 la band adotta definitivamente il nome Blue Öyster Cult e firma per Columbia, pubblicando l’album d’esordio Blue Öyster Cult nel 1972. 

Quel debutto è un concentrato di hard rock ruvido, immagini occulte e fantascientifiche, e un modo di scrivere che sfugge alle etichette più facili. Brani come “Cities on Flame with Rock and Roll” mostrano subito che questo non è l’ennesimo gruppo heavy: c’è ironia, c’è cultura pop, c’è la volontà di creare un vero e proprio “culto elettrico”. 


Fantascienza, occulto e scrittura Blue Öyster Cult

Uno dei tratti più affascinanti del lavoro di Bloom con i Blue Öyster Cult è il legame strettissimo con la fantascienza. Molti testi che interpreta nascono dall’immaginario creato dal manager e paroliere Sandy Pearlman, mescolato alle passioni personali di Eric per sci-fi, fumetti, pulp e letteratura fantastica. Nei dischi della band compaiono alieni, cospirazioni, astronomia, viaggi nel tempo e simboli esoterici.

Non è solo estetica: quell’universo narrativo rende i BÖC una specie di “serie TV” ante litteram, con episodi sparsi in album diversi e fili invisibili che collegano un brano all’altro. In mezzo ci sono anche le firme di scrittori come Michael Moorcock, a conferma di quanto il gruppo viva a metà strada tra romanzo e vinile..

Questo intreccio di hard rock, psichedelia e liriche occulte avrà un impatto forte sulla futura scena heavy metal: band successive guarderanno ai BÖC come esempio di come si possa essere pesanti e “seri”, ma anche ironici, colti e sottilmente surreali allo stesso tempo. 


La voce, la “stun guitar” e il palco

Sul palco, Eric Bloom non è soltanto il cantante: è un maestro di cerimonie. La sua chitarra viene spesso descritta come “stun guitar”, un modo autoironico per indicare come i suoi colpi siano più pensati per stordire e galvanizzare il pubblico che per sfoggiare virtuosismi. 

La voce è roca ma controllata, capace di passare da toni narrativi a esplosioni più ruvide, sempre incastonata tra gli arrangiamenti complessi della band. Con Buck Dharma alla chitarra solista e i fratelli Bouchard a basso e batteria, Bloom guida un ensemble che combina precisione, potenza e teatralità. Luci, fumo, laser e un’estetica quasi da fumetto noir/sci-fi completano il quadro. 

Negli anni Settanta, album come Tyranny and Mutation e Secret Treaties consolidano questo stile: tempi frastagliati, atmosfere cupe, humor obliquo. La figura di Bloom al microfono diventa fondamenta del suono BÖC, anche quando il brano più noto della band, “(Don’t Fear) The Reaper”, porta la firma (e la voce principale) di Buck Dharma. Quel pezzo – tra arpeggi, assolo memorabile e cowbell – finirà comunque per marchiare l’immaginario collettivo di tutto il gruppo. 


Dalla gloria anni ’70 a oggi: un culto che resiste

Dopo l’epoca d’oro dei Settanta, i Blue Öyster Cult attraversano alti e bassi, cambi di formazione e mutamenti di gusto nel pubblico. Eric Bloom, però, resta una delle colonne portanti: continua a guidare la band sul palco e in studio, fino alle uscite più recenti come The Symbol Remains (2020) e Ghost Stories (2024), che raccolgono brani “perduti” e riletture dal lungo arco della carriera.

Nel 2025 il gruppo si è perfino divertito a rispolverare il vecchio nome Soft White Underbelly per un concerto speciale a Londra, chiudendo un cerchio iniziato decenni prima nei locali di Long Island. Bloom è ancora lì, a cantare e suonare, con la stessa miscela di ironia, mistero e rock a volume indecente. 

Più che un semplice frontman, Eric Bloom è diventato il volto umano di un culto sonoro: il tramite tra le storie di alieni e apocalissi scritte nei testi e il pubblico che le urla sotto al palco.


Brano consigliato – “(Don’t Fear) The Reaper”

Per raccontare Eric Bloom e i Blue Öyster Cult non si può che passare da “(Don’t Fear) The Reaper”: arpeggi ipnotici, atmosfera sospesa tra romanticismo e presagio di morte, assolo che apre finestre sull’ignoto.

È il brano che ha reso il nome BÖC eterno nelle classifiche e nelle colonne sonore, trasformando la band in un riferimento fisso per chiunque cerchi un rock capace di essere oscuro, poetico, cinematografico e sorprendentemente radiofonico allo stesso tempo.

Mettete play, alzate il volume e lasciate che la voce e la “stun guitar” di Eric Bloom vi accompagnino – senza paura – dall’altra parte del velo.


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